Dal mondo

Il G7 di Biarritz, l’Isis e i rapporti tesi Cina-Hong Kong. Il Taccuino estero di Orioles

In primo piano nel quarto numero della Summer Edition del Taccuino Estero, l’improvvisa apparizione al G7 di Biarritz del ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif. Nella sezione “notizie dal mondo”, l’Isis che rialza la testa in Siria ed Iraq, le spregiudicate operazioni social di Pechino volte a screditare le proteste a Hong Kong, il porto che il Qatar vuole costruire in Somalia.

Il colpo di teatro (iraniano) di Macron al G7 di Biarritz 

Emmanuel Macron, si sa, è un uomo politico capace di nutrire le sue ambizioni di leader globale anche con iniziative audaci che, nella sua prospettiva, dovrebbero legittimare il ruolo della Francia come attore decisivo se non irrinunciabile nelle grandi partite del pianeta. Vuole insomma essere, il capo dell’Eliseo, il campione indiscusso di un’Europa che gioca al tavolo dei grandi possibilmente con il ruolo del mazziere.

Tutto questo era chiaro da tempo, ma con la mossa clamorosa di ieri al G7 di Biarritz, Macron ha senz’altro superato sé stesso, meritandosi la ribalta dei media mondiali scatenatisi a battere – come possiamo vedere dai tweet contemporanei di Agence France Presse e Reuters –  la notizia del giorno:

 

L’inatteso atterraggio alle due del pomeriggio dell’Airbus del ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif all’aeroporto di Biarritz, che da venerdì era chiuso al traffico commerciale e aperto ai soli jet dei leader dei sette grandi, ha scompigliato le carte di un summit che rischiava di passare alla storia come il canto del cigno di una formula politica, quella del multilateralismo, mai così malridotta come nell’era del sovranismo trumpiano.

Presenti sul posto in gran numero, i reporter registrano la sorpresa dei presenti per una visita che fuori programma è dir poco. Per la CNBC, Donald Trump e il suo seguito sono “colti alla sprovvista” dall’arrivo di Zarif, e qualcuno dello staff sarebbe addirittura “furioso”.

Ma all’Associated Press, un “senior French official” spiega, coperto dall’anonimato, che The Donald era stato informato dell’invito direttamente dal suo collega francese. Quanto alle altre delegazioni, secondo Reuters sarebbero state avvisate “all’ultimo minuto”. A Biarritz insomma, chiosa l’agenzia di stampa britannica, “tutto è accaduto molto velocemente”, quasi a sottolineare che quella di Macron è stata, a seconda dei punti di vista, un’imboscata o un colpo di genio.

Le cronache da Biarritz rivelano, tuttavia, che la crisi con l’Iran era già al centro dell’agenda del G7, e che i leader ne avrebbero discusso approfonditamente durante la cena di sabato. Non è escluso che il tema fosse stato toccato anche durante il pranzo che Macron aveva offerto precedentemente all’amico Donald.

Sta di fatto che nella località costiera francese dove si stava consumando la seconda giornata del vertice n. 45 delle sette potenze più industrializzate del pianeta (anche se la graduatoria, rispetto al 1975, ha registrato non pochi cambiamenti, a partire dalla retrocessione del nostro Paese e del Canada) Zarif può avere, grazie al guizzo di Macron, il suo quarto d’ora di gloria.

Più che ringalluzzito da un blitz che lo lascia sguazzare – secondo il calcolo fatto da Radio Farda – per circa tre ore e mezza al centro della ribalta globale, a pochi passi dagli attoniti (o imbestialiti) amerikani che solo il mese scorso lo hanno messo sotto sanzioni, Zarif può twittare gioioso da Biarritz di aver chiacchierato affabilmente, oltre che con Macron,  col collega francese Le Drian, con il titolare dei conti di Parigi e con non meglio precisati esponenti dei governi di Berlino e Londra.

