Dal mondo

Caos e terrore, l’eredità dei Bush 20 anni dopo l’11 settembre 2001

11 settembre

Dalla guerra del Golfo a quella in Iraq, passando per quella in Afghanistan, i Bush, padre e figlio, sembrano aver seminato morte e terrore più di Bin Laden

L’11 settembre 2001, diciannove uomini dirottarono quattro aerei statunitensi carichi di carburante e passeggeri partiti dalla costa orientale e diretti verso quella occidentale. Gli aerei furono fatti schiantare.

Persero la vita 2.977 persone a New York City, Washington DC e fuori Shanksville, in Pennsylvania. L’attacco fu orchestrato dal leader di al Qaeda Osama bin Laden.

LE VITTIME

Nel sito del World Trade Center (WTC) a Lower Manhattan, rimasero uccise 2.753 persone dopo che il volo 11 dell’American Airlines e il volo 175 della United Airlines si schiantarono intenzionalmente contro le Torri Nord e Sud.

Come ricorda la Cnn, “tra coloro che persero la vita durante gli attacchi iniziali e i successivi crolli delle Torri, 343 erano pompieri di New York City, 23 erano agenti di polizia di New York City e 37 erano agenti della Port Authority”. L’età delle vittime varia da 2 a 85 anni.

Al Pentagono di Washington, persero la vita 184 persone quando il volo 77 dell’American Airlines si schiantò contro l’edificio.

Vicino a Shanksville, Pennsylvania, morirono 40 passeggeri e membri dell’equipaggio del volo United Airlines 93 quando l’aereo si schiantò in un campo.

LA GUERRA AL TERRORE

Come ricorda Rainews, mentre i servizi segreti prendevano in custodia il presidente George W. Bush, al suo primo anno alla Casa Bianca, nel timore di nuovi attacchi terroristici, facendogli fare la spola tra le basi militari della Louisiana e del Nebraska, l’allora vice presidente Dick Cheney si rintanò in un “luogo sicuro, non rivelato,” presumibilmente “un bunker all’interno della Casa Bianca da dove dirigeva le azioni del governo”.

Cheney fu un feroce sostenitore della linea dura in risposta agli attacchi dell’11 settembre, usando “qualsiasi mezzo a disposizione”. Iniziò così la War on Terror.

Va ricordato che “per Cheney la tecnica di interrogatorio nota come ‘waterboarding’ era un modo corretto per ottenere informazioni dai terroristi e non una tortura”.

CACCIA AI TERRORISTI IN AFGHANISTAN

Tra i terroristi, 15 erano di origine saudita, due provenivano dagli Emirati Arabi Uniti, uno dal Libano e uno dall’Egitto, e dietro al commando c’era, come detto, Osama bin Laden.

Il 7 ottobre 2001 iniziò l’intervento militare in Afghanistan, con una coalizione a maggioranza statunitense, che entrò a Kabul il 13 novembre per sradicare la rete di Bin Laden.

Le Nazioni Unite annunciarono la formazione della International Security Assistance Force (ISAF), che avrebbe dovuto mantenere il controllo internazionale sul Paese.

La risposta americana non si limitò alla guerra in Afghanistan, ma prese di mira anche l’Iraq.

LA GUERRA IN IRAQ

Colin Powell, confermato all’unanimità come segretario di Stato nel 2001, fu determinante nel perorare davanti alle Nazioni Unite la causa di un’azione militare anche contro l’Iraq, sostenendo – come ricorda Rainews, che “Saddam Hussein stava costruendo armi di distruzione di massa”.

La guerra fu intrapresa, Saddam fu rovesciato e ucciso, l’Iraq fu destabilizzato ma “non furono mai trovate armi di quel tipo”.

LE CONSEGUENZE DELLA GUERRA

Si è calcolato che solo in Afghanistan le vittime statunitensi sono state, nei vent’anni di guerra, più di 2.400, tra militari e operatori in missione, mentre le vittime civili accertate di nazionalità afghana, nello stesso periodo, sono state almeno 38.000.

La guerra al terrore è stata un fallimento anche perché, mentre in Afghanistan e Iraq morivano soldati e civili, il terrorismo ha continuato a colpire in tutto il mondo.

