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Pillay Nobel

Navi Pillay vince il Nobel per la Pace: chi è l’ex giudice della Corte Penale Internazionale

La battaglia contro l’apartheid in Sudafrica, la guida dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani,  la commissione d’inchiesta che ha accusato Israele di genocidio a Gaza: il percorso della giurista sudafricana Navi Pillay, premiata dal Comitato norvegese con il Nobel per la Pace 2026

Il Premio Nobel per la Pace 2026 va a Navanethem “Navi” Pillay, giurista sudafricana di origini tamil-indiane ed ex giudice della Corte penale internazionale. Il riconoscimento premia il suo impegno nella difesa dei diritti umani e del diritto internazionale, in una fase in cui le istituzioni giudiziarie multilaterali sono sottoposte a crescenti pressioni politiche.

LA MOTIVAZIONE DEL NOBEL E LA BATTUTA SU TRUMP

Nella motivazione, il Comitato norvegese ha sottolineato “il suo impegno nel promuovere la pace e il diritto internazionale”. Pillay ha appreso la notizia mentre si trovava a Norimberga, in Germania, in occasione di un appuntamento dedicato ai principi del diritto internazionale.

Dopo aver ricevuto gli applausi dei presenti, ha scherzato sulla possibilità di condividere il riconoscimento con il presidente statunitense Donald Trump: “Se applaudite un po’ più forte, potrei condividere il Premio con Trump”. La battuta è stata ripresa in un video pubblicato su X da Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.

CHI È NAVANETHEM “NAVI” PILLAY

Nata a Durban, in Sudafrica, nel 1941, in una famiglia di origine tamil-indiana, Navi Pillay è cresciuta durante l’apartheid, il regime di segregazione razziale che per decenni ha discriminato la maggioranza nera del Paese. Ha studiato legge all’Università del Natal e ha successivamente conseguito titoli accademici avanzati ad Harvard, negli Stati Uniti.

La sua carriera professionale comincia nel 1967, quando diventa la prima donna ad aprire uno studio legale nella provincia sudafricana del Natal. Come avvocata difende numerosi oppositori dell’apartheid, tra cui Nelson Mandela e altri attivisti, e si occupa dei diritti dei detenuti e delle denunce di tortura. Nel 1995, dopo la fine del regime segregazionista, diventa la prima donna nera a ricoprire il ruolo di giudice dell’Alta Corte sudafricana.

Nello stesso anno entra nel Tribunale penale internazionale per il Ruanda, istituito dalle Nazioni Unite per giudicare i responsabili dei crimini commessi durante il genocidio del 1994. Vi presta servizio per otto anni, quattro dei quali come presidente. Il suo lavoro contribuisce a consolidare un principio fondamentale della giustizia internazionale: lo stupro e la violenza sessuale possono costituire atti di genocidio quando sono commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo protetto. Un passaggio legato anche al processo contro Jean-Paul Akayesu, nel quale il tribunale riconobbe la rilevanza di tali violenze nella commissione del genocidio.

Pillay ha poi ricoperto l’incarico di giudice della Corte penale internazionale, con sede all’Aia, prima di essere nominata nel 2008 Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani, ruolo mantenuto fino al 2014. Da quella posizione ha lavorato alla promozione e alla tutela dei diritti fondamentali su scala internazionale.

È inoltre giudice ad hoc della Corte internazionale di giustizia, il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite. In tale veste è coinvolta nel procedimento promosso dal Gambia contro il Myanmar per presunte violazioni della Convenzione sul genocidio ai danni della minoranza rohingya. La Corte internazionale di giustizia, che dirime controversie tra Stati, è distinta dalla Corte penale internazionale, competente a giudicare le responsabilità penali individuali.

IL REPORT ONU CHE PARLAVA DI GENOCIDIO

Il riconoscimento arriva anche dopo il lavoro svolto alla guida della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, e su Israele. Nel settembre 2025, il gruppo di esperti ha pubblicato un rapporto nel quale ha concluso che Israele ha commesso un genocidio nella Striscia di Gaza.

L’indagine si concentrava sulle operazioni militari israeliane, sulle dichiarazioni delle autorità e sulle condizioni imposte alla popolazione palestinese dal 7 ottobre 2023, individuando quattro dei cinque atti contemplati dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 per la prevenzione e la repressione del genocidio: “È chiaro che esiste l’intenzione di distruggere i palestinesi a Gaza attraverso atti che soddisfano i criteri stabiliti dalla Convenzione sul genocidio”, aveva dichiarato Navi Pillay presentando le conclusioni dell’inchiesta.

Il rapporto attribuiva la responsabilità ai più alti livelli delle autorità israeliane, indicando il presidente Isaac Herzog, il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant in relazione all’incitamento al genocidio. Israele ha respinto le accuse, contestando le conclusioni della Commissione e la sua imparzialità.

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