Con Macron e Le Drian, in verità, Zarif si era visto appena due giorni prima all’Eliseo, come documentato dal tweet dell’ambasciata iraniana di Francia e da quello successivo dello stesso ministro iraniano:

È per questo che, quando l’aereo di Zarif ieri fa improvvisamente arrivo a Biarritz, un portavoce del ministro fa subito sapere che il capo della diplomazia di Teheran era lì su invito del collega di Parigi al fine di “continuare i colloqui” tra i rispettivi governi.

“Zarif “– dichiara subito dopo a Reuters un alto funzionario iraniano –  è lì per trasmettere “la risposta della leadership iraniana alla proposta del presidente francese Emmanuel Macron finalizzata a salvare l’accordo nucleare con l’Iran del 2015”.

Come si possa evitare la rottamazione di un accordo che l’amministrazione Trump ha già irreversibilmente stracciato nel maggio scorso, e che ruolo possa o voglia svolgere Macron in quella che appare chiaramente un’operazione disperata camuffata da gesto audace, lo spiega a chiare lettere la stessa Reuters qualche riga dopo.

L’agenzia riporta infatti il pensiero di due funzionari e di un diplomatico iraniano, che spiegano come l’Iran miri ad esportare da un minimo di 700 mila barili di petrolio al giorno ad un massimo – ma le parole usate dalle tre fonti è che questo sarebbe il livello “ideale” – di 1,5 milioni di barili.

La fine, o l’attenuazione, dell’embargo petrolifero decretato unilateralmente l’anno scorso dagli Usa è dunque – ma questo si sapeva già – la condizione posta da Teheran per salvare l’accordo di Vienna le cui disposizioni sono già state violate il mese scorso dall’Iran, che ha ripreso ad arricchire l’uranio ad un livello superiore alla soglia del 3,67% di purezza stabilita dall’accordo.

A scanso di equivoci, uno dei tre interlocutori persiani di Reuters chiarisce però che da un eventuale negoziato volto a riportare sui binari giusti le relazioni tra Occidente e Iran sarà escluso il programma balistico iraniano, che è proprio uno dei punti che il governo Usa pretende siano messi nel piatto di una nuova trattativa.

Al di là del colpo di teatro architettato da Macron, niente di sconvolgente sembra dunque scaturire dal G7 francese sul fronte della crisi iraniana. Le parti in causa, di fatto, reiterano le proprie posizioni, che solo un miracolo – che poi era proprio quello che probabilmente il presidente francese voleva propiziare, conscio di quanto l’imprevedibile Trump ne sia perfettamente all’altezza – potrebbe avvicinare.

E invece, a Biarritz, il vero spettacolo – quello, per intenderci, cui il tycoon ci ha abituato da quando è cominciato il suo love affair con Kim Jong-un – non avrà mai inizio. Non solo non si registra nessun contatto tra la delegazione iraniana e quella americana, ma dalle fonti Usa trapela che il gesto di Macron non sortisce effetto alcuno. Nessun dietro front sulle sanzioni aTeheran, anzitutto. E poi, aggiunge Reuters mettendo una pietra tombale sull’insolita iniziativa dell’Eliseo, nessun desiderio di concedere a Macron un ruolo di mediatore nella disputa tra la superpotenza a stelle e strisce e la Repubblica Islamica.

Il fallimento francese traspare chiaramente dalla nota dell’Associated Press: “Macron”, spiega l’agenzia, “aveva detto che i leader (dei sette grandi) durante la cena della sera precedente erano d’accordo che lui potesse fare da messaggero con l’Iran per conto del G7. Trump però ha negato ogni genere di accordo – “non ho mai discusso di questo”, ha detto Trump domenica – (…)  e così Macron è stato costretto ad abbandonare il suo ruolo e a riconoscere a Trump lo status di “presidente della potenza mondiale numero uno”.

La mossa di Macron, al contrario, ha partorito un effetto contrario, come dimostrano i tweet acuminati di due trumpiani di ferro come il senatore Usa Lindsey Graham e l’ex ambasciatrice all’Onu Nikky Haley:

I dettagli di questo flop francese risulteranno probabilmente più chiari alle 15:30 di oggi, quando Macron e Trump concluderanno con una conferenza stampa congiunta i lavori del summit.

