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Come Conte e Di Maio si stanno bruciacchiando sull’Ilva

Conte Ilva

I Graffi di Damato sulle difficoltà del premier Conte e del leader del M5S Luigi Di Maio sulla gestione della crisi Ilva

Tra dossier e foto accumulatisi sulla scrivania di Palazzo Chigi, o visibili sul suo computer, il presidente del Consiglio deve avere avuto qualche difficoltà a riconoscersi più nell’acqua all’inguine di Venezia e di Matera, flagellate dal maltempo, o nell’acqua alla gola di Taranto, dove lo hanno praticamente lasciato i parlamentari pugliesi delle cinque stelle che lui ha voluto incontrare, dopo un tentativo fallito sul posto nei giorni scorsi, per convincerli al ripristino del cosiddetto scudo penale per i gestori degli impianti siderurgici dell’ex Ilva.

LA QUESTIONE DELLO SCUDO PENALE

Anche Giuseppe Conte, come i dissidenti grillini guidati dall’ex ministra del Mezzogiorno Barbara Lezzi, sospetta che gli indiani in fuga da Taranto usino come pretesto l’abolizione di quello scudo recentemente votata in Parlamento dalla maggioranza giallorossa, essendo in realtà preoccupati di più dalla crisi del mercato siderurgico sopraggiunta al loro contratto di affitto degli impianti, ma da buon avvocato egli sa che la questione potrebbe giocare contro il governo nella vertenza giudiziaria avviatasi presso il tribunale di Milano. Dove i gestori e forse già ex potenziali acquirenti dello stabilimento, che è da bonificare profondamente per non continuare a compromettere la salute di chi lavora e, più in generale, della popolazione, hanno denunciato proprio l’intervenuta soppressione delle tutele legali e favore di chi deve sopperire ai guasti precedenti. In assenza delle quali, a dire il vero, dovrebbe supplire una norma più generale del codice penale che però ha avuto in passato e potrebbe riavere in futuro l’inconveniente di un’applicazione non uniforme e costante da parte della magistratura, per cui ne occorre una formulazione più stringente.

L’INCONTRO INUTILE DI CONTE E I PARLAMENTARI GRILLINI DISSIDENTI SU ILVA

L’incontro diretto, e inutile, del presidente del Consiglio con i parlamentari dissidenti delle cinque stelle  è stato di per sé indicativo delle difficoltà esistenti nel maggiore partito della coalizione, dove a svolgere operazioni di persuasione e simili dovrebbe essere il capo del movimento, che è anche capo della relativa delegazione al governo, Luigi di Maio. Ma è da tempo ormai, almeno dalla batosta subita nelle elezioni europee di fine maggio, per quanto puntellato dalla solita consultazione digitale improvvisata dal gestore dell’altrettanto solita piattaforma Rousseau, che la presa reale di Di Maio sul movimento è in discesa. E l’uomo che ha davvero l’unica e ultima parola a disposizione nella posizione “elevata” assegnatasi di persona, cioè Beppe Grillo, fa a suo modo anche lui l’indiano senza esserlo. Egli parla ogni tanto come una sibilla cumana, sale e scende dal dibattito politico come dal palco dei suoi spettacoli comici, convoca in qualcuna delle sue ville capi e capetti lasciandoli all’oscuro delle sue reali intenzioni, usa il blog personale per confrontarsi direttamente con Dio e lascia che le maggioranze di turno — ieri quella gialloverde e oggi quella giallorossa — soffrano della crisi del loro principale partito, o quasi partito. Che, evitato lo scioglimento anticipato nella crisi d’agosto, continua ad avere il suo ruolo “centrale” nelle Camere elette il 4 marzo dell’anno scorso, per quanto la geografia politica del Paese stia cambiando con le elezioni regionali.

Sino a quando potrà durare questa situazione, e con quali e quanti danni generali per il Paese, non lo sa francamente nessuno, con quanto disagio per il presidente della Repubblica è facile immaginare, dietro quella facciata di serenità e di fiducia c’egli cerca di trasmettere nelle sue uscite quasi quotidiane per onorare il suo ruolo istituzionale.

 

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