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La Cina riforma il sistema elettorale di Hong Kong, così tramonta la democrazia

riforma sistema elettorale Hong Kong

Hong Kong, restituita alla Cina nel 1997 secondo il modello “un Paese, due sistemi”, con la riforma del sistema elettorale decisa da Pechino passa ora in mano ai “patrioti”. Ecco cosa cambia per l’ex colonia britannica

“Riformeremo il sistema elettorale di Hong Kong”. Lo aveva annunciato mercoledì scorso il diplomatico Yang Xiaoguang dall’ambasciata cinese a Londra. E la Cina, durante l’Assemblea nazionale del popolo (Anp), ha mantenuto la promessa.

LA DECISIONE DELL’ANP

L’11 marzo, tra uno scroscio di applausi, i circa 3.000 delegati dell’Anp hanno approvato quasi all’unanimità – dove per ‘quasi’ si intende una sola astensione – la riforma del sistema elettorale di Hong Kong che riduce l’autonomia del consiglio legislativo e concede alle autorità poteri di veto sui candidati d’opposizione, scrivendo di fatto la parola ‘fine’ al sogno democratico di Hong Kong. A questo si aggiunge anche la fine della formula “un Paese, due sistemi”, che doveva garantire all’ex colonia britannica una certa autonomia da Pechino, oltre che alcune libertà a cui nessun’altra parte della Cina continentale ha diritto.

Leggi anche: La Cina affila le unghie. Cosa si sta dicendo all’Assemblea nazionale del popolo

LA DEMOCRAZIA CHE SPAVENTA PECHINO

Ma quando Hong Kong ha percepito che queste libertà iniziavano a essere a rischio sono esplose le proteste pro-democrazia del 2019, a cui sono poi seguite quelle dello scorso anno contro la legge sulla sicurezza nazionale, che già nega la possibilità di esprimere dissenso e permette di punire più facilmente i manifestanti.

Le proteste del 2019 a Hong Kong

Pechino, di tutta risposta, ha messo a tacere le proteste con arresti, deportazioni ed espulsioni. Da quando la legge è stata promulgata a giugno, sono state arrestate circa 100 persone, tra cui il magnate e attivista Jimmy Lai, a cui è stata negata la cauzione ed è in detenzione in attesa di giudizio.

Leggi anche: Hong Kong: cosa comporta la nuova legge sulla sicurezza nazionale approvata da Pechino

La decisione di modificare il sistema elettorale di Hong Kong, secondo la Cina, era necessaria per proteggere la stabilità del territorio, che in altre parole significa averne il controllo assoluto soffocando qualsiasi tipo di opposizione.

HONG KONG IN MANO AI “PATRIOTI”

Il nuovo progetto di legge, infatti, prevede che solo coloro ritenuti “patrioti” da Pechino, ovvero a favore del regime e fedeli al Partito comunista cinese (Pcc), potranno governare Hong Kong – eliminando quindi il rischio che venga scelto qualcuno con idee diverse o troppo democratiche.

COSA CAMBIA PER HONG KONG

La riforma del sistema elettorale stravolge del tutto le attuali istituzioni di Hong Kong. I nuovi elettori che verranno aggiunti al comitato elettorale assicureranno al Pcc la maggioranza in qualsiasi decisione e il controllo assoluto. Verranno eliminati i seggi che spettavano ai consiglieri distrettuali della città, che nelle ultime elezioni locali erano andati per il 99% ad attivisti dell’opposizione considerati da Pechino “anti-governativi e anti-cinesi”.

Perfino la governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, fortemente criticata nelle proteste del 2019, si è schierata dalla parte di Pechino affermando che “sostiene fermamente” la decisione, da lei definita “tempestiva, necessaria, legale e costituzionale”.

Xiaoguang ha inoltre aggiunto che le preoccupazioni internazionali sono “inaccettabili” e che Pechino non si farà intimorire da eventuali nuove sanzioni.

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