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Aeroporti Milano

Aeroporti Milano, tutti i dubbi dell’amministrazione Sala sulla fusione Sea-Sagat

L’integrazione tra gli scali di Milano e Torino agita Palazzo Marino. Sotto la lente l’aumento di peso del socio privato F2i senza una gara pubblica, i rischi sulla governance futura e i precedenti in Sardegna e in Campania.

Aggregazione o tutela dell’interesse pubblico? È il nodo che attanaglia la commissione partecipate del Comune di Milano, che da fine mese inizierà il confronto sul progetto di integrazione tra i gestori degli scali di Milano e Torino, Sea e Sagat, emerso lo scorso agosto.

La Commissione dovrà innanzitutto stabilire se il percorso giuridico (senza gara) sia legittimo e poi se l’operazione sia effettivamente conveniente per le casse e il potere decisionale del Comune. Sono infatti diverse le perplessità, sollevate anche nella stessa maggioranza di Beppe Sala, sull’opportunità politica della fusione, tanto più che la giunta meneghina è prossima alla scadenza del mandato e un suo via libera potrebbe condizionare pesantemente il futuro del sistema aeroportuale del Nord-Ovest.

LA PROPOSTA DI FUSIONE

La vicenda ruota intorno all’ipotesi di fusione tra Sea, la società che gestisce gli aeroporti di Linate e Malpensa, e Sagat, gestore dello scalo di Torino Caselle. Attualmente, l’assetto societario vede il Comune di Milano detenere la maggioranza di Sea con il 54,8%, mentre il restante 45%  è nelle mani del socio privato F2i, attraverso la controllata 2i Aeroporti. Sul fronte piemontese, invece, la società Sagat è interamente controllata dallo stesso fondo F2i.

Il progetto allo studio unificherebbe i due soggetti, inevitabilmente portando a una diluizione della quota azionaria in possesso di Palazzo Marino. Il dubbio per l’amministrazione comunale è capire l’impatto dell’operazione sui patti parasociali e sulle eventuali modifiche statutarie, per comprendere se la riduzione percentuale delle azioni corrisponderà a un effettivo ridimensionamento del potere di veto pubblico su budget, investimenti e, non ultimo, sulla nomina dell’amministratore delegato.

VERSO UNA PRIVATIZZAZIONE SENZA GARA?

Ma come sottolineava qualche giorno fa il Foglio, ancor prima di discuterne i pro e i contro, bisogna capire se la proposta di fusione possa reggere giuridicamente, considerando che un soggetto privato andrebbe ad aumentare il proprio peso specifico all’interno di un asset a maggioranza pubblica, senza passare per una gara.

Muovendo dal consueto approccio favorevole alla concorrenza, il quotidiano diretto da Claudio Cerasa si chiede candidamente:  “se attraverso quell’operazione un soggetto privato è destinato ad aumentare il proprio peso dentro una società controllata dal pubblico, perché non verificare attraverso un confronto competitivo se esistano condizioni migliori?”.

COSA RISCHIA IL COMUNE DI MILANO

Oltre alle questioni squisitamente procedurali, emerge una forte criticità legata alla natura fisiologica dei fondi d’investimento coinvolti. I veicoli finanziari che andrebbero ad acquisire le quote pubbliche e un peso maggiore nella nuova società aeroportuale, come il Fondo 3 di F2i, sono infatti strutturati con una precisa scadenza temporale.

Nel caso specifico, la chiusura del ciclo del Fondo 3 è prevista per il 2030, con una possibile estensione di due anni. Giunti a quel termine temporale, i gestori potrebbero liquidare le proprie posizioni vendendo le quote sul mercato. La preoccupazione è che, bypassando oggi una gara pubblica, il Comune di Milano possa ritrovarsi tra qualche anno a condividere la gestione strategica degli aeroporti lombardi con nuovi azionisti non preventivati, magari grandi fondi sovrani mediorientali o investitori cinesi, sfuggendo totalmente al gradimento e al controllo dell’ente pubblico.

I PRECEDENTI

Peraltro, non è la prima volta che F2i spinge per un accorpamento societario senza ricorrere al mercato, e negli altri casi, almeno fin qui, non è andata benissimo. In Sardegna, ad esempio, è in corso una vasta inchiesta sul tentativo di fusione tra gli aeroporti isolani, che prevedeva il passaggio dello scalo di Cagliari-Elmas gestito dalla Sogaer, ente controllato quasi per intero dalla locale Camera di Commercio, al fondo Ligantia-F2i. Le indagini mirano a verificare proprio la regolarità della procedura priva di gara aperta e l’eventuale danno erariale.

Un ulteriore precedente risale al 2016, quando naufragò un analogo tentativo di fondere lo scalo di Napoli, controllato dalla Gesac con maggioranza di F2i, con gli aeroporti di Bari e Brindisi, all’epoca totalmente in mano pubblica regionale. In quel caso, le feroci polemiche politiche legate alle modalità dell’operazione portarono al definitivo accantonamento del progetto.

Stessa sorte che sembra toccata all’operazione sarda, al momento in uno stato di stallo totale, accentuato dalla scadenza dell’accordo preliminare e dalla decisione dell’assessore regionale al Bilancio Giuseppe Meloni di posticipare i fondi per l’operazione al 2027.

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