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Ddl Zan, cosa sta succedendo? L’intervista al presidente di EDGE

Zan

Intervista sul ddl Zan (e non solo), a Mario di Carlo, numero 1 di EDGE, l’associazione che si propone di esercitare un’azione di advocacy nei confronti sia delle aziende, perché valorizzino le diversità e i talenti LGBTI+ nei luoghi di lavoro, sia delle istituzioni, perché promuovano l’inclusione

Raramente avevamo visto una simile concitazione politica in piena estate. Tra Green Pass e riforma della Giustizia, la tenuta della maggioranza è attraversata da fremiti e scossoni, per di più carsici, all’ombra delle riunioni interne tra gli azionisti di maggioranza. I loro echi raggiungono i giornali ma possiamo solo intuire le frizioni e le tensioni. Poi però c’è la discussione parlamentare sul Ddl Zan e lì tutte le incongruenze vengono esposte alla luce del sole. Negli ultimi giorni abbiamo difatti assistito a interventi sguaiati e barcollanti. Il rischio, però, è perdere di vista quello che i giuristi anticamente chiamavano lo “spirito della legge”.

Per questo ci siamo rivolti a Mario di Carlo che, in quanto avvocato, di leggi se ne intende, ma, soprattutto, volevamo da lui una opinione precisa, puntuale e argomentata sul tema. Di Carlo è la persona più adatta, presiedendo l’associazione EDGE, network che si propone di esercitare un’azione di advocacy nei confronti sia delle aziende, perché valorizzino le diversità e i talenti LGBTI+ nei luoghi di lavoro, sia delle istituzioni, perché promuovano l’inclusione anche valorizzando la partecipazione e tutelando i diritti dei cittadini LGBTI+.

Giulia Alfieri: In tema di diritti delle persone LGBTI+ e di diritti umani in generale quali sono secondo lei le mancanze più gravi che riscontriamo nel nostro paese?
Mario di Carlo: In tema di diritti delle persone LGBTI+ certamente manca nel nostro Paese una tutela antidiscriminatoria che vada oltre l’ambito lavorativo, sia sotto il profilo penale sia sotto il profilo civile. Manca poi una tutela per i figli delle coppie di papà e di mamme, carenza evidenziata di recente all’attenzione del legislatore dalla Corte Costituzionale con le sentenze 32 e 33 del 2021. La condizione delle persone transessuali e transgender necessiterebbe poi di maggiore attenzione da parte del legislatore e del Governo su tutta una serie di aspetti tecnici ed apparentemente di dettaglio relativi prevalentemente all’area della salute e del lavoro ma che incidono profondamente nella vita delle persone e sul godimento dei diritti basilari.
Più in generale il nostro Paese dovrebbe dotarsi di una Istituzione Nazionale per i Diritti Umani (c.d. NHRI), con un mandato ampio, in posizione di indipendenza e con risorse umane e finanziarie adeguate come richiesto dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nei c.d. Principi di Parigi. Siamo praticamente l’ultimo Membro dell’Unione Europea ad esserne sprovvisto. La condizione di vita nelle carceri ed il trattamento dei migranti sono altri temi caldissimi da troppo tempo sul fronte dei diritti umani ma il discorso ci porterebbe lontano.

GA: Può darci una sua valutazione del ddl Zan?
MDC: Condividiamo il ddl Zan: parlo a titolo personale e di Edge, l’associazione che presiedo. Certamente è necessaria una tutela penale contro la discriminazione e la violenza motivate dall’odio contro le persone LGBTI+, così come per misoginia ed abilismo. Si tratta di una tutela che rafforza la sicurezza delle persone che appartengono a gruppi vulnerabili e predispone un ambiente sociale più inclusivo.

GA: E come commenta il dibattito che ne sta scaturendo?
MDC: Il dibattito in corso mostra molti dei caratteri tipici delle situazioni di discriminazione, dove questioni altrimenti scontate diventano problematiche perché riferite, nel nostro caso, a persone LGBTI+. Si tratta evidentemente di argomenti che tradiscono l’esistenza di scorie culturali con cui facciamo fatica a confrontarci in maniera intellettualmente onesta.
Poi ci sono argomenti decisamente speciosi, vere e proprie fake news, che cercano di far dire al ddl Zan cose che non dice solo per creare confusione e cercare di sollecitare paure legate alla scarsa conoscenza delle questioni su cui la legge interviene.
La piega più recente del dibattito, poi, sembra avere poca attinenza al merito e più a profili di posizionamento dei partiti nel mercato elettorale e di loro dinamiche interne, con il grande rischio che la ventilata mediazione non sia l’elaborazione di una soluzione alta, che tuteli appieno le persone più vulnerabili come le persone transessuali e transgender, con serie garanzie politiche di conclusione del percorso legislativo, ma un mero scambio di figurine.

