Rottura totale all’interno della Commissione d’inchiesta sul Covid. L’opposizione e minoranze escono dall’aula accusando la presidenza di aver esternalizzato gli interrogatori in modo illegittimo. Dietro lo scontro procedurale si staglia l’indagine su una maxi-consulenza da oltre 450mila euro, pagata ai tempi dell’emergenza sanitaria allo studio di un ex collega di Giuseppe Conte.
Caos nella Commissione parlamentare d’inchiesta sulla pandemia: ieri le forze di opposizione hanno deciso di abbandonare l’aula in segno di protesta contro le procedure adottate dal presidente Marco Lisei nell’ambito dell’indagine sulle forniture di kit acquistate in piena emergenza.
LA RICHIESTA DI DIMISSIONI AL PRESIDENTE LISEI
Ieri i rappresentanti di Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e Italia Viva hanno lasciato l’aula chiedendo a gran voce un passo indietro del presidente della Commissione, il senatore di Fratelli d’Italia Marco Lisei.
I capigruppo dell’opposizione accusano il vertice dell’organismo bicamerale di aver delegato a consulenti esterni l’esecuzione di interrogatori a semplici cittadini, convocati fisicamente all’interno di un commissariato di polizia. Ritenendo l’attività d’inchiesta parlamentare strettamente personale e non delegabile a soggetti terzi, le minoranze hanno inviato una lettera formale ai presidenti dei due rami del Parlamento, chiedendo la sconvocazione dell’audizione in corso e giudicando l’intera attività nulla e illegittima.
La replica del senatore Marco Lisei è stata categorica. Il presidente ha respinto ogni addebito e ha garantito che non rassegnerà le dimissioni, precisando che l’attività delegata rappresenta una prassi consolidata delle commissioni e che tale modus operandi era stato precedentemente condiviso all’interno dell’Ufficio di Presidenza, alla presenza degli stessi capigruppo di minoranza e senza sollevare obiezioni.
IL NODO SUL PAGAMENTO DELLE CONSULENZE ALLO STUDIO ALPA
Dietro la querelle procedurale c’è l’indagine per accertare la presenza di eventuali illeciti nelle forniture di kit diagnostici e dispositivi durante la prima ondata del coronavirus. L’audizione al centro della discordia è quella di Marco Spadaccioli, general manager per l’Italia della società Adaltis, azienda specializzata nella produzione di kit diagnostici. L’imprenditore è stato chiamato a chiarire i contorni di un pagamento da 454mila euro erogato per attività di consulenza ai tempi della gestione della struttura commissariale.
Rispondendo alle domande dei parlamentari, Spadaccioli ha ridimensionato la mole di lavoro legata a quella parcella, affermando che la cifra sarebbe servita esclusivamente per l’attività di controllo della documentazione da caricare per le commesse e per la stesura di una singola lettera di sollecito per i mancati incassi. La stesura della missiva sarebbe stata affidata all’avvocato Luca Di Donna, all’epoca dei fatti collega di studio del giurista ed ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte all’interno dello studio Alpa.


