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scudo penale

Cos’è lo scudo penale per le forze di polizia

Il nuovo decreto sicurezza introduce un meccanismo procedurale che evita l’iscrizione automatica nel registro degli indagati per gli operatori delle forze di polizia se l’uso della forza appare giustificato: di cosa si tratta esattamente e quali effetti produce

Dopo venti giorni dall’approvazione in Consiglio dei ministri e all’indomani dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, da oggi il decreto sicurezza contenente il cosiddetto “scudo penale” è in vigore.

Le nuove misure modificano l’iter d’iscrizione nel registro degli indagati di agenti e operatori che, nell’esercizio delle loro funzioni, impiegano la forza o fanno uso dell’arma in presenza di cause considerate di giustificazione, come la legittima difesa o l’adempimento del dovere.

La novità principale risiede nell’istituzione di un nuovo registro speciale diverso da quello che incardina il procedimento d’indagine, che andrà creato nei prossimi 60 giorni con decreto attuativo del Ministero della Giustizia. Ecco come funziona.

COSA SI INTENDE PER “SCUDO PENALE”

Innanzitutto occorre specificare che l’espressione “scudo penale” è una sintesi giornalistica che non appare nei testi normativi. Dal punto di vista tecnico, si tratta di un nuovo registro parallelo al tradizionale registro delle notizie di reato, ossia il classico Modello 21.

Quando un fatto, come l’uso dell’arma da parte di un agente, appare subito giustificato per legittima difesa o adempimento del dovere, il pubblico ministero può evitare l’immediata iscrizione dell’operatore tra gli indagati, effettuando piuttosto un’annotazione preliminare in questo nuovo registro.

COME FUNZIONA IL NUOVO REGISTRO SEPARATO

In questo modo, la pressione mediatica e professionale sugli agenti viene drasticamente ridotta fin dalle prime battute: oltre a non essere formalmente indagato, circostanza che limita la diffusione della notizia sia all’interno della forza di polizia sia all’esterno, l’operatore non è automaticamente esposto all’apertura di procedimenti disciplinari né alla sospensione da incarichi operativi (sebbene le questioni amministrative seguano comunque una loro disciplina, separata da quella penale).

I tempi della giustizia per ulteriori approfondimenti sono scanditi in modo rigido: dopo 30 giorni si procede all’archiviazione nei casi più semplici, ossia quando si ritiene che non siano necessari ulteriori accertamenti; servono invece fino a 120 — e al massimo 150 — quando invece occorrono approfondimenti.

NON È UN’IMMUNITÀ: QUANDO SCATTA L’INDAGINE

Lo “scudo” non è assoluto. Infatti, la protezione vale solo nella fase iniziale e solo se la legittimità dell’azione appare evidente, altrimenti il procedimento seguirà il binario ordinario.

Ciò accade, per esempio, se il pubblico ministero decide di procedere con un incidente probatorio, emergono elementi che mettono in dubbio la causa di giustificazione o sono richiesti accertamenti incompatibili con la fase preliminare. A quel punto l’annotazione si tramuta in iscrizione ufficiale.

Nel caso dell’incidente probatorio, si tratta anche di una tutela dell’indagato, dal momento che in questo scenario è necessario garantire la partecipazione dell’indagato agli atti irripetibili, assicurando sin dall’inizio il diritto alla difesa.

PERCHÉ RIGUARDA SOPRATTUTTO LE FORZE DI POLIZIA

Pur applicandosi a tutti i soggetti che commettono un fatto penalmente rilevante in presenza di cause di giustificazione evidenti, inclusi i cittadini privati e, in alcuni casi, il personale sanitario, il provvedimento nasce con un destinatario privilegiato: gli operatori delle forze di polizia impegnati in attività di ordine pubblico o di contrasto alla criminalità.

In passato, anche in presenza di interventi palesemente legittimi, l’iscrizione automatica per atto dovuto era prassi diffusa. Secondo il ministro della Giustizia Carlo Nordio, questo automatismo ha prodotto negli anni un effetto distorsivo: agenti indagati per anni per fatti poi archiviati, con ricadute sulla carriera e sulla serenità operativa. Pur non costituendo un’immunità tout court, lo scudo penale punta a interrompere questo meccanismo, senza sottrarre gli operatori al controllo della magistratura.

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