Già ora, tuttavia, possiamo sottolineare come Iran e Usa restino in rotta di collisione e non vi sia traccia di ripensamenti da parte della Casa Bianca. L’America, al contrario, continua a tessere la tela della sua campagna di “massima pressione” contro Teheran, la cui punta di lancia è ora la formazione di una grande coalizione navale con cui pattugliare il Golfo Persico e impedire ai Guardiani della Rivoluzione di portare avanti la “guerra delle petroliere” cominciata a maggio.

Dopo aver già imbarcato la Gran Bretagna, l’Operazione “Sentinel” (nome che però, riferiscono i media a stelle e strisce, sarebbe destinato a cambiare nell’ambito di un ripensamento generale dell’operazione finalizzata a moltiplicarne le adesioni) ha acquistato la settimana scorsa due nuovi partner – Bahrein e Australia – mentre è sempre più concreta la partecipazione anche di Israele.

L’ingresso della monarchia del Golfo nella coalizione è stato ufficializzato lunedì con una dichiarazione del capo del Comando Centrale Usa, generale Kenneth F. McKenzie, che ha dato il “benvenuto al Regno” in quella che ora è provvisoriamente denominata “International Maritime Security Construct”.

“Apprezzo”, ha scritto il generale, “la decisione di sua maestà il re Hamad bin Isa Al-Khalifa di unirsi al Regno Unito e agli Usa e di assumere un ruolo attivo nel preservare la libertà di navigazione, promuovere la sicurezza marittima e promuovere la de-escalation delle tensioni regionali. (…) Le minacce ai liberi flussi commerciali”, ha aggiunto il n. 1 del CentCom, “sono un problema internazionale che richiede una soluzione internazionale, e siamo lieti che il Regno del Bahrein sia parte di quella soluzione”.

Due giorni dopo, anche l’Australia ha fatto il gran passo quando, parlando ad una conferenza stampa a Canberra, il primo ministro Scott Morrison ha segnalato l’ingresso del suo Paese nella coalizione a guida Usa sottolineando che il “comportamento destabilizzante (dell’Iran) è una minaccia agli interessi dell’Australia nella regione”.  Il “contributo” australiano alla missione, ha però precisato il premier, “sarà limitato nella sua portata e sarà a tempo”.

Ci ha pensato un successivo comunicato del Ministero degli Esteri australiano a dettagliare i termini della partecipazione di Canberra. “Il contributo dell’Australia”, si legge nel testo, comprenderà anzitutto “lo schieramento nel Medio Oriente per un mese, prima della fine del 2019, di un aereo di sorveglianza marittima P-8 Poseidon”. Sarà poi messa in campo “per sei mesi una fregata australiana”. Infine, un numero imprecisato di uomini delle forze armate sarà inquadrato “nel quartier generale dell’operazione in Bahrein”.

L’adesione australiana è dunque più simbolica che altro. Morrison ha tra l’altro voluto precisare che la decisione del suo governo non implica l’adesione dell’Australia alla campagna Usa di massima pressione contro l’Iran. “Si tratta di temi completamente separati”, ha chiarito il primo ministro. “E penso che confonderli sia scorretto”.

Stando a Reuters, infine, le ferventi attività degli Usa sembrano coinvolgere in qualche modo anche Gerusalemme. In settimana l’agenzia di stampa britannica ha riferito che il ministro degli Esteri Katz, durante una riunione a porte chiuse del governo, ha detto – anche se vari membri dell’esecutivo non hanno voluto confermare questa circostanza – che Israele è coinvolto nelle discussioni sulla formazione della coalizione marittima.

A domanda diretta formulata dai reporter di Ynet TV, Katz ha risposto che “Israele in generale è coinvolto in tutto quel che sta succedendo nella regione a proposito dello scontro con l’Iran”. “Gli Stati Uniti”, ha aggiunto il n. 1 della diplomazia dello Stato Ebraico, “stanno portando avanti una politica di sanzioni e vedono certamente in Israele un partner”.