GA: Può aiutarci a comprendere meglio le principali differenze tra ddl Zan, ddl Scalfarotto e ddl Ronzulli?
MDC: La principale differenza è che il ddl Zan è già stato discusso, modificato e approvato alla Camera, gli altri due no.
Nel merito sia il ddl Zan sia il ddl Salfarotto lavorano prevalentemente sull’estensione delle fattispecie di reati d’odio, previsti dagli artt. 604 bis e ter del nostro codice penale a seguito della legge Mancino-Reale.
Il ddl Zan lo fa in maniera più elaborata del ddl Scalfarotto, estendendo i reati di discriminazione, istigazione e associazione finalizzata alla discriminazione e alla violenza, oltre alle aggravanti per motivi d’odio e includendo nell’estensione di tutela assieme alla violenza contro le persone LGBTI+ anche la violenza motivata da misoginia e abilismo. Inoltre, prevede l’introduzione della giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, iniziativa non contemplata dalle altre due proposte

GA: Ci faccia degli esempi…
MDC: Il ddl Scalfarotto, per esempio, estende in maniera secca tutte le fattispecie di reato previste dalla legge Mancino, inclusa propaganda, alle motivazioni di omofobia e transfobia. che non definisce.
Il ddl Ronzulli, invece, che ha come cofirmatari i senatori Salvini, Binetti e Quagliariello, si limita a introdurre una aggravante all’art. 61 del codice penale, mal scritta, che non prevede tutela per le persone transessuali, transgender o con una diversa identità di genere né una sanzione penale per la discriminazione, per l’istigazione alla – e per l’associazione finalizzata alla -discriminazione e alla violenza. Inoltre si rende non chiara, e quindi penalmente inefficace, la tutela già oggi prevista contro i crimini d’odio razziale generando un arretramento in quel campo. Insomma una tutela che sarebbe stata considerata insufficiente e mal impostata già trent’anni fa. Tuttavia, questa proposta sembra essere stata ampiamente superata da quella formulata nei giorni scorsi dal Senatore Ostellari, Presidente della Commissione Giustizia del Senato, che quanto meno parte dall’estensione degli artt. 604 bis e ter del codice penale, pur omettendo qualsiasi tutela per le persone transessuali, transgender o con una diversa identità di genere e risultando quindi radicalmente insufficiente.

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Avv. Mario di Carlo, Presidente associazione EDGE

GA: Quali altri dibattiti legislativi devono essere al centro dell’agenda del governo secondo lei in tema di inclusione?
MDC: Innanzitutto credo che l’agenda di Governo dovrebbe concentrarsi sull’inclusione in termini operativi. Siamo un Paese che legifera tanto ma esegue poco, soprattutto quando ciò implica cambiamento.
Dal punto di vista organizzativo, come dicevo sarebbe importante che l’Italia si dotasse di una Istituzione o Autorità nazionale per i diritti umani, ma sarebbe già qualcosa se si ripristinasse una seria funzionalità dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni (UNAR) che ha visto nel tempo una riduzione importante di risorse operative.
Lo spazio di azione in verità è amplissimo.

GA: Per esempio?
MDC: La PA investe pochissimo nel proprio cambiamento organizzativo e nelle politiche di diversità ed inclusione, salva l’inclusione di genere. Con rarissime eccezioni, i comitati unici di garanzia risultano inefficaci sul fronte dell’inclusione, soprattutto per le persone LGBTI+.
La PA dovrebbe mettere in campo un piano triennale per l’inclusione, con competenze attribuite all’interno dell’organizzazione, con linee guida, obiettivi e processi di verifica ed aggiornamento.

GA: Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) prevede azioni adeguate sul tema?
MDC: No. Il PNRR dedica una attenzione specifica solo all’inclusione di genere e molto marginalmente ad altri aspetti. Certamente il miglioramento dell’inclusione di genere impatterà positivamente sulle donne lesbiche e transessuali ed avrà un impatto positivo in termini di cambiamento culturale, ma si tratta di effetti secondari.
Il PNRR offre però ampi spazi di correzione per far sì che un approccio inclusivo, e specificamente per l’inclusione delle persone LGBTI+ e dei gruppi vulnerabili, impronti in maniera trasversale molte delle azioni previste. Penso ad esempio alle componenti Turismo e cultura o Politiche del lavoro ed infrastrutture sociali.

GA: Quali sono i paesi europei che la preoccupano di più? L’Ue sta rispondendo adeguatamente sulla questione?
MDC: Certamente Ungheria e Polonia. Sia i dati dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali sia i dati dello European social survey disegnano questi due Paesi come i meno inclusivi ed anzi ampiamente ostili nei confronti delle persone LGBTI+. Le cronache ci riportano poi numerosi episodi di vera e propria discriminazione istituzionalizzata e di norme persecutorie come quelle recentemente approvate in Ungheria per vietare la rappresentazione delle persone omosessuali e transessuali nei media e la rappresentazione non patologica dell’omosessualità verso i minori.
L’Unione Europea sembra aver preso questa volta il tema con grande serietà, ci sono gli strumenti per intervenire, mi auguro che riesca a far applicare i principi di eguaglianza, stato di diritto e non discriminazione, previsti dai Trattati.

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