Critiche su salari, contratti e metodo al decreto Primo maggio. Ecco i punti contestati
Il Primo Maggio è la festa dei lavoratori, ma secondo la Cgil il decreto varato dal governo va in tutt’altra direzione. Maurizio Landini, intervistato ieri a DiMartedì, smonta il provvedimento con parole nette: “In questo decreto, i 960 milioni che hanno stanziato vanno alle imprese. Le critiche e la soddisfazione di CISL e UIL
CGIL: NESSUN BENEFICIO REALE PER I LAVORATORI
La critica più netta arriva dalla CGIL. Landini definisce il decreto sbilanciato a favore delle imprese e poco verso i lavoratori, sostenendo che le risorse stanziate sono destinate quasi esclusivamente agli incentivi per le aziende che assumono e non ai salari. Manca un intervento strutturale sul potere d’acquisto dei lavoratori, in un contesto segnato da inflazione e stagnazione salariale. “Questo decreto non dà un euro in più ai lavoratori”, è la sintesi della posizione sindacale, che denuncia anche l’eccessiva pressione fiscale sui redditi da lavoro. Viene contestata la scelta di puntare sugli sgravi contributivi come leva principale per l’occupazione, ritenendola inefficace se non accompagnata da politiche di aumento dei salari e rafforzamento dei diritti. Al sindacato fa eco anche il giuslavorista Maurizio Del Conte, che in un’intervista rilasciata all’Avvenire, dichiara di non comprendere l’urgenza di questo decreto alla vigilia del primo maggio, sostenendo che “è un decreto omnibus, che mette insieme temi diversi senza un vero filo conduttore. Le norme che prevedono risorse economiche per bonus vari si potrebbero riassumere con una operazione di proroga o reiterazione di benefici fiscali a favore dei datori. Ciò che manca, purtroppo, è una visione di riforma del lavoro”.
IL NODO CONTRATTI E DELLA RAPPRESENTANZA
Un altro punto centrale delle critiche riguarda la regolazione dei contratti collettivi e il rischio di legittimare i cosiddetti “contratti pirata”. Le prime versioni del decreto prevedevano di assumere come riferimento i contratti più applicati, anche se firmati da organizzazioni meno rappresentative. Una scelta che ha provocato una reazione compatta di CGIL, CISL e UIL e ha portato il governo a rivedere parzialmente il provvedimento. Secondo i sindacati, questo approccio avrebbe favorito forme di dumping contrattuale, con salari più bassi e minori tutele.
SULLA RETROATTIVITÀ PASSA LA LINEA DELLE IMPRESE
La retroattività automatica degli aumenti per i contratti scaduti s’è invece scontrata con il niet delle associazioni datoriali. Per Confcommercio e Confindustria c’era il timore che la misura generasse una valanga di contenziosi e costi imprevedibili per le imprese, dato che avrebbe imposto alle aziende di pagare aumenti arretrati anche per periodi lunghi di mancato rinnovo. Per questo il governo ha scelto una linea più morbida: non ci sarà più l’obbligo di far partire gli incrementi dalla scadenza, ma saranno sindacati e imprese a decidere tempi, eventuali una tantum e compensazioni nel rinnovo, Resta però una penalizzazione per i rinnovi in ritardo: se passano 12 mesi senza accordo, gli stipendi vengono adeguati all’Ipca solo al 30% (non più al 50% come previsto inizialmente). Dopo un anno, inoltre, salta anche il contributo di assistenza contrattuale, dove previsto.
CONTESTATO IL METODO: “NESSUN CONFRONTO CON LE PARTI SOCIALI”
Oltre ai contenuti, la Cgil critica il metodo seguito dal governo. Landini ha accusato l’esecutivo di intervenire sul lavoro senza un reale coinvolgimento delle parti sociali, denunciando un approccio considerato unilaterale. Secondo questa lettura, il decreto rappresenta l’ennesimo intervento calato dall’alto, che rischia di compromettere il dialogo già avviato tra sindacati e imprese su temi cruciali come contrattazione e rappresentanza.
LE POSIZIONI DI CISL E UIL
Parziale soddisfazione della CISL, che in attesa di leggere il decreto nella versione definitiva, accoglie favorevolmente gli elementi illustrati in conferenza stampa dal governo. La Uil, per voce di Bombardieri, già prima del Consiglio dei ministri aveva definito giuste le scelte di legare la definizione di salario dignitoso ai contratti collettivi firmati dai sindacati maggiormente rappresentativi e di condizionare la concessione degli incentivi all’applicazione di quei contratti.


