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Chi loda e chi sbroda Giorgia Meloni

Meloni

Giorgia Meloni fa pace con Berlusconi a Palazzo Madama. Scarpinato, al sue esordio da Senatore, invece…

La fiducia ottenuta dal governo di Giorgia Meloni al Senato con 115 sì, 79 no e 5 astensioni vale politicamente il doppio di quella del giorno prima a Montecitorio. A Palazzo Madama si è visualizzata la riconciliazione con Silvio Berlusconi, la cui dichiarazione di voto motivata con la rivendicazione della paternità del centrodestra, pur diventato nel frattempo destra-centro, è stata accolta con sollievo da tutto intero il governo applaudente. “Il via libera di Berlusconi”, ha titolato con enfasi il Giornale di famiglia. E fra le opposizioni si è distinto per apertura o distinzione dalle altre componenti dello schieramento del no il pur “ammazzagoverni”, come lo ha chiamato Il Foglio, Matteo Renzi. Il cui discorso non a caso Giorgia Meloni ha seguito con segni evidenti di compiacimento, specie nei passaggi in cui l’ex presidente del Consiglio l’ha difesa dagli attacchi del Pd per “il merito” col quale ha completato la denominazione del Ministero della Pubblica Istruzione.

Proprio oggi sul Corriere della Sera l’editorialista e docente universitario Ernesto Galli della Loggia scrive: “Chi ha cominciato a stracciarsi le vesti al solo sentire che con il governo Meloni la dizione del ministero dell’istruzione avrebbe visto l’aggiunta del merito, vedendo in ciò un subdolo attacco alla “scuola dell’eguaglianza”, e quindi direttamente alla democrazia, mostra di sapere ben poco della scuola, dell’eguaglianza e della democrazia. Sicuramente, tanto per cominciare, mostra di conoscere poco la nostra Costituzione che all’articolo 34, parlando dell’istruzione, menziona esplicitamente il merito”.   Non ha avuto quindi torto Renzi in Senato a chiedere al suo ex Pd perché mai ha deciso di regalare “alla destra anche il merito”.

Ma il Pd per pochi mesi ancora di Enrico Letta, dimessosi in vista del congresso, è molto condizionato dalla concorrenza a sinistra che gli pratica il MoVimento 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte con l’appoggio ora incondizionato di Beppe Grillo. Che è appositamente sceso a Roma dalla sua Genova per ringraziare l’ex presidente del Consiglio di avere ridotto solo della metà i voti del 2018. Con la solita ironia spavalda ai giornalisti che gli rivolgevano domande il comico ha detto che non rilascia interviste gratuite.

Anche Conte alla Camera nel suo discorso di esordio come deputato aveva cavalcato le polemiche contro “il merito”. Al Senato invece il movimento grillino ha voluto l’esordio da parlamentare dell’ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato. Della cui dichiarazione di voto contro il governo, trasformata in un processo ad una destra eversiva anche nella proposta del presidenzialismo, Mattia Feltri  sotto il titolo “Requisitoria” ha brillantemente scritto  e concluso sulla Stampa: “Ho perso presto il filo del discorso, ma sono quasi certo che alla fine Scarpinato abbia chiesto 15 anni di reclusione per Giorgia Meloni”. Che, dal canto suo, nella replica ha rinfacciato all’ex alto magistrato il sottofondo politico, a dir poco, di tante iniziative giudiziarie fallite e la tolleranza, a dir poco, verso i depistaggi delle indagini sulla strage in cui perse la vita a Palermo Paolo Borsellino nel 1992, poco dopo l’altra strage costata la vita a Giovanni Falcone e alla moglie.

Ma la polemica che ha maggiormente contrassegnato  il dibattito al Senato per la  fiducia è stata quella sulla proposta della Lega, accettata dalla Meloni, di alzare il tetto del contante nelle spese: se non proprio ai diecimila euro chiesti da Salvini a tremila, secondo alcune anticipazioni. Sarebbe un piacere. secondo le accuse in particolare dei grillini, ai criminali e agli evasori. “Così finisce la continuità con Draghi”, ha titolato velenosamente Repubblica. L’ha messa invece un pò sul ridere, si fa per dire, Sergio Stajno sulla Stampa ipotizzando nella sua vignetta che l’inflazione possa fare a arrivare a diecimila euro il costo di “un caffè”.

Tutti i Graffi di Damato.

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