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Chi è Mario Draghi, l’uomo del «Whatever it takes» destinato a salvarci 2 volte

Chi è Mario Draghi

L’ex numero 1 di Bankitalia e BCE torna per salvarci. Ecco chi è Mario Draghi e perché tutti puntano a lui per risolvere la crisi più difficile mai vissuta dal nostro Paese

L’Italia si affida ancora a un Super Mario per contrastare la crisi economica e, soprattutto, l’incapacità, la debolezza e la follia della propria classe politica. Come nel 2011, quando rischiammo di fallire e Silvio Berlusconi fu costretto a dimettersi, cacciato dai mercati che ne avevano abbastanza delle sue deliranti farneticazioni, con Mario Monti pronto a saltare in sella in corsa per tirare il freno d’emergenza, dopo dieci anni circa in una situazione analoga, ma se possibile persino peggiore, ecco un altro Super Mario. Che ci ha già salvato una volta, ma i più, soprattutto tra gli scranni della politica, fanno finta di non saperlo. Ecco allora in breve chi è Mario Draghi.

CHI È MARIO DRAGHI

Come Super Mario e suo fratello Luigi, anche Mario Draghi e Mario Monti hanno salvato l’Italia (e l’Europa) in tandem. Mentre infatti Monti ci rifilava una cura da cavallo per rimettere in sesto le finanze e correggere la traiettoria impazzita del debito pubblico, Mario Draghi blindava l’Europa nel momento più duro della sua storia.

Dobbiamo ritornare a quella calda estate del 2012. L’Italia aveva le ossa rotte: soltanto a fine anno i mercati avevano defenestrato Berlusconi e ci stavano ancora mordendo i talloni innalzando lo spread. Il resto del Vecchio continente però non stava meglio: anche la Spagna rischiava di perdere l’accesso al mercato e di finire come la Grecia, trascinando nel gorgo pure Lisbona, Dublino e ovviamente Roma, i PIIGS, gli anelli deboli della catena.

 

 

I politici dei vari Paesi non riuscivano a mettersi d’accordo a nessun tavolo comunitario: già allora c’era chi chiedeva gli eurobond e chi si sentiva correre i brividi lungo la schiena al solo sentirli nominare. Stante l’incapacità della politica di raggiungere una soluzione, il 29 giugno il Consiglio europei dei capi di Stato e di governo prende la decisione di dar vita a un fondo di stabilità comune, il MES e di un meccanismo di vigilanza unico, sotto la leadership della BCE.

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Il discorso che salverà l’Europa viene pronunciato, per un bizzarro scherzo del destino, dal primo Paese (a oggi il solo) che lascerà l’Unione europea: la Gran Bretagna. Il 26 luglio Mario Draghi è invitato a parlare a Londra, alla Lancaster House e lì fa capire che l’Unione europea ha le spalle abbastanza larghe e la solidarietà necessaria per fare debito comune così da salvare le economie che annaspano. «Nei limiti del nostro mandato, la BCE è pronta a fare whatever it takes («costi quel che costi» traduce la Treccani) per salvare l’euro. E credetemi, sarà abbastanza». Si apriva in quel momento l’ombrello del quantitative easing. Più che un ombrello, un super bazooka che l’Eurotower ha subito puntato su Roma per calmierare lo spread, tenendo tutt’ora fissa su di noi la sua strepitosa bocca da fuoco, capace di ammutolire qualsiasi speculatore, fondi inclusi.

CHE COS’È IL QUANTITATIVE EASING

Il Quantitative easing è il provvedimento con cui la la Banca Centrale Europea si è impegnata ad acquistare (dal 22 gennaio del 2015 fino al settembre del 2016) titoli di Stato dei Paesi dell’Eurozona per un controvalore di 60 miliardi di euro. Facendo incetta soprattutto di quelli delle nazioni in maggior difficoltà, Italia in primis. Oggi esiste ancora, in versione potenziata e ad hoc per la pandemia, e si chiama PEPP, Pandemic emergency purchase programme.

Ecco insomma chi è Mario Draghi, uno che parla poco ma che è in grado di salvare un continente scandendo solo tre parole. Ed ecco perché gode di massima stima in ogni ambiente: contrariamente alla nostra classe dirigente passata e presente, alle parole preferisce i fatti. Nato il 3 settembre del 1947 a Roma, economista ed ex presidente della Banca d’Italia prima e della BCE (per volontà di Berlusconi, che pur di imporlo arriverà a creare un piccolo incidente diplomatico con la Francia), ha il cursus honorum adatto per traghettarci fuori da questa spaventosa crisi economica e sanitaria. L’Unione europea crede in lui e gli affiderà con maggior serenità i 209 miliardi del Recovery Fund.

SAN DIBBA E IL DRAGHI

Tuttavia, Mario Draghi non è mai piaciuto alla parte più scarmigliata del Movimento 5 Stelle, attuale azionista di maggioranza di qualsiasi governo si riesca a comporre in Parlamento. “È il nuovo idolo dell’establishment politico-finanziario italiano”, lo ha immediatamente attaccato via TPI, da fuori dai palazzi, Alessandro Di Battista, da tempo in odor di rottura con la parte più governista dei grillini. “Quando parla tutti si spellano le mani e si trasformano in tanti piccoli suoi derivati. I veri derivati di Draghi però sono altri: i titoli tossici sottoscritti tra il 1991 ed il 2001, quando fu Direttore generale del Tesoro. Il futuro dei giovani, di cui ora si riempie la bocca, è pregiudicato proprio dalle sue scelte”. In tempi normali gli attacchi di un Dibba qualunque, il cui curriculum è poco più di uno scontrino fiscale se paragonato a quello di Draghi, non avrebbero impensierito nessuno. Ma questi non sono tempi normali. Un governo Draghi ha speranza di nascere?

 

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