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Chi difende ancora (e chi no) il Green Deal

Green Deal

Come si stanno confrontando le forze politiche europee con il Green Deal in vista delle elezioni di giugno? Andiamo a verificare quali sono i diversi approcci e punti di vista

Il Green Deal rischia di non sopravvivere alle prossime elezioni europee. Il piano rivoluzionario del Commissario, dimissionario, Frans Timmermans doveva essere il volano per tornare a crescere l’Ue dopo i devastanti anni della pandemia da Covid 19. La transizione energetica, cardine del piano, doveva consentire al nostro continente di guidare il cambiamento verde e di non esserne vittima o follower frettolosa. È andata così solo in parte perché la transizione verde si è infranta su resistenze, dagli agricoltori ai produttori di autoveicoli, che ne stanno rallentando il percorso. E non bisogna dimenticare il ruolo, più che significativo, giocato dalla guerra in Ucraina e dalle conseguenti difficoltà di approvvigionamento energetico.

REINTKE (VERDI): “GREEN DEAL PER NON PERDERE TERRENO SU CINA E USA”

“Il nostro slogan é “Coraggio!”, e credo questo sia anche lo spirito con cui ci presentiamo alle elezioni. Negli anni passati lo abbiamo dimostrato con il Green Deal, ma anche con politiche sociali, e con la difesa dello stato di diritto. Siamo pronti a portare avanti le nostre proposte, abbiamo avuto risultati su diversi fronti, e non abbiamo paura di prenderci le nostre responsabilità”. A parlare così è la presidente del gruppo dei Verdi al parlamento europeo Terry Reintke, a The Global Conversation.

Strenuo sostenitore del Green Deal, il partito dei verdi, alle prossime elezioni europee rischia di perdere fino a venti seggi nel prossimo Parlamento europeo. “Credo fermamente che una larga maggioranza di europei sappia che è il loro personale interesse ad essere in gioco quando si parla di neutralità climatica – continua Reintke -. Per mantenere questo pianeta vivibile per gli esseri umani, ma anche per i loro interessi economici. Per far sì che l’Unione Europea non perda terreno sulla Cina e gli Stati Uniti, o altri player globali quando si tratta di industria ed economia green”.

UN GREEN DEAL DAL CUORE ROSSO PER IL PSE

Altri sostenitori, più cauti, del Green deal sono i socialisti europei. “Il nostro obiettivo in questo mandato è stato quello di raggiungere un accordo per un Green Deal con il cuore rosso – si legge sul sito dei socialisti europei -! Abbiamo realizzato un’ambiziosa legge sul clima per ridurre le emissioni di CO2, un Fondo sociale per il clima per non lasciare indietro nessuno, un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere per garantire condizioni di parità nel campo della concorrenza per le nostre industrie e, nonostante l’opposizione conservatrice, siamo riusciti a proteggere e a ripristinare la nostra biodiversità, a punire i reati ambientali e a migliorare la qualità dell’aria, oltre a molte altre battaglie”.

Un Green deal dal cuore rosso che non dimentichi le esigenze di sostegno alle imprese e ai lavoratori. Il candidato del PSE alla presidenza della Commissione europea, Nicolas Schmit, ha chiarito che non sono sfioritii i piani ambiziosi del Patto verde europeo. “Dobbiamo riflettere sulle condizioni dell’economia del nostro continente — ha detto il commissario nel corso di un evento di Repubblica –, Ovviamente andremo avanti sul Green Deal, sarebbe una catastrofe fermarlo, ma al tempo stesso dobbiamo dare alle persone la sensazione che nessuno sarà lasciato indietro. Dobbiamo quindi coniugare queste politiche sul clima a un modello sociale forte

PPE: FARE IN MODO CHE IL GREEN DEAL FUNZIONI PER TUTTI

Tra i partiti che hanno costruito e sostenuto la “maggioranza Ursula” il più zoppicante nel sostegno al Green Deal è proprio il partito della commissaria, il Partito popolare europeo (Ppe). Diviso tra le esigenze degli agricoltori e dell’industria, e gli approcci più liberali che impongono il cambiamento in termini energetici, i popolari stanno giocando una partita da equilibristi. “Per far sì che il Green Deal europeo funzioni per tutti, il Gruppo PPE ha sostenuto l’ambizione climatica di ridurre la CO2 di circa il 57% entro il 2030 e ha sostenuto l’innovazione e la ricompensa per le aziende che investono in tecnologie pulite – si legge sul sito del PPE -.

