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“Se al referendum sulla giustizia vince il “sì” il dividendo politico per Meloni arriva al 2027″. Parla il prof. Luigi Di Gregorio

Il referendum sulla giustizia è nella morsa della polarizzazione. Intervista al prof. Luigi Di Gregorio, professore associato di Scienza Politica presso l’Università della Tuscia di Viterbo

Il prossimo 22 e 23 marzo si terrà il referendum confermativo della legge costituzionale in materia di giustizia. A dispetto di un testo tecnico, recante “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, la comunicazione degli schieramenti si sta dimostrando inquinata dalla polarizzazione, una delle “malattie” di cui soffre l’informazione della nostra quotidianità. Lo spazio per il confronto tecnico sui contenuti della riforma appare, difatti, sempre più contenuto. Delle strategie comunicative di maggioranza e opposizione ne abbiamo parlato con il prof. Luigi Di Gregorio, professore associato di Scienza Politica presso l’Università della Tuscia di Viterbo, dove insegna Comunicazione Pubblica e Politica.

La comunicazione del referendum sulla giustizia è oggetto della polarizzazione, un pendolo che va dal rischio di tenuta democratica alla politicizzazione della magistratura. Non c’è scampo da questo modo di informare i cittadini elettori?

La polarizzazione è ormai una dinamica strutturale della comunicazione politica. Viviamo in un ambiente mediatico saturo di informazioni, con unofferta di contenuti illimitata e unattenzione disponibile molto scarsa. In questa economia dellattenzione sopravvivono soprattutto i messaggi che semplificano, rendono immediatamente riconoscibile una posizione e riducono la fatica cognitiva della scelta.

Il referendum, peraltro, è di per sé un dispositivo polarizzante, perché costringe a ridurre la complessità in una scelta binaria (SI o NO) e, così facendo, trasforma facilmente questioni tecniche in conflitti identitari. Il caso del referendum senza quorum rappresenta un ulteriore amplificatore della polarizzazione, perché quando non esiste una soglia minima di partecipazione, lobiettivo principale non è tanto persuadere gli indecisi quanto mobilitare chi è già orientato. In altre parole, non vince chi spiega meglio, ma chi riesce a rendere la scelta emotivamente urgente, portando più persone alle urne.

Negli ultimi anni, inoltre, laffluenza tende a essere sempre più bassa. E questo rende ancor meno efficace la persuasione e più centrale la mobilitazione identitaria. Per questo vediamo emergere frame contrapposti – difesa della democrazia da una parte, denuncia della politicizzazione della magistratura dallaltra – che trasformano un tema complesso in una narrazione simbolica facilmente riconoscibile.

C’è qualcosa di vero, e se sì cosa a suo parere, nei due suddetti estremi della comunicazione referendaria?

Entrambi i frame si appoggiano su elementi reali, ed è proprio questo che li rende credibili, ognuno per il proprio pubblico. Un pocome accade con le fake news: funzionano quelle verosimili, non quelle incredibili. Intervenire sulla giustizia significa toccare un equilibrio sensibile tra poteri dello Stato e dunque legittima il frame della tenuta democratica. Allo stesso tempo, il tema della politicizzazione della magistratura intercetta percezioni diffuse e sedimentate nel tempo.

Il problema è che le verità parziali spesso diventano totalizzanti. Quando una cornice interpretativa domina, tende ad assorbire ogni informazione successiva e il dibattito smette di concentrarsi sui contenuti specifici per trasformarsi in una contrapposizione simbolica.

In termini comunicativi e cognitivi, è molto frequente che prima si scelga la cornice e solo dopo si cerchino le argomentazioni che la confermano. In politica, in particolare, succede spesso che le conclusioni arrivino prima delle premesse. Non decidiamo partendo dai dettagli tecnici per arrivare alla posizione politica; più spesso avviene il contrario.

Secondo lei il centrodestra sta riuscendo a evitare che il referendum diventi un voto sul Governo?

Ci sta provando, con una scelta strategica precisa. Ma lo fa su un equilibrio sottile. Il principale fattore mobilitante nella politica personalizzata è la leadership, e oggi la figura più mobilitante del campo di centrodestra è decisamente Giorgia Meloni. Il suo coinvolgimento parziale tutela il governo dalla personalizzazione del voto, ma può anche ridurre la capacità di attivare pienamente lelettorato favorevole al sì. È un classico dilemma della politica contemporanea, quello di essere presenti senza diventare il tema.

