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Fondi Safe

Spese militari, cosa sono i fondi Safe “prenotati” da Tajani

Il ministro degli Esteri sembra annunciare un passo in avanti del governo sul nodo dei prestiti Safe, il fondo europeo destinato alle spese militari. Poi aggiusta il tiro: la decisione finale sull’effettivo utilizzo e sulle coperture finanziarie arriverà entro la fine dell’anno. Il punto

È un nodo di non poco conto quello relativo alle spese militari: la maggioranza teme un impatto negativo sull’opinione pubblica, mentre all’Economia si faticano a contenere le conseguenze nefaste della guerra sul piano economico. Per questo è sembrata da subito una presa di posizione forte quella del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha annunciato stamane: “abbiamo deciso di utilizzare Safe chiedendo un intervento di 14,9 miliardi. Entro la fine dell’anno formuleremo la nostra proposta”.

Poi però arriva il dietrofront: a margine dell’audizione sugli esiti del vertice Nato di Ankara, lo stesso vicepremier precisa che l’Italia avrebbe soltanto “prenotato” la cifra e che la scelta definitiva arriverà soltanto a fine anno. Perché questa marcia indietro? È vero, come dice il senatore leghista Borghi che l’ultima parola spetta al Parlamento? E come funzionano davvero i fondi Safe?

LA VERSIONE DI CROSETTO

A chiarire gli aspetti tecnici ed economici della misura è intervenuto subito dopo Tajani il ministro della Difesa Guido Crosetto. II ricorso al fondo Safe non costituisce una spesa aggiuntiva rispetto a quella prevista a bilancio, bensì uno strumento di finanziamento alternativo ai titoli di Stato tradizionali come Bot e Cct, da valutare in termini di pura convenienza finanziaria. La vera scelta politica, ha sottolineato il titolare della Difesa, risiederà nello scostamento di bilancio che verrà votato a settembre, ipotizzato nella misura dello 0,9% per la difesa e dello 0,6% per l’energia.

Un punto che si lega alla richiesta di flessibilità avanzata da Roma a seguito dell’acuirsi della crisi iraniana, ottenendo dalla Commissione europea la possibilità di una deroga all’interno della clausola di salvaguardia nazionale per investimenti nella sicurezza energetica. L’esito finale della trattativa interna all’esecutivo dipenderà anche dalla revisione dei dati sull’effettivo impatto del Superbonus edilizio sui conti pubblici del 2025, i quali potrebbero influenzare i tempi di un’eventuale uscita dell’Italia dalla procedura per deficit eccessivo.

COS’È IL FONDO SAFE

Lo strumento di azione per la sicurezza dell’Europa, noto con l’acronimo Safe (Security Action for Europe), è un programma finanziario ideato per rafforzare rapidamente e in modo significativo gli investimenti nel settore della difesa e sostenere la base industriale e tecnologica europea. La misura rappresenta il primo pilastro del piano ReArm Europe, successivamente mutuato nella denominazione ‘Prontezza per il 2030’, presentato nel marzo 2025 dall’esecutivo comunitario guidato dalla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, la quale ha posto il raggiungimento dell’autonomia strategica nella sicurezza tra i principali obiettivi del proprio mandato.

Il regolamento istitutivo del fondo è entrato ufficialmente in vigore il 29 maggio 2025 con l’obiettivo di fornire assistenza finanziaria sotto forma di prestiti agli Stati membri per un valore complessivo fino a 150 miliardi di euro. Le risorse vengono reperite dall’Unione europea sul mercato dei capitali attraverso la propria capacità di prestito mediante l’emissione di obbligazioni comunitarie nell’ambito dell’approccio unificato in materia di finanziamenti.

COME FUNZIONA IL FONDO SAFE

Il funzionamento di Safe si basa su un’assegnazione del bilancio orientata alla domanda degli Stati aderenti, che ricevono i finanziamenti sotto forma di prestiti a lungo termine rimborsabili in 45 anni, accompagnati da un periodo di tolleranza iniziale di 10 anni.

Lo strumento finanzia investimenti urgenti da realizzare di norma tramite appalti comuni tra almeno due Paesi partecipanti, pur consentendo procedure che coinvolgano un solo Stato membro per un periodo di tempo limitato.

CHI HA GIÀ RICHIESTO I FONDI SAFE

La normativa stabilisce criteri rigorosi sulla provenienza della componentistica: nei contratti d’appalto la quota derivante da Paesi terzi, dall’Ucraina o dai membri dello Spazio Economico Europeo ed Efta (Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera) non può superare il 35% del costo totale. Al momento, 19 Stati membri hanno richiesto l’accesso ai fondi con programmi vidimati da Commissione e Consiglio Ue. Il Consiglio ha già approvato i finanziamenti per 18 Paesi, tra cui spiccano la Danimarca con 46,8 miliardi di euro, la Polonia con 43,7 miliardi, la Romania con 16,7 miliardi e la Francia con oltre 15 miliardi. Tra i Paesi richiedenti si registra l’eccezione dell’Ungheria: il piano originario presentato dal premier ungherese Viktor Orban non aveva ottenuto la luce verde da Bruxelles, ma il successivo cambio di leadership con l’insediamento del neopremier ungherese Peter Magyar ha portato a una ristrutturazione del progetto e all’ottenimento di un tempo supplementare da parte dell’esecutivo europeo.

Al di fuori del blocco Ue, la partecipazione agli appalti è consentita a Paesi partner come Regno Unito, Canada, Corea del Sud, Giappone, Albania, India, Macedonia del Nord, Moldova e Svizzera, previo via libera delle istituzioni comunitarie, al momento giunto formalmente solo per Ottawa a seguito del voto dell’Eurocamera.

COME SI POSSONO UTILIZZARE

Gli acquisti sostenibili con le risorse di Safe si dividono in due categorie d’intervento. La prima categoria comprende munizioni, missili, sistemi d’artiglieria, capacità di combattimento terrestre ed equipaggiamenti per la fanteria, droni di piccole dimensioni e relativi sistemi anti-drone, protezione delle infrastrutture critiche, sicurezza cibernetica e mobilità militare.

La seconda categoria riguarda invece sistemi di difesa aerea e missilistica, capacità marittime di superficie e subacquee, droni di grandi dimensioni, abilitanti strategici per il trasporto aereo e il rifornimento in volo, sistemi C4ISTAR, risorse spaziali, intelligenza artificiale e guerra elettronica, per i quali sono previste condizioni di ammissibilità più restrittive in materia di autonomia tecnologica.

DECIDERÀ IL PARLAMENTO?

Dunque la decisione spetta alle Camere, come già il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva sostenuto e oggi ribadisce il suo compagno di partito, il senatore Claudio Borghi? Non strettamente, nella misura in cui non ci sarà una votazione del Parlamento sì/no sull’impiego dei fondi Safe. Il Parlamento interverrebbe semmai sulla parte di politica di bilancio, cioè se saranno necessari nuovi impegni di spesa, eventuali variazioni di bilancio o lo scostamento di bilancio, approvando o respingendo il finanziamento di specifici programmi e per quale importo.

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