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Perché a Berlusconi (come a Salvini) non conviene tirare la corda. Parla Luigi Di Gregorio

Meloni Berlusconi

Conversazione di Policy Maker con il politologo Luigi Di Gregorio su  Berlsuconi, Salvini e dintorni

Il primo giorno di lavoro del nuovo Parlamento, il primo eletto dopo la riforma che ha ridotto il numero di deputati e senatori, ha reso chiare le fratture presenti all’interno della maggioranza di centrodestra. L’elezione del presidente del Senato è arrivata con lo strappo di Forza Italia sul nome di Ignazio La Russa. Troppo forti le tensioni nella composizione del futuro governo per non avere un riverbero sulla scelta della seconda e della terza carica dello Stato.

Di tutto questo ne abbiamo parlato con Luigi Di Gregorio, professore aggregato di Scienza Politica presso l’Università della Tuscia di Viterbo, dove insegna Comunicazione Pubblica e Politica.

Tutti pensavamo che la spina nel fianco per la maggioranza sarebbe stato Salvini, invece Forza Italia non ha votato Ignazio La Russa presidente del Senato.

Lì c’è di mezzo la trattativa sul Governo. Berlusconi si sente un po’ messo da parte e con questo voto ha voluto far pesare il suo malumore su tutta questa trattativa. E poi è arrivato questo aiutino che ha messo le cose a posto per Fratelli d’Italia e anche per la coalizione. Perché a questo punto mi aspetto che Forza Italia rientri nei ranghi al Senato.

Si è visto che esiste al Senato una maggioranza anche senza Forza Italia.

Sì poi è chiaro che non è una maggioranza strutturale ma è stato un segnale del quale Berlusconi deve tener conto. Alla Camera, numeri alla mano, Forza Italia è decisiva ma lo è per una decina di deputati. Se dovesse accadere quello che è successo al Senato con l’elezione di Ignazio La Russa, Forza Italia sarebbe battuta per la seconda volta su una votazione importante e aprirebbe di fatto una crisi di maggioranza che non credo che Berlusconi voglia avviare. Non certo in questa fase. Quindi immagino che domani tutto rientri e che voterà il candidato indicato dalla maggioranza.

Bisogna capire chi sono i 17 senatori che hanno votato Ignazio La Russa.

Le opposizioni si sono già accusate tutte e tre a vicenda. È difficile capirlo. I sospetti sono su chi ha parlato per primo, quindi su Renzi e Calenda, negando. E forse anche perché ieri Renzi aveva accusato M5S e PD di mettersi d’accordo per spartirsi le presidenze delle Commissioni, cosiddette di garanzia, tra Copasir e vigilanza Rai. E quindi potrebbe essere stato un segnale, da parte loro, di appoggio al centrodestra per far sì che una di queste commissioni finisca a loro. Però loro hanno 9 senatori e a 17 non ci si arriva. Gli altri voti a Ignazio La Russa per forza sono arrivati da altre forze di opposizione. Quindi direi che se la maggioranza non sta benissimo non è granitica nemmeno l’opposizione.

La Lega sembra essere invece accondiscendente.

Perché alla fine nella trattiva sul numero e sul peso dei ministeri mi sembra gli sia andata bene. È per questo che Berlusconi invece si è agitato. Perché alla fine Lega e Forza Italia sono molto vicine dal punto di vista elettorale. È lì che Berlusconi si è sentito scavalcare, a parte il caso Ronzulli. E quini nell’ultimo giorno quello che doveva essere l’alleato più scomodo è diventato quello meno recalcitrante.

C’è il dubbio che Berlusconi e Salvini vogliano giocare al poliziotto buono e il poliziotto cattivo.

Questo lo vedremo. Io direi che nel breve non convenga a nessuno tirare la corda. Perché Giorgia Meloni ha il vento in poppa, ha già sfilato abbastanza voti, in particolar modo a Salvini perché c’era un bacino più grande da cui pescare. Insomma Meloni è stata 10 anni all’opposizione promettendo agli elettori che sarebbe andata al governo solo con un governo di centrodestra, ora il centrodestra ha la maggioranza nella Camera e nel Senato, mettersi contro di lei oggi potrebbe significare la fine dei consensi. Ragion per cui alla fine credo che l’accordo di troverà e rientreranno nei ranghi. Poi superato l’autunno e l’inverno, se l’Italia riparte come deve, forse vedremo qualche fibrillazione.

Che significato può avere inserire nel governo dei nomi di tecnici?

