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Politiche d’autunno, come si stanno preparando i partiti? Conversazione con Luigi Di Gregorio

Amministrative 2021

Il professore di Scienze Politiche a Policy Maker: “Gli strappi di Gelmini, Brunetta e Carfagna non sono importanti in termini di voti, ma in termini simbolici sì, Forza Italia ha perso quasi tutti i colonnelli”

Sarà un autunno molto caldo quello che si aprirà con le elezioni politiche del 25 settembre. La flessione dell’economia, la gestione dei fondi del PNRR e gli sviluppi della guerra in Ucraina, sono tra i dossier più caldi che il nuovo Governo dovrà affrontare. Ma come si stanno preparando le forze politiche a questa sfida a colpi di voti e a questa inedita campagna elettorale balneare? Ne abbiamo parlato con il prof. Luigi Di Gregorio, professore aggregato di Scienza Politica presso l’Università della Tuscia di Viterbo, dove insegna Comunicazione Pubblica e Politica.

Professore, in queste primissime fasi di campagna elettorale stiamo osservando la ricomposizione del centro. Secondo lei che peso elettorale può arrivare ad avere?

In questo momento hanno un doppio problema al centro. Prima di tutto un problema di leadership, nel senso che ci sono quasi più leader lì che altrove, e di posizionamento. Non è facile, per loro, individuare temi che li caratterizzino in maniera univoca, a parte l’agenda Draghi. Non dimentichiamoci che noi siamo in un’era di grande polarizzazione e il centro, come ha scritto anche Galli Della Loggia, non è propriamente favorito in questo scenario e in campagna elettorale la polarizzazione tende ad aumentare. Certo uno spazio c’è, certo se avessero un solo simbolo, un solo leader e due/tre temi forti su cui puntare questo li aiuterebbe. Ma non mi sembra questa la condizione.

Mancano riferimenti ideologici condivisi in vista delle elezioni politiche del 25 settembre?

No, in realtà è abbastanza chiaro il loro posizionamento riformista liberale, mancano proprio tematiche di grande interesse per l’opinione pubblica e sulle quali solo loro hanno le risposte. Al momento si stanno rifugiando nell’agenda Draghi ma non basta.

Che fine fa il campo largo per il quale tanto si era speso Enrico Letta?

Mi sembra che ci sarà un campo largo ma senza M5S, insomma proprio l’opposto di come era nato il campo largo di Letta. L’alleanza PD-M5S è rigettata da entrambe le parti. Tra l’altro i sondaggi più recenti dicono che l’elettorato del M5S è d’accordo ad andare da solo, mi sembra che per certi versi ci sia un ritorno alle origini. Il campo del PD sarà più largo possibile senza M5S con le difficoltà di tenere insieme Di Maio e Calenda, ieri quest’ultimo ha risposto “Di Maio chi?”, così come da Fratoianni a probabilmente Toti. Il centrosinistra non ha alternative se non allargare il più possibile la sua coalizione.

Questa è una storia che abbiamo già visto.

Sì, Prodi ha battuto due volte Berlusconi ma con coalizioni talmente ampie che poi non duravano, sempre sotto minaccia di partiti piccoli. Per il PD è una strada obbligata ma non è ancora minimamente chiusa, e questo è un altro problema perché sarà una campagna elettorale breve e devono ancora definire il perimetro delle alleanze.

Secondo lei il M5S non vedrà l’oblio già a questa tornata elettorale?

L’oblio non credo. Il fatto di andare da soli, alle elezioni politiche del 25 settembre, e di spingere sui temi economici (cavalcheranno la crisi nella quale siamo)  darà loro un po’ di visibilità. Certo hanno perso, secondo me, grandi quote di elettorato, a partire da tutti i voti che arrivavano da destra. Sono rimasti un po’ di elettori della prima ora che arrivavano dal non voto e un po’ di elettori di sinistra, su quelli possono incidere ma non vedo una crescita, piuttosto una stabilizzazione sui numeri attuali, tra l’8 e il 10%. Però è chiaro che per certi versi andare da soli è un vantaggio. Molto probabilmente non andranno al governo ma andando da soli si hanno le mani libere e si è più visibili.

FI e Lega hanno tradito il patto con il loro elettori?

Io non amo usare la parola tradimento anche se in politica è la parola più usata da molti anni a questa parte, e si capisce perché, è una parola che impatta sull’etica e la morale e coinvolge le emozioni degli elettori. FI e Lega hanno fatto una scelta pratica, sfruttando la crisi innescata da Conte, hanno accelerato per votare subito visti i sondaggi. Per di più è stata fatta una scelta, che non era automatica, di salvare la Lega e di far spaccare Forza Italia. Nel momento in cui Forza Italia ha scelto di seguire Salvini sulla via della crisi, la Lega si è ricompattata intorno a Salvini e Forza Italia si è spaccata, perde pezzi quasi quotidianamente. Non hanno tradito gli elettori, in linea teorica hanno rimesso in piedi il centrodestra in vista delle elezioni politiche del 25 settembre, anche se allo stato attuale c’è poco centro in questo centrodestra. Diciamo che hanno lasciato un po’ scoperto per gli avversari lo spazio del centro. Non so quanto Forza Italia possa contare nelle prossime elezioni. Gli strappi di Gelmini, Brunetta e Carfagna non sono importanti in termini di voti, ma in termini simbolici sì. Forza Italia ha perso quasi tutti i colonnelli.

