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I subbugli stellati del Movimento 5 Stelle

Di Maio

I Graffi di Damato sull’ultimo scontro a distanza tra il premier Conte e Salvini e sulle intenzioni di Luigi Di Maio di dimettersi dal ruolo di capo del Movimento 5 Stelle

L’ultimo scontro a distanza fra Giuseppe Conte e Matteo Salvini — o penultimo, non si sa mai, vista la loro loquacità — la dice lunga sul processo in cantiere contro il leader leghista. E ripropone come attuali le foto di quando i due lavoravano insieme, o avrebbero dovuto lavorare insieme, facendo parte dello stesso governo: l’uno a Palazzo Chigi, sede della Presidenza del Consiglio, e l’altro al Viminale, sede del Ministero dell’Interno e una volta, ai tempi di Alcide De Gasperi e primi successori, anche della Presidenza del Consiglio.

CONTE SULLA VICENDA GREGORETTI

Conte con aria un po’ stanca e un po’ fiduciosa è tornato a parlare della vicenda della nave Gregoretti, trattenuta con 131 migranti nelle acque siciliane per alcuni giorni a fine luglio dell’anno scorso, per ribadire di essersi interessato anche in quell’occasione della distribuzione di quegli sventurati passeggeri fra diversi paesi europei. Egli ha omesso invece di ripetere, come gli  accadde nel momento della rottura con Salvini, poco dopo quella vicenda, di avere trascorso quasi tutti i fine-settimana della sua presidenza del Consiglio al telefono con gli omologhi europei per chiedere “il piacere personale” di prendersi carico di una parte dei migranti approdati sulle coste italiane. Forse si è reso conto che con quella storia del “piacere personale” non aveva fatto una gran bella figura come capo di un governo che perseguiva il riconoscimento, da parte dell’Unione Europea, dell’obbligo di una ripartizione dei disperati in cerca di asilo e altri aiuti.

Per il resto il presidente del Consiglio ha detto che ore e modalità degli sbarchi — almeno quelli dalla nave Gregoretti, essendo andate diversamente le cose l’anno prima con la nave Diciotti, entrambe peraltro della Guardia Costiera — erano di esclusiva competenza del ministro dell’Interno anche in forza di un decreto legge appena approvato. Sarebbe quindi giusto — sembra di capire — lasciare solo Salvini alle prese con l’accusa rivoltagli dal cosiddetto tribunale dei ministri di Catania di sequestro di persone, mi sembra anche aggravato, lasciando alla libera valutazione del Senato, quando — il mese prossimo — arriverà in aula la richiesta di processarlo, il perseguimento o no, da parte dell’allora ministro dell’Interno, di un interesse generale nella sua azione.

LA MAGGIORANZA SUL PROCESSO A SALVINI

È presumibile da queste dichiarazioni — fatte da Conte a Firenze prima di presiedere a Roma l’ennesima riunione interlocutoria sul problema della prescrizione e annessi e connessi — che quando si arriverà alla discussione a Palazzo Madama egli si offrirà, non so in che modo, a riferire sul ruolo avuto nella vicenda Gregoretti svoltasi alla luce del sole, non nel segreto di un porto e nel silenzio assoluto e assordante dell’informazione scritta e parlata. Si dà tuttavia il caso che i partiti della maggioranza, pur avendo polemicamente disertato la riunione della giunta delle immunità propedeutica alla discussione in aula del mese prossimo, abbiano già deciso come votare: a favore del processo. E Salvini, prendendone atto e cercando di trarne vantaggio negli ultimi giorni della campagna elettorale nella significativa e pericolante regione storicamente rossa dell’Emilia-Romagna, ha ordinato al suo partito di lasciarlo pure processare liberamente e quietamente, rimettendo tutto nelle mani della magistratura ordinaria.

In linea con questa linea politica e mediatica adottata tra le curiose proteste dei suoi avversari politici desiderosi di quel processo prima ancora di lui, Salvini fra un comizio e l’altro in Emilia-Romagna, peraltro in digiuno dimostrativo, ha laconicamente risposto a Conte: “Ne parleremo in tribunale”. Che è cosa chiaramente diversa dal parlane nell’aula del Senato. Salvini cioè ha intenzione di portare Conte, e con lui tutto il governo e metaforicamente anche la maggioranza, al processo quanto meno come teste, ma con la possibilità di fare anche di lui un indagato e poi imputato, con tutte le procedure particolari dei reati ministeriali, se il presidente del Consiglio non riuscirà a convincere i giudici della sua estraneità alla gestione della vicenda oggi contestata solo all’allora ministro dell’Interno.

DI MAIO PRONTO A DIMETTERSI DA CAPO POLITICO DEL MOVIMENTO 5 STELLE

Non so francamente se in tribunale ci sarà più da divertirsi o da spaventarsi per la prova che attende non tanto o non solo Salvini quanto il governo, la maggioranza e, ancora più in generale, le istituzioni della Repubblica, compresa naturalmente la magistratura. Intanto le cronache politiche registrano un’altra suspence sulle intenzioni e sul destino di Luigi Di Maio, ritentato — dopo le smentite opposte al Fatto Quotidiano, che giustamente esulta parlando di “mossa del cavallo” — dalle dimissioni da capo del Movimento 5 Stelle, ma non da capo della delegazione grillina al governo.

 

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