Tutti i numeri del XXV Rapporto Inps
L’Italia spende 371 miliardi di euro per le pensioni, ma la distribuzione di queste risorse rivela un divario profondo tra uomini e donne, unito a un progressivo allontanamento del traguardo del pensionamento.
È questa la fotografia scattata dal XXV Rapporto annuale dell’Inps, presentato ieri a Roma dal presidente Gabriele Fava, che analizza lo stato della previdenza nel nostro Paese per l’anno 2026.
DIVARIO DI GENERE E DISTRIBUZIONE DELLE RISORSE
I dati analizzati confermano una netta sperequazione nella distribuzione delle risorse previdenziali. Su un totale di 371 miliardi di euro erogati in Italia, ben il 56% è destinato agli uomini. Nel Paese si contano attualmente 16,4 milioni di pensionati, suddivisi in 8 milioni di uomini e 8,4 milioni di donne.
Sebbene la componente femminile rappresenti la maggioranza demografica dei beneficiari, raggiungendo il 51% del totale, gli importi percepiti raccontano una realtà diametralmente opposta. Gli assegni di pensione incassati dagli uomini sono infatti superiori del 34% rispetto a quelli destinati alle donne.
Tradotto in cifre assolute, un pensionato percepisce mediamente 2.166 euro, contro i soli 1.619 euro di una pensionata.
GLI IMPORTI E LE GESTIONI PREVIDENZIALI
Il panorama delle prestazioni previdenziali è ampiamente dominato dall’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale. Il 96% dei pensionati italiani percepisce infatti una prestazione Inps, con un importo medio che si attesta sui 1.906 euro mensili. Soltanto il restante 4% del totale è assorbito da altre forme di sostegno, tra cui le rendite Inail e le pensioni erogate dalle casse professionali, dai Fondi pensione e da enti minori.
Analizzando più nel dettaglio l’architettura dei pagamenti Inps, emerge che quasi la metà delle prestazioni, precisamente il 46%, grava sulle risorse del Fondo pensioni lavoratori dipendenti. In questo specifico settore, l’importo lordo medio mensile percepito dai cittadini è pari a 1.431 euro.
L’ETÀ DI USCITA DAL LAVORO E IL PESO DEI CONTRIBUTI
Un altro elemento centrale del rapporto illustrato dal presidente Gabriele Fava è il progressivo scivolamento in avanti dell’età in cui gli italiani abbandonano effettivamente il mercato del lavoro, un fenomeno strettamente connesso alla necessità di maturare carriere professionali sempre più lunghe e continuative per accedere alla previdenza.
Analizzando i flussi delle pensioni di vecchiaia e di quelle anticipate, l’età media effettiva di pensionamento è passata dai 61,7 anni registrati nel 2012 ai 64,7 anni stimati per il 2025. Per i lavoratori dipendenti, il dato si era attestato a 64,5 anni nel 2024. La pensione di vecchiaia si è ormai allineata al requisito ordinario introdotto nel 2019, fissato a 67 anni.
Di conseguenza, nel 2025 l‘età media di accesso alla pensione di vecchiaia è di circa 67,1 anni per gli uomini e 67,3 anni per le donne. Si registra, inoltre, una convergenza nell’età di uscita tra dipendenti privati e lavoratori autonomi, pur evidenziando come questi ultimi mantengano una contribuzione media per la vecchiaia superiore di circa 110-120 settimane.
LE CARRIERE LUNGHE E LA PENALIZZAZIONE FEMMINILE
Le pensioni anticipate riflettono in maniera evidente l’allungamento delle carriere lavorative necessario per accedere al riposo. Le settimane contributive medie richieste sono passate dalle 1.830 del 1995 alle oltre 2.220 previste per il 2025, un salto che traduce la contribuzione necessaria da poco più di 35 anni a oltre 42 anni di versamenti.
In questo ambito si ripresenta la penalizzazione che affligge il lavoro femminile: le donne arrivano alla pensione potendo contare su oltre 300 settimane di contributi in meno rispetto agli uomini, una profonda differenza che equivale a quasi sei anni lavorativi di distacco.

