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Perché Erdogan vuole fare pace con l’Ue

Il presidente turco Erdogan chiede alla Ue di “voltare pagina” e ristabilire “fiducia reciproca”, tornando così all’obiettivo di festeggiare il centenario della Repubblica di Turchia nel 2023 come membro a pieno titolo del club europeo. Ma dietro la politica c’è il fantasma della crisi economica

Con il nuovo anno la Turchia vuole “voltare una nuova pagina nelle sue relazioni con l’Ue”, ha dichiarato sabato 9 gennaio il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan rivolgendosi in un messaggio diramato dai suoi uffici alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.

Come riporta Politico, Erdoğan ha detto “il 2021 offre un’atmosfera produttiva in termini di nuova cooperazione da costruire nell’ambito della questione migrazioni”, ricordando a tutti l’accordo migratorio Ue-Turchia del 2016 – che mirava a controllare il passaggio di rifugiati e migranti dalla Turchia alle isole greche e che adesso potrebbe essere aggiornato.

LE RICHIESTE DI ERDOGAN

Erdoğan ha detto senza mezzi termini che “l’Unione doganale dovrebbe essere aggiornata, così come dovrebbe essere concessa la liberalizzazione dei visti ai cittadini turchi e dovrebbero essere prese decisioni sui negoziati di adesione”.

Il presidente turco ha detto che “la fiducia reciproca dovrebbe essere ristabilita da entrambe le parti”, scagliandosi contro “i capricci di alcuni Stati membri dell’Ue e i problemi artificiali da essi creati”.

LE TENSIONI IN TURCHIA

Questo messaggio arriva mentre in Turchia aumentano le proteste contro la nomina di un esponente dell’Akp (il partito di Erdoğan) come rettore dell’Università del Bosforo (Boğaziçi). Come ha scritto Mariano Giustino: “Gli studenti della Boğaziçi, che manifestano dal 2 gennaio, esprimono perfettamente la “cultura della protesta” nonviolenta che caratterizza la storia della loro accademia. Emerge un movimento studentesco straordinario che non ha eguali in Europa”.

Altre tensioni continuano ad arrivare dalla guerra in Nagorno-Karabakh, dove le forze turche insieme a quelle azere hanno compiuto nuovi crimini ai danni della popolazione armena. Inoltre, durante la scorsa estate, le tensioni Ue-Turchia erano già esplose a seguito degli incidenti con la Grecia per le Zee nel mar Mediterraneo. I leader dell’Ue a dicembre hanno chiesto alla Commissione di produrre entro marzo 2021 un rapporto sulle relazioni Ue-Turchia, che comprenda le opzioni su come procedere sui vari fronti.

I TWEET DI VON DER LEYEN E BORRELL

“Buono scambio con il presidente turco [Erdoğan]”, ha twittato Ursula von der Leyen dopo l’appello del presidente turco di sabato. “Siamo pronti a continuare a lavorare sul dialogo con la Turchia”, ha twittato il capo della politica estera dell’Ue Josep Borrell. “Non vedo l’ora di dare il benvenuto [al ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu] per portare avanti il compito ricevuto dai leader dell’Ue”.

GLI OBIETTIVI DI ERDOGAN

Tra gli obiettivi della dichiarazione distensiva di Erdoğan nei confronti dell’Unione europea sembra esserci l’idea di voler festeggiare nel 2023 i cento anni della Repubblica turca da Paese membro della Comunità europea. Dietro questo possibile disegno politico, si nascondono però reali problemi economici. Come avevamo scritto su Policy Maker qualche mese fa, “solo un ingente prestito internazionale potrebbe riequilibrare gli effetti del deficit commerciale e frenare la terribile svalutazione che la lira turca sta vivendo”. La Turchia infatti è in difficoltà economiche e non sembra un caso se tenta di ricucire i rapporti con l’Ue.

Come ha spiegato nell’intervista a Policy Maker il professor Gaetano Sabatini, direttore dell’Isem-Cnr e ordinario di Storia economica presso l’Università Roma Tre, “il punto debole di Erdoğan e dell’Erdoğanomics è il terribile squilibrio della bilancia commerciale turca, non più compensato dai flussi di capitali in entrata, frenati dal Covid-19, dal blocco delle attività e dal crollo del turismo. I dati recenti sulla bilancia commerciale turca sono emblematici e prospettano il disastro”.

