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Lo strano aiuto di Fico a Giuseppe Conte

aiuto fico conte

È un aiuto piuttosto stravagante quello offerto a Conte da Roberto Fico, che chiede gli Stati generali permanenti per il M5S

Come aiuto a Giuseppe Conte o contributo alla stabilità del governo, che il presidente del Consiglio difende anche dall’ipotesi di un rimpasto “rivelando” al direttore della Stampa, in una intervista telefonica, che “nessuna forza” della maggioranza gliel’ha chiesto, è quanto meno stravagante quello che gli ha offerto il presidente della Camera Roberto Fico. Il quale ha chiesto per il suo movimento in crisi di identità, e di voti, “Stati Generali permanenti”.

Dal niente, qual è stato sino ad ora il congresso annunciato per la primavera scorsa e poi rinviato per l’emergenza virale, anche se Davide Casaleggio lo immaginava elettronico, al solito, con la “piattaforma” da lui gestita, si vuole passare al troppo. Che è appunto un congresso permanente, continuo come la “lotta continua” a suo tempo offerta agli italiani da Adriano Sofri, con tutti gli inconvenienti che ne derivarono, compreso l’omicidio del commissario Luigi Calabresi nel 1972.

Un congresso continuo, credo a questo punto di natura ancor più elettronica, con i computer di qualche decina di migliaia di militanti, o simili, sempre accesi perché i loro titolari possano tastare -da tasto- i loro umori e dettare la linea ai “portavoce”, come da quelle parti si chiamano e vengono percepiti i parlamentari, terrebbe il governo ancor più di adesso in un clima di incertezza e confusione. Sarebbe altro che la “nuova fase”, più di fatti che di parole, chiesta dal Pd di Nicola Zingaretti già prima del turno elettorale di domenica e lunedì scorsi e riproposta dopo il voto nella convinzione di disporre adesso di un maggiore potere contrattuale, con i grillini superati generalmente nelle urne anche dai fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Persino Vauro, sulla prima pagina del Fatto Quotidiano, ha canzonato i festeggiamenti elettorali dei pentastellati, sopra e sotto il balcone.

Il congresso continuo, o permanente, teorizzato dal presidente della Camera sarebbe l’amplificazione, non la sostituzione di quella che lo stesso Fico ha definito “la guerra per bande” in corso nel suo movimento. Dove c’è gente che vuole battersi davvero dentro casa, mica per finta. “Congresso vero, non accetto farse”, ha fatto dire La Stampa in prima pagina ad Alessandro Di Battista, che ha definito quella appena raccolta nelle urne la maggiore sconfitta del movimento grillino nella sua storia, per niente mitigata dalla vittoria del sì referendario alle Camere sforbiciate.

Dopo quel sì che ha gonfiato il petto di Luigi Di Maio, caricandolo di nuova forza nel supplemento della campagna elettorale in cui è impegnato per i ballottaggi comunali del 4 ottobre cui sono arrivati i sia pur pochi candidati comuni di 5Stelle e Pd, il futuro del Parlamento italiano è stato indicato con la solita sbrigatività, o il solito sadismo politico, da Beppe Grillo in persona. Che, caricato ulteriormente dalla circostanza di parlarne in collegamento col presidente del Parlamento europeo, ha riproposto il sorteggio, non l’elezione dei rappresentanti del popolo. Grillo “chiude il Parlamento”, hanno tradotto in prima pagina quelli del manifesto, non esagerando per niente di fronte alla “democrazia diretta”, continua ed elettronica come il congresso teorizzato da Fico, riproposta dal fondatore, “elevato” e quant’altro del movimento attorno ai cui problemi interni ruota questa legislatura, giunta solo a metà del suo percorso. Figuriamoci l’altra metà che ci aspetta.

Tutti i Graffi di Damato

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