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Perché è saltata la riforma dei medici di famiglia e chi ha remato contro

Il ministero della Salute accantona il decreto legge che avrebbe inserito i medici di famiglia nelle Case di comunità, come previsto dal Pnrr. Ecco chi ha frenato la riforma, perché e cosa ne rimane 

Prescritta, discussa e accantonata. Doveva essere una svolta epocale, ma alla fine è la stessa maggioranza a staccare la spina alla riforma dei medici di famiglia. Troppo forte il pressing dei sindacati contro il decreto legge che avrebbe modificato lo status giuridico dei dottori di base, trasformandoli da liberi professionisti a dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale e assegnandoli alle Case di comunità previste dal Pnrr.

IL DIETROFRONT SUL DECRETO

A comunicare lo stop è stato il capo di gabinetto del ministero della Salute Marco Mattei, durante la riunione di ieri con la commissione sanità della Conferenza delle Regioni. Infuriato, l’assessore lombardo Guido Bertolaso, principale sponsor del provvedimento, ha abbandanoto il tavolo, annunciando le dimissioni dal ruolo di vicecoordinatore della Commissione.

Il testo originario, elaborato dal ministro della Salute Orazio Schillaci, è naufragato sotto il peso delle proteste sindacali e dei dissidi interni alla coalizione di governo. Secondo quanto si apprende, la stessa premier Giorgia Meloni avrebbe chiesto al ministro, a margine del Consiglio dei ministri della scorsa settimana, di rallentare l’iter del provvedimento.

IL NODO DELLE CASE DI COMUNITÀ: COSA CAMBIA (E COSA NO)

Archiviata l’ipotesi del passaggio alla dipendenza dei camici bianchi, oggi in regime di convenzione, il ministero della Salute ha dovuto ripiegare su una linea molto più prudente per evitare che la riforma si trasformasse in un boomerang istituzionale.

La soluzione ponte prevede ora un accordo temporaneo con i medici tramite un emendamento a un provvedimento governativo o inserendo una clausola nel prossimo atto di indirizzo della convenzione sulla medicina generale, attualmente vicino al rinnovo. La nuova mediazione prevede l’obbligo per tutti i medici di medicina generale di dedicare almeno 6 ore di attività settimanale all’interno delle Case di comunità.

Dal ministero fanno sapere che l’obiettivo politico resta quello di dare una medicina territoriale più vicina ai cittadini e che il lavoro va avanti, soprattutto per coprire la drammatica carenza di personale nelle nuove strutture finanziate dal Pnrr, la cui scadenza per l’apertura è fissata a fine giugno.

CHI HA REMATO CONTRO

Scrive Repubblica che “le grandi realtà locali di centrodestra, Lombardia in testa, ma anche Lazio e Veneto ci credevano e ci speravano. Hanno problemi a riempire le Case di comunità (al contrario di realtà come Toscana ed Emilia-Romagna) perché tanti medici di famiglia non ci vogliono andare”.

Sullo stop pesa soprattutto la contrarietà dei sindacati di categoria. Soddisfatta la segretaria generale dello SMI Pina Onotri: “Non si può pensare che i medici in servizio, su cui grava già un carico di pazienti enorme, possano stare contemporaneamente negli studi e, per un certo numero di ore, nelle Case di Comunità. (…). La soluzione individuata dalla politica – dice a La Presse – è quella di Arlecchino come servitore di due padroni, ma non può funzionare: aggrava il carico di lavoro dei medici di famiglia, che già oggi è insostenibile. E sta provocando l’abbandono della professione da parte di molti colleghi”.

Ma il colpo decisivo al progetto sarebbe arrivato dalla politica. Forza Italia si è sempre dichiarata contraria alla trasformazione dei medici convenzionati in dipendenti del Servizio sanitario nazionale. Alle resistenze degli azzurri si sarebbero aggiunte quelle di esponenti della Lega e di Fratelli d’Italia. Secondo Repubblica, tra i principali oppositori della riforma ci sarebbe stato anche il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, che avrebbe guidato il fronte contrario all’interno della maggioranza.

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