Turchia Libia

“Sulla Turchia sta per abbattersi una tempesta finanziaria, che potrebbe risultare fatale e alla quale Erdoğan rischia di non sopravvivere politicamente. Solo un cospicuo prestito internazionale potrebbe salvare la Turchia dal collasso”, sostiene il Professore.

IL CONTESTO DELLE RELAZIONI UE-TURCHIA

Secondo Valeria Giannotta, professoressa presso la Business School della Türk Hava Kurumu Üniversitesi di Ankara e Direttore Osservatorio Turchia del CeSPI, intervistata da Policy Maker, nonostante le tensioni, tra Ue e Turchia ci sono solide relazioni. “Si tratta di due partner imprescindibili, affrontano le diverse questioni da lotta al terrorismo, sicurezza, traffico, migranti e oggi pandemia. Le tensioni nel Mediterraneo orientale sono state anche l’esito di politiche di isolamento ai danni di Ankara – idrocarburi, lobby greco-cipriota a cui la Turchia, oggi più smaccatamente nazionalista del passato, ha risposto flettendo i muscoli. Il messaggio è: siamo anche noi parte del gioco. Non avere un ruolo e rivendicare i propri diritti avrebbe ripercussioni economiche, commerciali e militari importanti per Ankara”.

“Tuttavia – spiega Giannotta – molto dell’approccio europeo verso Ankara è dettato da una logica ‘patronale’ di certe cancellerie europee. La Commissione ha proposto un nuovo pacchetto finanziario di sostegno alla Turchia, alla luce del Covid-19, da destinare ai rifugiati. Dopo che l’accordo del 2016 ha subìto uno stallo e sono cresciute le tensioni, la Commissione ha varato un nuovo pacchetto che attende però il voto del Parlamento. Il ruolo di Ankara resta per l’Ue fondamentale come attore chiave nel supply chain. Grazie alla sua proiezione geografica e logistica è un hub di grande importanza con connessioni esistenti e solide nei Balcani e in altre parti del mondo”.

IL LUNGO PROCESSO DI ADESIONE

La questione delle relazioni Turchia-Unione europea è un interessante caso di studio per gli storici. Il processo di integrazione della Turchia in Europa è iniziato ufficialmente con l’Accordo di Associazione, detto Accordo di Ankara, nel 1963. Da quel momento la Turchia ha potuto leggere nero su bianco che l’Associazione era solo la premessa di una “futura piena adesione”.

Nel 1999 la Turchia è diventata ufficialmente un Paese candidato, poco dopo aver realizzato l’Unione doganale. Ma la Ue nel 2004 ha fatto entrare Cipro e tanti altri Paesi, lasciando Ankara ad aspettare. Poi è arrivato Nicolas Sarkozy (presidente francese nel periodo 2007-2012), che insieme ad altri “tifosi” anti turchi ha più volte espresso pubblicamente la sua ostilità all’ingresso della Turchia, sebbene i negoziati fossero in corso. Da quel momento, i rapporti si sono raffreddati e la Turchia è scivolata verso l’autoritarismo, spingendo la Ue a congelare alcuni dei capitoli dei negoziati di adesione.

L’Ue adesso è chiamata nuovamente a scegliere come porsi nei confronti della Turchia. È bene ricordare che Erdoğan non rappresenta tutta la Turchia e che esiste una società civile molto attiva, capace di far sentire la sua voce e che non si riconosce nel presidente.

Da una parte l’Ue può chiudere definitivamente la porta per non “dare la mano” al regime di Erdoğan (magari riconoscendo anche gli altri regimi dittatoriali con cui si fanno affari – vedi l’Egitto), dall’altra può investire su questo rapporto cercando di ristabilire fiducia reciproca e fare pressione affinché la società civile turca sia sempre più libera di esprimersi e i diritti sempre più rispettati.

Secondo la professoressa Giannotta “Rinunciare alla Turchia sarebbe una scelta miope, soprattutto se si considera che a livello economico l’Europa è suo principale partner. Certo rimane l’annosa questione dell’Unione doganale che necessita certamente di essere rivista e aggiornata. C’è un evidente problema di credibilità e frustrazione reciproca. In fondo però la Turchia, come Paese emergente e smart-power, sta solo occupando i vuoti lasciati dall’assenza di Paesi europei. Forse l’Italia avrebbe dovuto giocare in anticipo in Libia. Erdoğan è certamente un leader che non fa simpatia e criticabile su molti aspetti, ma deve gran parte del suo successo al pragmatismo dell’agenda estera”.

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