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Elly Schlein può sostituire Letta e portare il Pd nel futuro. Parla Occhetto

Achille Occhetto

Achille Occhetto, ultimo segretario del PCI, parla della debacle elettorale del PD e delle sfide che aspettano al progressismo italiano.

Il Partito Democratico è stato il grande sconfitto dell’ultima tornata elettorale. Il PD, dal suo esordio elettorale nel 2008, ha lasciato sul campo milioni di voti, passando da circa 12 milioni di preferenze a circa 5,3 milioni. Un forte calo su cui pesa anche il diffuso astensionismo. Cos’è successo alla prima forza del progressismo italiano?
Lo abbiamo chiesto all’onorevole Achille Occhetto, ultimo segretario del Partito Comunista Italiano e primo segretario del Partito Democratico della Sinistra.

Partiamo dal risultato del PD, 19% cosa rappresenta questo risultato per la sinistra?

Il problema è più generale. Ci troviamo difronte a una crisi profonda di tutte le sinistre del nostro Paese che scontano il fatto di trovarsi davanti a una realtà storico politica totalmente nuova che occorre definire.

Definiamola.

Noi siamo dentro una nuova fase conservatrice, una nuova ondata reazionaria in Europa. In Italia ci si è limitati a discutere se c’era il pericolo fascista o meno. Non si è capito invece qual è il vero problema.

Qual è il vero problema?

È che questa fase reazionaria è molto diversa dal fascismo, non c’è paragone ma è diversamente pericolosa. È una fase che si concentra sull’idea nuova, che ha in Orban uno dei suoi maggiori teorici, della democrazia illiberale. Il PD ha fronteggiato una destra che, pur dichiarandosi in alcune sue parti non fascista o a-fascista, è favorevole ed è alleata a questa ondata di democrazia illiberale. A me poco importa che non siano fascisti perché è un movimento pericoloso per l’Italia e anche per l’Europa.

Davanti a queste forze la galassia progressista si è divisa.

Difronte a queste forze illiberali abbiamo trovato un’area democratica che, se stiamo alla valutazione complessiva dei voti, non è minoritaria nel Paese. Fa male la Meloni quando, prendendo il 26% dei voti del 60% degli italiani, ringrazia l’Italia. L’Italia è complessa e c’è una maggioranza che non è favorevole a quell’impostazione. Invece che porre questo problema è venuto fuori il male storico, il male oscuro della sinistra, che ha il piacere di dividersi e combattersi al suo interno, invece che trovare una visione unitaria e alternativa al pericolo posto dalla democrazia illiberale.

Da dove arriva, quindi, il risultato elettorale?

Il 19% è il frutto molto magro di 10 anni di governismo da parte del PD. Cioè di un partito che è stato, con diverse formule politiche, sempre al governo, non avendo nemmeno la possibilità di espletare fino in fondo le sue potenzialità governative. Il PD si è fondamentalmente staccato dal Paese e soprattutto dalla sua base di riferimento, quella più povera, più sfruttata e più dimenticata del Paese. Il problema che oggi deve affrontare il PD, insieme alle sinistre democratiche, è quello di una rifondazione complessiva della sinistra in Italia.

Perché queste forze, a suo dire illiberali, sono state più capaci di attrarre voti e hanno convinto più elettori?

Sono state più capaci di attrarre voti prima di tutto per via della debolezza delle forze democratiche e progressiste. Poi, secondo punto, le forze illiberali rappresentano la terza fase del populismo italiano iniziato con Berlusconi, che ha avuto un suo exploit persino a sinistra, con Renzi e con un altro movimento tendenzialmente, anche se non dichiaratamente, di sinistra cioè il M5S. Poi è arrivato Salvini e adesso la Meloni.

Questo cosa vuol dire?

Che questa protesta che vive, esiste e fermenta sotto la pelle degli italiani non ha una rappresentanza politica e quindi ogni volta ritiene di trovare nel personaggio, tendenzialmente demagogico, del momento la speranza. Quindi lo porta in alto e dopo poco lo fa crollare e cerca una nuova strada e una nuova speranza.

Sembra che non esistano più roccaforti rosse. Secondo lei cos’è mancato sui territori?

Quello che è mancato a livello nazionale è una nuova idea e una prospettiva politica complessiva. Però vorrei fare una precisazione.

Prego.

