Dal mondo

Il tweet con cui Trump cancella il summit a sorpresa con i talebani

Trump

In primo piano nel Taccuino Estero di questa settimana, l’ultimo colpo di scena scaturito dall’account twitter di Donald Trump, che cancella all’ultimo minuto un summit senza precedenti a Camp David con i talebani e il presidente afghano. Nella sezione “notizie dal mondo”, il crollo dell’export petrolifero iraniano, gli accordi energetici Russia-India, l’uscita di scena di un esponente del “peace team” della Casa Bianca alle prese con l’accordo “del secolo” tra Israele e i palestinesi.

PRIMO PIANO

Il presidente Usa più imprevedibile della storia ci ha abituato ormai alle sorprese e ai colpi di scena. Questo fine settimana, però, Donald Trump ha lasciato davvero tutti di stucco. E, ovviamente, l’ultima mossa choc trumpiana si è manifestata attraverso un cinguettio:

Con il tweet multiplo partito sabato dal suo account, The Donald ha svelato al mondo l’ultimo passo audace della sua amministrazione e il repentino passo indietro a fatti non ancora consumati.

Dopo preparativi di cui nessuno, a parte i suoi più stretti collaboratori, sapeva alcunché, ieri la residenza presidenziale di Camp David, teatro di tanti negoziati e trattative di pace gestiti sotto l’attenta regia dell’impero a stelle e strisce, avrebbe dovuto ospitare niente meno che i leader dei talebani e il presidente dell’Afghanistan Ashraf Ghani.

Acerrimi rivali che il capo della Casa Bianca avrebbe incontrato separatamente, ma con il chiaro intento di persuaderli a parlarsi per la prima volta a tu per tu e avviare così finalmente quel dialogo “intra-afghano” che è una delle ultime caselle inevase dell’accordo di pace che Usa e talebani stanno faticosamente negoziando da quasi un anno e che sembra essere ormai giunto all’ultimo miglio. Accordo che, a quanto è dato di intuire, Trump voleva firmare a Camp David a favore di telecamere nell’ultimo guizzo di una presidenza che rocambolesca è dir poco.

A rendere ancora più fantasmagorica un’iniziativa che sin dal suo concepimento era intrisa del senso dello spettacolo che è connaturato all’ex principe del reality Usa c’era la data prescelta: 8 settembre, tre giorni prima del diciottesimo anniversario del maxi attentato alle Torri Gemelle che fu architettato come sappiamo da un uomo, Osama Bin Laden, cui proprio i talebani dettero ben volentieri ospitalità negli anni del loro regno afghano, perfettamente consci dell’identità e delle intenzioni del capo di al Qa’ida.

Quello di domenica sarebbe stato, insomma, l’ennesimo atto di uno show – la presidenza del dealmaker Trump – le cui puntate precedenti, a partire dalla love story con il dittatore della Corea del Nord Kim Jong-un, non sono state da meno.

Ma a sabotare la più ardita operazione diplomatico-mediatica partorita dalla Casa Bianca trumpiana ci hanno pensato i co-protagonisti del plot: quei talebani che, giovedì scorso, hanno messo a segno e poi rivendicato un attacco kamikaze nel centro di Kabul, a pochi passi dal quartier generale della Nato e dall’ambasciata Usa, che ha ucciso sul colpo 12 persone tra cui un soldato Usa – il sedicesimo a perdere la vita quest’anno in Afghanistan, il quarto nelle ultime due settimane – e un collega romeno.

Ecco, così, che due giorni dopo – con quel rutilante tweet in tre parti – il magnate newyorchese ha reso edotti i suoi elettori, e l’opinione pubblica globale, della sua decisione di “cancellare immediatamente” il “meeting” parallelo a Camp David coi talebani e il loro rivale Ghani che lui stesso aveva organizzando tenendo “quasi tutti all’oscuro”, e di interrompere perciò seduta stante il negoziato di pace. “Che tipo di gente”, si è chiesto infatti The Donald nel digitare il suo lungo cinguettio, “può uccidere così tante persone” con l’unico scopo di “rafforzare la propria posizione” nel negoziato?