GLI ATTENTATI

Nel 2003 al Qaeda colpì in Arabia Saudita (35 morti), Marocco (45 morti) e Turchia (63 morti).

L’11 marzo 2004 una serie di attentati al sistema dei treni locali a Madrid provocò la morte di 191 persone.

Nel 2005 toccò alla Gran Bretagna: 56 morti in seguito a quattro attentati nella metro e in un autobus a Londra.

Nel 2006 al Qaeda colpì anche in Egitto (20 morti), Iraq (400 morti) e Algeria (41 morti).

Bin Laden, come sappiamo, fu scovato e ucciso solo nel 2011, quando alla Casa Bianca era già arrivato un nuovo presidente, Barak Obama.

LE COLPE DEI BUSH

Nell’articolo del giornalista Mehdi Hasan su The Intercept, si fa notare che già “tredici anni prima che George W. Bush mentisse sulle armi di distruzione di massa per giustificare la sua invasione e occupazione dell’Iraq, suo padre fece la sua stessa serie di false affermazioni per giustificare il bombardamento aereo di quello stesso paese”.

Hasan ricorda quando Bush padre (George H.W. Bush) disse al pubblico americano che l’Iraq aveva invaso il Kuwait “senza provocazione o avvertimento”.

In questo messaggio, fa notare Hasan, “Bush dimenticò di menzionare che l’ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq, April Glaspie, aveva dato un effettivo via libera a Saddam Hussein”.

Bush schierò le truppe statunitensi nel Golfo nell’agosto 1990 per “assistere il governo dell’Arabia Saudita nella difesa della sua patria”.

Come ha scritto Scott Peterson nel 2002, “Citando immagini satellitari top-secret, i funzionari del Pentagono stimarono … che fino a 250.000 truppe irachene e 1.500 carri armati stavano sul confine, minacciando il principale fornitore di petrolio degli Stati Uniti”.

Eppure, quando la reporter Jean Heller del St. Petersburg Times ha acquisito le proprie immagini satellitari commerciali del confine saudita, non ha trovato alcun segno di forze irachene ma “solo un deserto vuoto”.

Il raggruppamento di truppe irachene al confine saudita era stata la giustificazione per l’invio di truppe da parte di Bush, ma era una bugia.

I CRIMINI DI GUERRA

“Sotto Bush Senior – scrive Hasan – gli Stati Uniti hanno sganciato ben 88.500 tonnellate di bombe sull’Iraq e sul Kuwait occupato dall’Iraq, molte delle quali hanno provocato orribili vittime civili”.

“Nel febbraio 1991, per esempio, un attacco aereo statunitense su un rifugio antiaereo nel quartiere Amiriyah di Baghdad uccise almeno 408 civili iracheni”.

Secondo Human Rights Watch, il Pentagono sapeva che la struttura di Amiriyah era stata usata come rifugio della difesa civile durante la guerra Iran-Iraq e tuttavia aveva attaccato senza preavviso. Si è trattato, ha concluso HRW, “una grave violazione delle leggi di guerra”.

Le bombe degli Stati Uniti hanno anche distrutto infrastrutture civili irachene essenziali – “dagli impianti di produzione di energia elettrica e di trattamento dell’acqua agli impianti di trasformazione alimentare e ai mulini per la farina”.

CAOS E TERRORE

Come ha concluso un team di salute pubblica di Harvard nel giugno 1991, meno di quattro mesi dopo la fine della guerra, “la distruzione delle infrastrutture irachene aveva provocato malnutrizione acuta e livelli epidemici di colera e tifo”.

Nel gennaio 1992, Beth Osborne Daponte, una demografa dell’U.S. Census Bureau, stimava che “la guerra del Golfo di Bush aveva causato la morte di 158.000 iracheni, compresi 13.000 morti civili immediati e 70.000 morti per i danni causati all’elettricità e agli impianti di trattamento delle acque reflue”.

I numeri di Daponte contraddicevano quelli dell’amministrazione Bush e lei fu minacciata dai suoi superiori di licenziamento per aver rilasciato “informazioni false”.

Leggi anche: La lettera di Bin Laden che deride Biden

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