Se si esce dal dato delle elezioni nazionali e si va a quello delle elezioni locali, la sinistra è più forte perché i Comuni sono centri in cui il rapporto diretto con i cittadini è stato più attento. Anche per la funzione che hanno i Comuni. Noi abbiamo realtà in cui il radicamento è rimasto più forte ma che non si esprime a livello nazionale.

Alla luce di quello che ha detto, on. Occhetto, secondo lei qual è stato l’errore più grande del PD?

Il governismo. La sinistra deve capire e far capire che è meglio perdere con le proprie idee che governare con quelle degli altri. La sinistra ha dato l’idea di essere disposta a governare anche annacquando e offuscando le proprie idee. Che è cosa diversa dal fatto che in politica si fanno anche dei compromessi. I compromessi nobili sono quelli che uno fa se tiene ferma la propria identità.

Onorevole Occhetto spesso si imputa alla sinistra di avere poca dimestichezza con la realtà preferendo circondarsi di intellettuali. Però, nella storia della sinistra, gli intellettuali hanno sempre guardato al PCI come la propria casa. Eppure prima il PCI prendeva voti mentre oggi il PD arranca. Perché?

La colpa della sinistra di oggi non è di avere gli intellettuali, la storia del PCI è totalmente diversa da quella attuale. Nella politica dell’epoca il PCI era l’unica forza di opposizione e tutti coloro che erano alternativi a chi governava avevano una sola via, anzi due. Una era quella dell’estrema destra ma negli anni successivi alla seconda guerra mondiale il fascismo, per fortuna, era ben sepolto nel cuore degli italiani. Il PCI era da un lato il partito di tutti coloro che coscientemente erano comunisti ma anche di tutti coloro che volevano essere alternativi a chi governava in quel momento. La logica dello scontro politico era questa. Non c’erano altri movimenti politici che rappresentavano la volontà di cambiamento e di riscatto sociale. In quel contesto tutta la cultura, che era laica, era molto diffidente nei confronti della DC. Quindi con il PCI c’erano sia esponenti della cultura comunista e marxista, per questioni ideologiche, sia esponenti di quella democratica e laica.

Ha fatto bene Letta ad annunciare che non si ricandiderà?

Questo dipende dalla situazione nella quale si trovava nel partito. Ha visto in anticipo che si sarebbe aperta la notte dei lunghi coltelli e ha voluto evitarla. Ha fatto un gesto a favore della prospettiva del proprio partito, mettendolo nelle condizioni di fare una discussione seria. La discussione comincia a non essere seria se si dà tutta la colpa a Letta che è arrivato da un anno e ha trovato una condizione pesante, determinata negli anni precedenti. Neanche Mandrake poteva risolvere quella situazione se non si metteva in discussione il difetto originale del PD.

On. Occhetto, qual è il peccato originale del PD?

Io non mi sono iscritto al PD e l’ho detto qual era il difetto costitutivo. Invece che essere una fusione alta tra componenti che venivano da itinerari differenti ma avevano trovato una comune idealità nuova, il PD è stato una fusione a freddo di apparati. Oggi questa realtà, non ascoltata e irrisa quando lo dicevo io, è arrivata al suo capolinea. E vedo che oggi i giornali lo dicono con estrema chiarezza ma mentre si stava realizzando, questo vizio di origine non è stato colto da nessuno.

Secondo lei chi può sostituire Letta alla guida del PD? C’è qualcuno che vorrebbe prendere quel posto e non può?

Per me il problema non è quello dei nomi. È un’operazione che non può fare solo un uomo, servirebbe un sussulto di consapevolezza collettiva, una discussione strategica fatta con serenità, che significa appunto non mettere prima il nome. Non avendo presente le nomenclature ma le idee. Naturalmente sarebbe molto importante che da un dibattito serio emergesse qualcosa di profondamente nuovo. E perché no, penserei a una donna.

Elly Schlein può essere una valida segretaria del PD? Può portarlo nel futuro?

Sarei molto favorevole a questa proposta. Potrebbe portare il PD nel futuro, il suo non è solo un bel nome ma rappresenta un’idea. È una donna sensibile ai temi più nuovi: è sensibile agli ultimi, al tema della difesa del pianeta dalla sua possibile distruzione, è sensibile ai temi dell’ecologia e della giustizia sociale. Temi che sono legati tra loro. Di questo ne abbiamo parlato insieme, io e Elly Schlein, quando abbiamo partecipato a un dibattuto su un mio libro che affronta proprio questi argomenti.

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