“Quanti altri decenni hanno voglia di combattere”, si è chiesto colui che  si stava assumendo la responsabilità di apporre la propria firma sotto un accordo che, a giudicare dalla condotta degli altri contraenti, appare chiaramente come il preludio ad una nuova, lunga ed agghiacciante stagione di violenza in un paese come l’Afghanistan che non conosce pace dal lontano 1979 e che ha sperimentato, nei cinque anni di dominio talebano, il punto più basso della sua sfortunata parabola?

Ieri, negli Usa, non si è parlato praticamente d’altro. Tutti i media hanno raccontato in lungo e in largo quel che è successo e, soprattutto, quel che stava per succedere da quelle parti se non fosse intervenuto quell’attacco suicida a Kabul.

Nelle cronache furibonde della giornata si è incrociato così lo sbigottimento di quanti, ossia tutti, hanno appreso – cascando dal pero – cosa si sarebbe potuto celebrare in quelle ore nelle sontuose stanze di Camp David, e il sollievo dei non pochi che nutrono riserve, o aperta contrarietà, nei riguardi dell’idea di una calorosa stretta di mano tra gli ex fiancheggiatori di Osama bin Laden che segregano le donne e proibiscono gli aquiloni e il leader del mondo libero nonché presidente di un Paese che nel 2001 pagò un altissimo tributo di sangue alla violenta distopia islamista del defunto capo qaedista.

Che sarà adesso dell’accordo di pace che, come noi stessi abbiamo raccontato appena tre settimane fa su queste pagine, sembrava praticamente chiuso e di cui si stavano negoziando gli ultimi dettagli – in cui, com’è noto, alberga il Diavolo – nessuno può dirlo.  Sorpresi come tutti gli altri, i talebani hanno manifestato il loro disappunto, accusando gli Usa di essere insinceri.

Chi deve invece aver accolto la notizia con favore è il governo afghano, che dal negoziato tra America e talebani è stato tenuto ai margini a causa della ferma opposizione dei mujaheddin, che lo considerano una marionetta dell’Occidente e dunque indegno di considerazione. Il più contento di tutti dev’essere stato il presidente Ghani, cui il capo negoziatore Usa, Zalmay Khalilzad, ha sventolato sotto il naso la settimana scorsa l’accordo raggiunto con i talebani rifiutandosi persino di consegnargliene una copia.

“Il popolo dell’Afghanistan”, aveva spiegato a Khalilzad, con eloquenza tutta afghana, un consigliere di Ghani, “è già stato morso da questo serpente”.

Il veleno del serpente, giovedì, si è portato via la vita dell’ennesimo soldato Usa. In diciotto anni di impegno militare nel paese più disastrato della terra, la superpotenza ha pianto la scomparsa di oltre 2.300 concittadini in armi. E il presidente che ha promesso sin dalla campagna elettorale di chiudere la guerra più lunga della storia degli Usa e riportare a casa tutti i boys ha preferito non scrivere questa pagina di storia con il sangue dell’ultimo americano travolto dalla barbarie.

 


TWEET DELLA SETTIMANA

Qualche giorno fa ci ha lasciato l’ex presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, deposto l’anno scorso dopo quasi quarant’anni di misfatti ai danni del suo Paese e popolo. Rettificando un tweet di condoglianze partite dall’ambasciata Usa, il Segretario di Stato Mike Pompeo ha fatto, sempre via Twitter, il giusto necrologio.

 


