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La stagione del ‘Porcellum’. Ricordi, aneddoti e le due lettere di Marco Follini

Follini Porcellum

In un’intervista al Corriere della Sera, l’ex segretario Udc Marco Follini ripercorre con dovizia di particolari i mesi che portarono all’approvazione della legge elettorale ‘Porcellum’

Era il 2005, l’anno della famigerata legge elettorale ribattezzata “Porcellum”. Un anno che, personalmente e politicamente, Marco Follini ricorda bene. Una fase complessa, e per certi versi storica, della politica italiana, ripercorsa attraverso aneddoti, ricostruzioni e riflessioni dallo stesso Follini in un’intervista a Francesco Verderami sul Corriere della Sera.

QUANDO FOLLINI SFIDO’ BERLUSCONI E POI SI DIMISE DA SEGRETARIO UDC

Alcune date aiutano a contestualizzare meglio, oltre agli aneddoti e ai ricordi emersi dall’intervista. Il 22 settembre 2005 (le elezioni politiche si sarebbero tenute circa sei mesi dopo), in una conferenza stampa congiunta con tutti i leader dell’allora Casa delle Libertà – il contenitore del centrodestra, il segretario dell’Udc Follini alla presenza del presidente Berlusconi sentenziò: “C’è chi pensa che il miglior candidato per il 2006 sia Silvio Berlusconi, c’è chi non lo pensa come me. Ma il punto è come confrontarci democraticamente queste opinioni”, rilanciando così la necessità di avviare procedure democratiche per la scelta del candidato premier del centrodestra. A distanza di un mese circa Follini rassegnò le dimissioni da segretario del partito; a dicembre 2005 entrò in vigore il Porcellum.

Verderami, nell’introdurre l’intervista, fa riferimento “a due lettere”, con le quali “Follini fornisce una diversa ricostruzione degli eventi che nel 2005 portarono alla nuova legge elettorale. Una legge che, a suo dire, «consegnò i pieni poteri ai leader dei partiti. Ridusse i parlamentari a figli di n.n. costretti all’obbedienza. E mise molta benzina nel serbatoio del populismo».

NON SOLO BERLUSCONI, “IL PORCELLUM FU IL FRUTTO DEL PATTO TRA TUTTI I LEADER”

Secondo Follini, Berlusconi «non era il solo a voler realizzare quel disegno», con riferimento alla legge elettorale. Ma «aveva al fianco l’allora presidente della Camera, il suo (ex) amico», ovvero proprio Pier Ferdinando Casini. «Quando si cominciò a parlare del progetto – ricorda l’ex segretario dell’Udc -, la mia prima reazione fu di incredulità più che di scandalo. Quella legge giungeva al termine di una lunga contesa politica, durante la quale l’Udc aveva proposto le primarie per la scelta del candidato premier del centrodestra. Noi contestavamo la tesi che la richiesta fosse un atto di lesa maestà verso Berlusconi. Si potrebbe dire che propugnavamo per l’alleanza un sistema repubblicano e non più monarchico. Berlusconi viveva tutto ciò con fastidio, anche se era chiaro che a quei tempi le primarie le avrebbe vinte lui».

Follini, al Corriere della Sera, non elude nomi e cognomi dei protagonisti di allora, evidenziando come sebbene «Calderoli si vantò persino di esserne stato l’ispiratore. In verità la legge fu frutto del patto tra tutti i leader, che consentì a Berlusconi e Casini di tornare ad abbracciarsi». Provò a dissuadere Casini (chiede Verderami)? «Ne parlammo più volte, non in modo particolarmente animato. Finché mi resi conto della perversa inesorabilità che c’era nel meccanismo messo in moto».

L’INCONTRO DI FOLLINI AL QUIRINALE CON IL PRESIDENTE CIAMPI

Follini ricorda inoltre che «in quei giorni» si recò «al Quirinale a trovare Carlo Azeglio Ciampi. Dissi confidenzialmente al capo dello Stato che erano in atto due operazioni: modificare le norme sulla par condicio e cambiare la legge elettorale. La prima mi sentivo di poterla fermare, l’altra no». E Ciampi? «Con un sorriso dolce mi rispose: “E io cosa posso farci?”. A quel punto ritenni scostumato insistere. Era ovvio che non gradiva l’intervento sulla legge elettorale, ma non intendeva esercitare certe forme di moral suasion dissuasive adottate da altri presidenti della Repubblica, prima e dopo di lui. (…) Non mi restava che una carta. Anzi due. Una missiva e poi un gesto: le dimissioni».

LE DUE LETTERE E “L’ULTIMO GESTO DI  AMICIZIA” VERSO CASINI

È la storia delle lettere? «Da segretario dell’Udc mandai a Casini una lettera nella quale sostenevo che la forzatura sulla legge elettorale non avrebbe avuto successo. E che avrebbe deturpato il nostro profilo, smentito il lavoro di quegli anni, gettato disdoro sulla nostra storia. Mi rispose che era indignato perché nel momento in cui la sinistra lo attaccava, l’attacco più forte glielo portavo io». Una divergenza netta. «Messa nero su bianco. Ricordo che la mia lettera era scritta al computer, la sua era vergata a mano su carta intestata “presidente della Camera”. A quel punto, piuttosto che perdere la faccia, decisi di perdere il posto. E gli riconsegnai quel partito a cui lui, un anno e mezzo prima, aveva consigliato di fare lista unica con Berlusconi e Fini. Le cronache dell’epoca riportarono due frasi fatte trapelare. La mia: “Ci siamo giocati un pezzo della nostra storia”. La sua: “Marco non ha capito che la legge elettorale è la battaglia della nostra vita ed è una nostra vittoria”.

Follini dà atto a Casini di aver ragione su una cosa: la legge passò, perché i capi del centrosinistra fecero un’indignata e rumorosa opposizione. Ma solo di facciata. Contribuendo così a trascinare il sistema politico verso l’abisso. L’ex segretario Udc ricorda infine, nell’intervista al Corriere della Sera, le testimonianze di solidarietà in quei giorni pervenute da Ciriaco De Mita e da Francesco Cossiga, il colloquio “affettuoso” con Silvio Berlusconi, diversi anni dopo i fatti legati al Porcellum, e infine le sue conclusive riflessioni sulla politica e sul rapporto con Casini: «Nella mia idea della politica non c’è mai un istinto che ti porta lontano dal ragionamento: non c’è nulla di animalesco, deciso cioè di pancia e di pelle. Per me la politica è testa ed esercizio del pensiero. (pausa) Forse è su questo che io e Casini abbiamo avuto qualche difficoltà».

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