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Decreto sicurezza, i dubbi del Colle sull’emendamento rimpatri: cosa sta succedendo

La corsa contro il tempo nella maggioranza per non fare decadere il Decreto sicurezza dopo il muro del Colle: tutto sull’emendamento sui rimpatri assistiti

Il silenzio del Quirinale non è di buon auspicio. Ai dubbi del Colle si aggiungono via via anche quelli della Ragioneria dello Stato e del ministro Giancarlo Giorgetti. Così ieri, a metà pomeriggio, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano si reca dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Al centro del colloquio c’è l’emendamento sui rimpatri, introdotto nel Decreto Sicurezza durante il passaggio al Senato: la norma prevederebbe un incentivo economico per i legali dei migranti che optano per il rimpatriato volontario assistito.

Il Capo dello Stato non può avallare: troppi i dubbi sulla tenuta costituzionale del provvedimento. Parte così la frenetica ricerca di una via d’uscita tecnica per evitare lo scontro frontale o la decadenza dell’intero pacchetto normativo. I tempi sono strettissimi: senza l’ok, il decreto decadrà il 15 aprile.

 IL DECRETO SOTTO ACCUSA

La disposizione che ha innescato il corto circuito prevede lo stanziamento di circa 492.000 euro annui per finanziare un compenso forfettario ai rappresentanti legali dei cittadini stranieri. In concreto, l’avvocato riceverebbe un incentivo di 615 euro qualora il proprio assistito scelga di aderire a un programma di rimpatrio volontario. Questa cifra, calcolata su una media stimata di 800 rimpatri annui, verrebbe erogata attraverso il Consiglio nazionale forense.

I DUBBI DEL COLLE

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha seguito con estrema attenzione l’evolversi della vicenda, facendo trapelare un allarme legato all’irragionevolezza della norma. Le criticità sollevate dal Colle riguardano principalmente il nesso tra il compenso del professionista e l’esito della procedura, un meccanismo che minerebbe l’indipendenza della difesa.

Inoltre, il coinvolgimento del Cnf come ente erogatore è stato ritenuto improprio. Durante il confronto con Alfredo Mantovano, il Presidente avrebbe chiarito che il decreto, così come formulato, rischierebbe di non ricevere la firma per la promulgazione o di essere rinviato alle Camere.

Una situazione ulteriormente complicata dai rilievi tecnici della Ragioneria Generale dello Stato, guidata da Daria Perrotta, la quale ha richiesto chiarimenti al Ministero dell’Interno sulla copertura finanziaria di eventuali modifiche, bloccando di fatto il tentativo di correggere il testo in corsa a causa della mancanza della necessaria “bollinatura” contabile.

L’EXIT STRATEGY DELLA MAGGIORANZA

Con l’esame in Aula alla Camera già avviato e i tempi strettissimi imposti dalla scadenza del 25 aprile, la maggioranza ha dovuto scartare l’ipotesi di un emendamento correttivo che avrebbe imposto una terza lettura al Senato, esponendo il decreto al rischio di decadenza per l’ostruzionismo delle opposizioni.

Una prima proposta di mediazione era arrivata dal neocapogruppo di Forza Italia Enrico Costa, che aveva suggerito un ordine del giorno per impegnare il governo a non attuare la norma e a modificarla in seguito. Tuttavia, per superare i dubbi del Quirinale, l’esecutivo sembra ora orientato verso una strategia più radicale: approvare il decreto Sicurezza senza modifiche a Montecitorio per poi varare immediatamente un secondo decreto-legge “stralcio” che abroghi o sterilizzi la norma sui rimpatri prima ancora che entri effettivamente in vigore. Un manovra che permetterebbe di salvare l’intero impianto del provvedimento sulla sicurezza, evitando al contempo che una norma considerata incostituzionale finisca sulla scrivania del Capo dello Stato per la firma definitiva.

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