NOTIZIE DAL MONDO

A picco l’export petrolifero dell’Iran. Secondo i dati della società Kpler diffusi da Radio Farda, nel mese di agosto l’Iran ha esportato solo 160 mila barili di petrolio al giorno, contro i 365 mila di luglio e, soprattutto, i 2,5 milioni dell’agosto dell’anno scorso. Di quei 160 mila barili venduti ad agosto, rivelano i dati Kpler, 105 mila sono andati alla Cina, 33 mila alla Siria (di cui l’Iran è l’unico fornitore, essendo Damasco sotto sanzioni Usa e Ue) e 22 mila alla Turchia. I dati sull’import cinese svelati da Kpler rivestono particolare interesse in quanto Pechino non ha ancora diffuso dati ufficiali per il mese di agosto ed è nota la sua opposizione alle sanzioni Usa. Secondo gli ultimi dati ufficiali, la Cina tra maggio e luglio ha importato circa 233 mila barili al giorno; non è dato sapere, osserva Radio Farda, se Pechino abbia pagato il petrolio cash, o se gli importi dovuti vadano a compensare i debiti contratti dall’Iran con le cinesi SINOPEC e CNPC. L’Iran stava esportando almeno un milione di barili al giorno nel mese di maggio, quando l’amministrazione Trump ha stretto la morsa delle sanzioni, cancellando le esenzioni concesse lo scorso inverno ad alcuni paesi cui è stato concesso di continuare temporaneamente ad importare greggio iraniano, sia pur in misura ridotta e solo allo scopo di dare loro il tempo di predisporre delle alternative per il proprio approvvigionamento. Lo scorso 4 settembre gli Usa hanno annunciato che non saranno più concesse esenzioni a nessuno.

LNG russo per l’India. Con in mente l’obiettivo di triplicare gli scambi economici tra i rispettivi paesi che ammontano oggi a 11 miliardi di dollari, il presidente russo Vladimir Putin e il premier indiano Narendra Modi si sono incontrati mercoledì scorso al forum economico di Vladivostik dove hanno annunciato la sigla di vari accordi. Per un paese come l’India che è il terzo consumatore e importatore di petrolio al mondo, le priorità sono sostanzialmente due: aumentare il peso del gas – incluso quello liquefatto (LNG) –  nel suo energy mix (oggi rappresenta il 15% del totale dei consumi) diminuendo quello del petrolio (Modi punta a ridurne le importazioni del 10% entro il 2022), e diversificare le forniture per mettersi al riparo dai rischi geopolitici. Tra gli accordi firmati mercoledì, spiccano quelli tra l’indiana Petronet LNG e la russa Novatek per la fornitura di LNG e il varo di alcuni progetti congiunti, e quello con cui Coal India si è assicurata i diritti per sfruttare il carbone di alcune miniere nell’estremo oriente russo. Tra i progetti indo-russi in cantiere c’è anche quello di Novatek e dell’indiana H-Energy Plan di dare vita ad una joint venture per portare in India, Bangladesh e altri mercati asiatici il LNG russo, e quello dell’indiana GAIL – che ha già un contratto ventennale con Gazprom – di acquisire delle quote di minoranza nel  progetto Actic LNG-2 guidato dalla stessa Novatek.

 Il “team di pace” della Casa Bianca perde un pezzo. La notizia che Jason Greenblat, inviato speciale del presidente Trump per il processo di pace tra Israele e i palestinesi, lascerà il suo incarico nelle prossime settimane per tornare a lavorare nel settore privato la batte per primo Axios. Insieme al consigliere e genero del presidente, Jared Kushner, al suo vice Avi Berkovitz, e all’ambasciatore in Israele David Freedman, Greenblat ha lavorato sin dall’insediamento dell’amministrazione Trump al “piano di pace del secolo” di cui è stata resa nota lo scorso giugno la sola parte economica ( per conoscerne gli aspetti politici si dovranno attendere i risultati delle elezioni israeliane di questo mese). Secondo un membro dell’amministrazione sentito anonimamente da Axios, Greenblat – che, rivela lo stesso funzionario, lascia per motivi personali e familiari – rimarrà al suo posto ancora per qualche settimana, in tempo per conoscere il nome del nuovo primo ministro israeliano e rimuovere il segreto dal piano architettato da lui e dal resto del “peace team”. Dopo la sua uscita di scena, parte delle sue mansioni passeranno al suo stretto collaboratore Avi Berkowitz, parte all’inviato speciale della Casa Bianca per l’Iran Brian Hook, e parte all’ambasciatore Friedman.

 


Il Taccuino Estero è l’appuntamento settimanale di Policy Maker a cura di Marco Orioles con i grandi eventi e i protagonisti della politica internazionale, online ogni lunedì mattina.

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