La cordata di 15 imprese guidata da Federacciai sarebbe pronta a ritirarsi dalla gara per l’ex Ilva, Jindal resta il principale interessato all’acquisizione. Ecco le ragioni dietro la decisione della cordata guidata da Federacciai
Il gruppo di imprese aveva manifestato interesse per l’area a freddo dello stabilimento, dedicata alla trasformazione dell’acciaio, l’unica ancora in piedi dopo lo stop agli altiforni. I partecipanti avevano avuto accesso alla data room di Acciaierie d’Italia, esaminato i conti e visitato gli impianti di Taranto, Genova e Novi Ligure: la manifestazione d’interesse presentata ad agosto riguardava gli impianti a valle delle bramme, laminatoi a caldo compresi, ma non gli altiforni e le acciaierie a colata continua.
Per la consulenza sul piano industriale erano stati coinvolti legali e lo staff di Boston Consulting Group (BCG), una delle società di consulenza strategica di direzione più importanti al mondo. Ma le verifiche avrebbero portato le imprese a considerare l’operazione economicamente fuori portata.
PERCHÉ LA CORDATA ITALIANA SI SFILA DALLA GARA
L’iniziativa della cordata era partita ad agosto, quando il Consiglio di presidenza di Federacciai aveva conferito ad Antonio Gozzi, presidente della Federazione, il mandato di presentare una manifestazione d’interesse per gli stabilimenti. Il 18 agosto, Federacciai e altre 14 imprese avevano formalizzato la propria disponibilità a partecipare al progetto. Il 27 ottobre, durante le audizioni in Senato sul decreto relativo all’ex Ilva, Gozzi aveva dichiarato: «Non vi parlo della cordata italiana perché siamo in sede di gara». Nei giorni successivi, Gozzi aveva inoltre spiegato le cautele del gruppo rispetto alla presentazione di un’offerta: «Prima di presentare un’offerta, dobbiamo renderci conto che possa esserci un piano industriale sostenibile. Il lavoro che stiamo facendo non è semplice».
Ora la cordata sarebbe in procinto di ritirarsi perché, dopo aver esaminato i conti e visitato gli stabilimenti, le imprese avrebbero giudicato troppo onerosi gli investimenti necessari per rilanciare l’area a freddo dell’ex Ilva. A pesare sarebbero soprattutto tre fattori: i costi di riattivazione e ammodernamento degli impianti, le prospettive industriali ridimensionate dallo stop agli altiforni e l’assenza di un piano industriale ritenuto economicamente sostenibile. In sostanza, l’operazione non garantirebbe condizioni economiche sufficientemente solide per giustificare l’investimento. Per questo nessuno dei partecipanti sarebbe disposto a procedere da solo e anche Arvedi avrebbe deciso di sfilarsi.
JINDAL RESTA IN CORSA: COSA SUCCEDE DOPO IL RITIRO ITALIANO
Con l’uscita delle imprese italiane, l’attenzione torna a concentrarsi su Jindal, il gruppo siderurgico indiano che non ha ancora formalizzato un’offerta vincolante, ma indicato come l’unico soggetto ad aver mantenuto un dialogo costante con i commissari dell’amministrazione straordinaria di Acciaierie d’Italia, mentre gli americani di Flacks rimangono defilati. Il progetto di Jindal punterebbe a una mini-Ilva senza ciclo integrale, con un massimo di 3-4mila occupati. La scadenza per la presentazione delle offerte vincolanti è fissata alla mezzanotte dell’8 novembre.
STOP AGLI ALTIFORNI: COME CAMBIA LA GARA PER L’EX ILVA
La procedura di vendita si svolge dopo la decisione della Corte di Cassazione del 29 ottobre, che ha confermato lo stop agli altiforni dello stabilimento di Taranto. La Corte ha respinto il ricorso contro la decisione della Corte d’Appello di Milano, che aveva disposto la chiusura dell’area a caldo per ragioni legate alla salute e all’ambiente. Il pronunciamento ha inciso sulle prospettive della vendita: la cordata italiana era interessata soprattutto alle attività a valle, mentre il gruppo indiano Jindal aveva valutato anche il perimetro degli impianti a caldo.
IL 6 NOVEMBRE IL TAVOLO SULLA CASSA INTEGRAZIONE
Sul fronte occupazionale, venerdì 6 novembre i sindacati dei metalmeccanici sono convocati al Ministero del Lavoro per l’esame congiunto della richiesta di cassa integrazione guadagni straordinaria presentata da Acciaierie d’Italia per un massimo di 8.622 lavoratori.