Meloni ci tiene a fare un governo di alto profilo anche in vista delle sfide che dobbiamo affrontare. Ed è ben consapevole che anche all’estero, sui mercati, in Europa, possono esserci delle ricadute anche in termini di immagine. Lei ha in testa un governo di alto profilo con tecnici di area.

Che vuol dire tecnici di area?

Vuol dire che nel momento in cui un tecnico accetta un incarico di governo sa che non ha a che fare con un governo di larghe intese ma con un governo politico. Con una maggioranza chiara, non trasversale e che deriva dal voto popolare. Lei ne fa una questione di puro curriculum, di credibilità. Quindi se un tecnico accetta quell’incarico sa di entrare in un governo di destra. Cioè lei non vede differenza tra un tecnico e un politico. Mi pare che Salvini e Berlusconi siano più propensi a ministri politici.

E questa può essere la chiave per trovare un equilibrio per rispondere alle esigenze di pragmatismo ma senza rinunciare alla cultura identitaria?

Si perché qualsiasi tecnico che accetti di fare il ministro in questo governo sa che non è un ministro tecnico di un governo tecnico ma un ministro tecnico di un governo politico espresso da una maggioranza di centrodestra, che ha le sue priorità e i suoi valori.

In che modo si declinerà la cultura della destra in cultura di governo?

Allora in una prima fase l’Italia affronterà, e sta affrontando, una crisi molto forte che tocca tutti, le aziende, le famiglie, le istituzioni. E quindi la strada è abbastanza segnata in questa fase. Noi dobbiamo risolvere il problema del caro energia che, di conseguenza, genera il caro vita. Sappiamo che non abbiamo soluzioni a breve in casa nostra. Quindi queste soluzioni andranno cercate in Europa, rassicurando i mercati e con l’atlantismo. Questo significa che questa prima fase, che non sappiamo quanto durerà, abbiamo solo la leva finanziaria e cercare soluzioni a livello sovranazionale. Se queste soluzioni andranno in porto in pochi mesi, funzioneranno, l’Italia tornerà a crescere e potremo partire in una fase ordinaria allora forse vedremo all’opera il programma di centrodestra e qualche indicazione più di destra nell’azione di governo. Nel breve termine secondo me il sentiero è abbastanza stretto ed è riuscire a ottenere il più possibile a livello sovranazionale e in termini di aiuti a famiglie e imprese. 

In cosa consisterà?

Dipende dai conti pubblici, dalle modifiche apportabili al PNRR. Penso soprattutto alla flat tax e alla riduzione delle aliquote fiscali. E poi lo vedremo sulle politiche valoriali, dall’aborto ai diritti civili, ma sulle quali Giorgia Meloni è stata molto rassicurante.

Cosa dobbiamo aspettarci?

Io non mi aspetto delle retromarce. Mi aspetto che su alcuni valori si discuta di più. Nel senso che il centrosinistra su certe tematiche ha un atteggiamento da monopolio della verità. Questa è l’occasione, con questa maggioranza, per ascoltare tutte le campane alla pari, non è un male per la nostra democrazia. Tra l’altro questo è un tema molto dibattuto nel mondo anglosassone, negli Usa, soprattutto a sinistra si dibatte molto sul politicamente corretto, sulle identity policy, perché quello da monopolisti della verità è un atteggiamento illiberale.

Cosa significa per la cultura di destra esprimere la seconda carica del Paese, il supplente del Presidente della Repubblica?

Una novità storica importante che si somma alla novità di avere una premier che arriva dalla cultura della destra. È una grande occasione di maturità per la nostra democrazia. C’è un libro di Piero Ignazi sul Movimento Sociale Italiano che si intitola “Il polo escluso”, cioè un partito presente in Parlamento ma escluso da qualunque ruolo di governo perché aveva una certa derivazione. Poi c’è stata un’evoluzione, AN, Fiuggi, PDL e ora Fratelli d’Italia. Questa è l’occasione per la nostra democrazia di dimostrare che quel polo non è più escluso, è una destra di governo, democratica e forse è anche un modo per fare i conti definitivamente con un pezzo di storia d’Italia, sia da destra che da sinistra. Forse è la volta buona che mettiamo una pietra sopra un conflitto che ormai non ha alcun appiglio con la realtà. E comportarci tutti in maniera più adulta perché non c’è alcun rischio democratico, tutto si può dire a Giorgia Meloni tranne che abbia avuto pulsioni autoritarie. È quella che ha tifato più di tutti per un governo che derivasse dal voto popolare e non da inciuci parlamentari. Non c’è davvero alcun appiglio dietro quella narrazione.

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