 


TWEET DELLA SETTIMANA

Il politologo americano e presidente di Eurasia Group Ian Bremmer snocciola i dati sulle città più videosorvegliate del mondo, notando che otto su dieci si trovano in Cina.

 


NOTIZIE DAL MONDO

 

In Siria ed Iraq si riaffaccia la minaccia jihadista. A cinque mesi dalla conclusione della battaglia di Baghuz, che ha segnato la fine dell’esperienza politica, militare e religiosa del califfato, lo Stato Islamico mostra tutti i segni di un preoccupante ritorno in auge. Lo scrive il New York Times in un lungo articolo nel quale sottolinea come la formazione jihadista guidata da Abu Bakr al-Baghdadi stia “guadagnando nuova forza, conducendo attacchi di guerriglia sia in Iraq che in Siria, rimettendo in sesto la sua rete finanziaria e facendo nuove reclute”. Secondo il quotidiano Usa, l’IS disporrebbe oggi di almeno 18 mila combattenti sparsi tra la Siria e l’Iraq che, organizzati in “cellule dormienti” o in “strike team”, stanno martoriando i due Paesi con continui “attacchi di cecchini, agguati, rapimenti e assassinii mirati di membri delle forze di sicurezza e leader di comunità”. È nelle zone rurali in particolare che l’IS sta concentrando le sue attività, approfittando dei confini porosi tra Iraq e Siria e di quello informale tra l’Iraq e il Kurdistan iracheno, ma anche del fatto che le forze di sicurezza regolari sono disperse in un territorio quanto mai vasto e che, tra l’altro, vige la massima confusione sulle responsabilità in capo alle singole forze. Il risultato è che, nei primi sei mesi di quest’anno, nelle sole province irachene di Ninive, Salahuddin, Kirkuk, Diyala e Anbar l’IS ha messo a segno 139 attacchi, con un bilancio di 274 vittime mietute tra la popolazione civile, l’esercito e le milizie filo-governative. A indicare l’intensità della minaccia è anche il numero delle munizioni scagliate dagli aerei Usa contro gli insorgenti, che nel mese di giugno – tra bombe e missili – hanno toccato quota 135, un numero doppio rispetto a maggio. Particolare preoccupazione destano poi le ancora ingenti disponibilità finanziarie dell’IS. Si stima che nelle sue casse vi siano almeno 400 milioni di dollari, che sono stati ben occultati in Siria ed in Iraq o messi al sicuro nei Paesi confinanti. A ciò bisogna aggiungere i proventi delle attività economiche su cui il gruppo aveva investito in passato e che vanno dalla pesca, al commercio di auto fino alla coltivazione della cannabis. Per non parlare delle estorsioni che rappresentano un marchio di fabbrica degli islamisti e che prendono di mira soprattutto gli agricoltori dell’Iraq settentrionale, che se si rifiutano di pagare il pizzo vedono i loro raccolti andare in fumo. Rasenta l’emergenza, infine, la situazione nel campo profughi di Al Hol, nel nordest della Siria, dove i curdi alleati degli Usa custodiscono circa 70 mila persone tra cui migliaia di familiari dei jihadisti e foreign fighters. L’intelligence Usa ha da tempo lanciato l’allarme su Al Hol, divenuto ormai – sottolinea il NYT – un “focolaio” dell’ideologia jihadista e “l’incubatore” di nuove leve di terroristi.

 

