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Poteri Roma Capitale

Poteri a Roma Capitale, perché la riforma nasce mezza morta

Astensione costruttiva dei dem o calcolo politico? Ok in prima lettura alla Camera, ma senza intesa politica. La riforma sui poteri a Roma Capitale si arena. Ecco perché e cosa c’entra la corsa per il Campidoglio

Sì alla Camera, ma senza i voti del Pd e di Italia Viva: la riforma costituzionale che dovrebbe attribuire più poteri a Roma Capitale è passata ieri in prima lettura alla Camera con 159 voti favorevoli, 33 contrari e 55 astenuti, ma il suo futuro pare già compromesso.

Secondo i dem si tratterebbe di “un astensione costruttiva”, in attesa di capire i contenuti della legge ordinaria che attribuirà mezzi e risorse. Per Giorgia Meloni è un voltafaccia rispetto all’annunciata intesa bipartisan, unica via per evitare un referendum su scala nazionale che ad oggi sembra improbabile.

COSA PREVEDE LA RIFORMA

Il provvedimento punta a modificare radicalmente l’articolo 114 della Costituzione, inserendo formalmente Roma Capitale tra i livelli di governo costitutivi della Repubblica, accanto a Comuni, Province, Città metropolitane, Regioni e Stato.

La riforma attribuisce all’ente una potestà legislativa equiparata a quella delle Regioni a statuto ordinario, operando su due fronti. Da un lato vi è la competenza concorrente su materie strategiche come il governo del territorio e la valorizzazione dei beni culturali e ambientali.

Dall’altro, Roma otterrebbe una potestà legislativa residuale su settori chiave per la gestione quotidiana, tra cui il trasporto pubblico locale, il turismo, il commercio, l’artigianato, i servizi sociali, l’edilizia residenziale pubblica e la polizia amministrativa locale.

Il testo prevede inoltre l’approvazione di una successiva legge ordinaria “rinforzata” per stabilire l’ordinamento dell’ente e le forme di decentramento verso i Municipi, garantendo al contempo autonomia amministrativa e finanziaria.

I PROSSIMI PASSAGGI

Dopo il sì della Camera, il disegno di legge dovrà ora passare all’esame del Senato. Tuttavia, l’attuale mancanza di una maggioranza dei due terzi rende quasi certo il ricorso al referendum confermativo. Tombale la premier: “Oggi si interrompe un processo costituente. Il Pd e il sindaco Gualtieri dovranno rendere conto di questa scelta di fronte ai cittadini”. E in effetti sembra poco realistico chiamare alle urne l’intero corpo elettorale nazionale per una norma che impatta specificamente sulla Capitale.

“Una scelta che colpisce molto perché, – prosegue la nota di Palazzo Chigi – il testo del ddl costituzionale ha raccolto nel corso dell’esame parlamentare le proposte presentate dal Sindaco di Roma, Roberto Gualtieri”.

COSA C’ENTRA LA CORSA PER IL CAMPIDOGLIO

Sull’iter che doveva essere condiviso grava l’ombra della prossima campagna elettorale per Roma, prevista per la primavera del 2027. Il timore a sinistra è che una riforma priva di fondi a disposizione entro le elezioni comunali possa trasformarsi in un boomerang amministrativo nell’eventuale secondo mandato di Gualtieri.

Sul dietrofront dei dem pesa anche l’imbarazzo di votare una riforma appoggiata dall’intero centrodestra, ma verso cui gli alleati di Avs e M5S si esprimono in senso contrario. Così, si sceglie di tenersi le mani libere, legando la ricostruzione di un sì condiviso al confronto sulla legge ordinaria.

Poco male per la maggioranza: il voto compatto a favore è possibile grazie a un emendamento che ipotizza un’estensione delle deleghe amministrative anche ad altre città metropolitane – il pensiero qui va a Milano – e piace alla Lega.

Nella Capitale si punta a incassare il merito politico di aver portato la legge al primo traguardo, preparando frattanto il terreno per accusare gli avversari di aver fermato una trasformazione attesa da oltre vent’anni.

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