Dallaltra parte, anche la logica del centrosinistra presenta pro e contro. Cercando di personalizzare il referendum attorno alla figura della Presidente del Consiglio per trasformarlo in un voto contro di lei, corre il rischio che, se il NO dovesse perdere, il dividendo politico per Meloni sia rilevante, con probabili effetti anche in vista delle politiche del 2027.

Quale opinione ha, invece, della comunicazione che sta operando il centrosinistra, allinterno del quale c’è unanima, quella del PD riformista, che sostiene le ragioni del sì al referendum.

La posizione del PD è comunicativamente complessa.  Gli esponenti di sinistra favorevoli al referendum non rappresentano soltanto una dinamica interna al centrosinistra, contribuiscono a ridefinire il frame complessivo della competizione. In un voto in cui la mobilitazione è decisiva, ampliare la coalizione simbolica conta quasi quanto ampliare quella numerica, perché aumenta la legittimità percepita della riforma e rende meno efficace la polarizzazione tradizionale. Da questo punto di vista, la spaccatura interna al PD è un asset comunicativo rilevante per il Sì. Quando il sostegno attraversa gli schieramenti, la proposta appare meno ideologica, abbassando le resistenze degli elettori meno politicizzati. Tuttavia, questa è soprattutto unespansione potenziale, perché senza una dinamica realmente mobilitante rischia di restare teorica, dato che, come abbiamo detto, non vince chi convince di più, ma chi porta più elettori alle urne. Al contrario, il fronte che tende a impostare il voto come un referendum contro Meloni e contro il governo risulta più mobilitante per il proprio elettorato perché attiva una dinamica oppositiva chiara, pur restringendo il perimetro del consenso. Espansione e mobilitazione raramente coincidono, e la vera partita strategica è riuscire a tenerle insieme.

Dal punto di vista della comunicazione in che modo si può, invece, informare il cittadino sul vero oggetto del referendum?

Riportare il confronto sui contenuti non significa semplicemente spiegare meglio la riforma. In un referendum senza quorum gli attori politici sono incentivati a mobilitare più che a chiarire, e molti elettori si muovono dentro cornici identitarie già definite. Per questo il problema non è tanto cosa dire, ma soprattutto chi lo dice, in quale contesto e con quale legittimità percepita.

Una prima strategia riguarda proprio la scelta dei “portavoce” del messaggio. La stessa informazione può essere accolta o respinta a seconda della credibilità di chi la trasmette. Un esempio concreto: se a spiegare gli effetti della riforma è un leader politico, una parte del pubblico attiverà automaticamente un filtro difensivo; se invece la stessa spiegazione arriva da un presidente di camera penale, da un magistrato in pensione o da un docente di diritto che non appare schierato, l’informazione attraversa più facilmente i filtri identitari.

La seconda strategia riguarda il formato. Non serve una lezione tecnica, ma micro-simulazioni narrative. Ad esempio, invece di parlare astrattamente della riforma, si può raccontare un caso tipo – “oggi, se sei coinvolto in un procedimento, succede questo; con la riforma cambierebbe quest’altro” – mostrando tempi, passaggi e conseguenze concrete. Le persone elaborano le storie molto meglio delle architetture normative.

La terza riguarda il contesto comunicativo. Un messaggio inserito in un talk show polarizzato viene immediatamente interpretato come segnale di appartenenza; lo stesso messaggio dentro un format percepito come terzo aumenta la probabilità che venga valutato nel merito.

Infine, è decisivo dissociare esplicitamente il voto dall’identità politica. Dire che si può votare sì senza sostenere il governo e si può votare no senza difendere pregiudizialmente lo status quo aiuta a ridurre la pressione tribale e riapre uno spazio cognitivo minimo per il confronto sui contenuti.

In sintesi, riportare il dibattito sul merito non è solo un problema di buona volontà, ma anche di progettazione comunicativa, con portavoce legittimi, formati narrativi concreti e contesti che non trasformino ogni messaggio in una dichiarazione di appartenenza.

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