A Hong Kong, la Cina fa come la Russia e manipola i social. Mentre a Hong Kong non si placa il braccio di ferro tra i manifestanti del campo democratico e le autorità della provincia autonoma, Twitter e Facebook hanno scoperto e neutralizzato numerosi account che, gestiti dal territorio cinese, disseminavano disinformazione sulle proteste in corso. Sia il social di Mark Zuckerberg che quello creato da Jack Dorsey hanno annunciato i propri provvedimenti nella giornata di lunedì. Nel post pubblicato nel proprio blog dedicato alla sicurezza, Twitter ha spiegato di aver scoperto “una significativa operazione di influenza focalizzata sulla situazione a Hong Kong, e specificamente sul movimento di protesta e sulle sue domande di cambiamento politico”. Si tratta di “936 account che originavano dall’interno del (territorio della) Repubblica Popolare Cinese” e che “stavano deliberatamente e specificamente tentando di seminare la discordia politica a Hong Kong, compreso minare la legittimità e le posizioni politiche del movimento di protesta”. La maggior parte di questi account, sottolinea Axios, aveva poche decine di follower, ma ve ne erano 326 che ne contavano più di 10 mila e alcuni addirittura fino a 300 mila. Giacché Twitter in Cina è bloccato, le persone che operavano attraverso questi account hanno potuto accedere alla piattaforma attraverso VPN, anche se in alcuni casi l’accesso è avvenuto da indirizzi IP sbloccati e localizzati sempre in Cina. Avendo violato più punti dei termini del servizio, con particolare riguardo alle “platform manipulation policies”, quegli account sono stati sospesi. Ma la scoperta più importante fatta da Twitter grazie alle sue “intense indagini” è che quegli account operavano nella cornice di una “operazione coordinata e appoggiata dallo Stato”: un’accusa che mette di fatto sullo stesso piano la Repubblica Popolare alla Russia, responsabile – com’è noto – di analoghe operazioni di interferenza fatte ai danni degli Usa durante la campagna per le presidenziali 2016. Alle stesse conclusioni pare essere giunta pure Facebook, che lunedì ha annunciato di aver “rimosso sette pagine, tre gruppi e cinque account Facebook“ che facevano parte di “una piccola rete che aveva origine in Cina” resasi responsabile di “comportamenti inautentici coordinati”. Nonostante gli individui dietro questi account “abbiano tentato di nascondere la propria identità”, scrive Facebook, “le nostre indagini hanno trovato collegamenti con soggetti associati con il governo cinese”. Chiunque sia stato dietro questa campagna ha fatto ricorso ad un ampio “numero di tecniche ingannevoli, incluso l’uso di account fake (con cui) venivano gestite pagine che si presentavano come organizzazioni giornalistiche”. Tra gli esempi di “comportamenti inautentici coordinati”, vengono citati post che comparavano i manifestanti di Hong Kong a scarafaggi, accusavano i giornalisti di corruzione, e attribuivano ai manifestanti la responsabilità del caso molto noto di una cittadina di Hong Kong che è stata ferita gravemente ad un occhio dalla polizia. Dinanzi alla gravità di queste scoperte, Twitter ha fatto un passo ulteriore prendendo la decisione di modificare le proprie politiche relative agli annunci sponsorizzati pagati dai media controllati dagli Stati. Lo ha fatto con un comunicato diffuso lunedì dal suo blog nel quale chiariva che, in base alle nuove regole, le “entità giornalistiche che sono finanziariamente o editorialmente controllate dallo Stato, non potranno più promuovere a pagamento i propri contenuti. Sono esclusi da tali restrizioni i media finanziati con il canone e quelli che si occupano solo di intrattenimento, sport e viaggi”. Ma “se il contenuto sarà mescolato a notizie”, precisa Twitter, “allora sarà proibito”.

 

Un porto per il Qatar in Somalia.  Lunedì a Mogadiscio si è presentata una delegazione del governo di Doha guidata dal ministro degli Esteri Sheikh Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. Durante la visita, è stato rivelato il progetto del Qatar di costruire un nuovo porto nella città di Hobyo, nel centro del Paese. Secondo i ministri somali Maryan Aweis Jama Jassim Saif Ahmed Al Sulaiti, i lavoro cominceranno presto, ma altro non è stato rivelato. Nel dare la notizia, Bloomberg ha ricordato che anche la China Civil Engineering Construction Corp ha intenzione di realizzare un nuovo porto nella città di Eyl, nella regione del Puntland.

 


Il Taccuino Estero è l’appuntamento settimanale di Policy Maker a cura di Marco Orioles con i grandi eventi e i protagonisti della politica internazionale, online ogni lunedì mattina.

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