Il gruppo ha fornito sostegno a coloro che si trovano in difficoltà nella transizione verde e ha sostenuto una concorrenza leale per le imprese europee a livello globale durante questa transizione. Abbiamo migliorato i mercati energetici europei, garantendo l’accessibilità economica e la crescita delle energie rinnovabili, e abbiamo promosso incentivi basati sul mercato per gli investimenti nelle tecnologie pulite.

Il Gruppo PPE ha anche difeso il modello europeo di agricoltura familiare e ha stabilito misure per assistere gli agricoltori durante le crisi, con una riserva di crisi di 450 milioni di euro che dimostra il nostro impegno per un futuro sostenibile”. I popolari devono, però, tenere conto delle esigenze dell’economia europea. Così tra le ultime battaglie del PPE trovano posto la riforma della Pac e l’impulso alla competitività. Del Green Deal ha parlato la candidata Ursula von der Leyen, ospite di Fabio Fazio. “Il prossimo anno, per la prima volta, avremo più elettricità eolica, ci siamo liberati dalla dipendenza dal gas russo”, ha detto la commissaria. Ursula von der Leyen ha voluto sottolineare come debbano essere coinvolti dalla transizione anche “l’industria e il ceto medio”, per capire “cosa serve per raggiungere gli obiettivi” climatici stipulati a Parigi e “di cosa hanno bisogno”.

RENEW EUROPE: UNA GRANDE OPPORTUNITÀ

I liberali di Renew Europe riconoscono il green deal come una grande opportunità, non solo una serie di regole, nuove, da rispettare.  La transizione verde non è solo una sfida, è anche un’opportunità:

  • Un’opportunità per creare una crescita verde
  • Un’opportunità per creare le soluzioni tecnologiche del futuro
  • Un’opportunità per creare nuovi posti di lavoro in Europa
  • Un’opportunità per creare un futuro migliore per tutti

Ecco perché quando si parla di problema climatico, si dice: sfida accettata.”

ECR E GREEN DEAL: SCETTICISMO DIALOGANTE

Sul fronte opposto di collocano i conservatori dell’ECR e i nazionalisti di Identità e Democrazia (Id). Il gruppo dei conservatori, il cui presidente è la premier italiana Giorgia Meloni, reputa il Green deal “una gabbia ideologica che porta la firma del commissario Timmermans e mette a rischio interi settori economici europei” per questo hanno raccolto il voto contrario i provvedimenti “sulle case green, sulle emissioni industriali che equiparano le stalle alle fabbriche e sulle asserzioni ambientali (green claims)”. I conservatori dell’Ecr e i nazionalisti dell’ID pongono, nella loro analisi del Green deal, una forte enfasi sugli impatti distributivi negativi che le politiche verdi potrebbero avere.

L’OSTRACISMO DI ID

Ma se i conservatori propongono una strategia climatica “più equilibrata e localizzata, che non dimentichi la gente comune e che dia la priorità alle questioni socio-economiche al benessere socio-economico”, la chiusura dei nazionalisti è più ermetica rivogendo lo sguardo verso la tutela degli interessi nazionali e contro l’“ingerenza di Bruxelles”. Un esempio su tutti l’ostracismo sulla direttiva sulle case green.

“Tra le varie follie previste dal Green Deal proposto dal duo Ursula von der Leyen-Frans Timmermans c’è quella riguardante l’obbligo di rendere gli edifici europei ambientalmente sostenibili – si legge sul sito di ID -. La direttiva, sostenuta fin dall’inizio dai partiti di maggioranza, costringerà i proprietari degli immobili a costose ristrutturazioni. Solo grazie all’impegno della Lega, che fin dall’inizio ha lavorato nelle commissioni competenti per apportare modifiche al testo, è stato possibile almeno eliminare l’obbligo per i cittadini di rispettare le classi energetiche imposte dall’Unione Europea, lasciando questa responsabilità ai singoli Stati membri con tempi più ragionevoli per i piani di ristrutturazione”.

Leggi anche: Chi boicotta il Green Deal di Ursula von der Leyen

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