È partito l’attacco al partito di Giorgia Meloni. Chi ha un po’ di memoria e qualche anno sulle spalle ricorderà che attacchi uguali sono stati sferrati prima contro Berlusconi e poi Salvini. Questo modo di fare non è controproducente per il campo progressista?

Storicamente direi di sì, nel senso che la demonizzazione di Berlusconi non ha portato molto alla sinistra, quella nei confronti di Salvini nemmeno, e quindi in linea teorica direi che non funziona un granché. Forse questa volta c’è una differenza legata al fatto che il periodo è molto critico, che abbiamo un debito enorme, dipendiamo molto dall’Europa, dall’estero, dalla proiezione internazionale dell’Italia e questo può spaventare un elettorato incerto che in un qualche modo si sente più tutelato dal governo Draghi. Quella mossa è molto polarizzante e divisiva. Qual è il problema? In un’elezione in cui parti in svantaggio, in linea teorica è difficile che tu possa recuperare, perché compatti il campo avversario. Non è una mossa che basterà al centrosinistra per vincere le elezioni?

Secondo lei Fratelli d’Italia, in viste delle prossime elezioni politiche del 25 settembre, ha compiuto il percorso per smarcarsi da posizioni “nostalgiche” che per un certo periodo hanno gravitato intorno ai partiti di destra?

Questa è una storia infinita. In teoria questo percorso era già stato fatto a Fiuggi nel 1995, però a quanto pare è un percorso senza fine perché alla controparte conviene che non finisca mai. È difficile dire cos’altro debba fare Fratelli d’Italia o Giorgia Meloni per dimostrare che non ha nulla a che far con quel mondo. Poi c’è un’altra tendenza di interpretazione da sinistra che punta a considerare tutto quello che è conservatore come se fosse fascista.

Esattamente, quindi le chiedo perché, nel nostro paese, un partito conservatore viene accusato di familiarità con il fascismo?

Forse perché l’eredità del partito conservatore, che in Italia non è mai stato a destra negli anni della prima Repubblica perché il bipartitismo era centro vs sinistra, è stata, negli anni del PdL, ad appannaggio di Forza Italia. Quest’ultimo, in realtà, era un partito liberale, eppure ci sono stati tentativi di trasformare Berlusconi in un leader autoritario.  Adesso che quell’eredità è presa, numeri alla mano, da Fratelli d’Italia, il giochino è ancora più facile. Però tende a creare dei mostri, dei paradossi. Non è che se uno se la prende con il politicamente corretto, con gli asterischi e con la schwa allora diventa fascista. Fascismo è autoritarismo, antidemocrazia. Avere dei valori che non coincidono con quelli progressisti è assolutamente lecito in democrazia e anzi salutare perché è un confronto tra visioni del mondo differenti. E questa tendenza c’è non tanto nella controparte politica quanto più tra gli editorialisti, nella stampa, negli opinionisti. Portano avanti un’equazione tra conservatorismo e protofascismo che è sbagliata.

Secondo lei questo approccio così polarizzato si ritrova anche nell’elettorato? Anche gli elettori sono spaventati da Giorgia Meloni perché credono che sia l’erede di un passato con cui non si riesce a fare i conti?

In Italia un po’ tutti faticano perché quel passato è sempre stato utilizzato come una clava propagandistica. Sempre in realtà no, direi a partire dagli anni ’70, paradossalmente negli anni ’50 e ’60 è stato molto meno utilizzato. Non so quanta presa faccia sull’elettorato di sinistra. È chiaro che quanto più i tentativi proliferano e più il frame della stampa vicina alla sinistra è monotematicamente quello, alla fine goccia dopo goccia qualcuno si convincerà pure. Però, alla fine, può essere solo una tattica mobilitante non persuasiva, sull’elettore incerto o potenziale di FdI non è quello che fa cambiare idea. Diciamo che molto probabilmente la campagna di Giorgia Meloni sarà, più che da leader di partito di destra, da candidato premier, da statista. Ed è quello che già sta facendo. Perché è una campagna che parla anche all’estero, all’opinione pubblica internazionale, che deve far capire non solo che non c’è alcun pericolo di fascismo ma non c’è nessun pericolo di populismo spinto e di incompetenza al Governo. Deve essere rassicurante.

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