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Perché è stata la Sinistra a spingere Giorgia Meloni alla vittoria

Sinistra Meloni Enrico Letta - Centro Sinistra

La sinistra si è proprio cercata questa vittoria di Giorgia Meloni.  Ecco perché 

In quel titolo di Repubblica, su foto in bianco e nero, quasi seppia delle immagini della marcia su Roma di un secolo fa, di questi tempi, in cui si annuncia che Giorgia Meloni “si prende”, cioè s’è presa, l’Italia non c’è chiaramente la cronaca. Non si è marciato, né a piedi né in blindati. Si è solo votato, anche se ancora meno delle altre volte, per giunta eleggendo un Parlamento più ristretto, e meno rappresentativo. Su Libero Corrado Ocone ha voluto cogliere l’occasione per raccomandarci, compiaciuto, di “non rompere le scatole a chi è rimasto a casa”. Contento lui…Continuo modestamente a pensare, al netto del maltempo che però al Sud non ha danneggiato il “fenomeno” Giuseppe Conte, su cui tornerò, che gli astenuti dalle urne sono l’altra faccia degli evasori fiscali. Sono gli indifferenti che Dante Alighieri nella sua Divina Commedia rinchiuse miseramente all’Inferno ben prima di Antonio Gramsci senza prenotarsi la qualifica di comunista.

In quel “prendersi l’Italia”, in una immaginaria notte in cui si rompono tanti cristalli, e non solo quello di Palazzo Chigi al maschile per così tanto tempo, c’è una concezione della politica quasi primordiale. Distante anni luce dal più pacato, sobrio annuncio della Stampa, peraltro dello stesso gruppo editoriale, che “l’Italia va a destra”, nella speranza -lasciatemi aggiungere- di non volere raggiungere e sorpassare nell’Unione Europea l’Ungheria in sospetto di illiberalismo. Dove invece già Il Foglio di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa gli hanno dato il “buongiorno”.

Sono andati -gli amici foglianti, che in maggioranza hanno votato in libertà d’opinione per Carlo Calenda e Matteo Renzi, e non il Pd d Enrico Letta scelto e indicato dal fondatore del giornale in persona- un passo, anzi un passettino dietro quell’”A noi“ gridato, stavolta a colori, dal manifesto. Eppure l’estate è finita, ormai. E con l’estate anche il caldo torrido che poteva giustificare cadute di zuccheri e quant’altro.

La verità è che le elezioni anticipate, a dispetto persino di una legge che sembrava studiata apposta per favorire i giochi più strani, ma anche  della solita incultura -va detto pure questo- che ha sostituito la militanza dei partiti ideologici di una volta, hanno dato un risultato netto. Il centrodestra, per quanto diviso non meno degli altri schieramenti che si sono confrontati nelle urne, si è aggiudicata la maggioranza solida dei seggi parlamentari tanto alla Camera quanto al Senato. Dove invece Calenda e Renzi soprattutto speravano di poter creare una situazione di incertezza, di potenziale movimento. Esso ora ha il sacrosanto diritto, e dovere, di essere messo alla prova delle sue capacità. E la sinistra quello di farsi un esame di coscienza per ammettere di non essere stata estranea -almeno questo- al risultato che ora lamenta, denuncia e quant’altro.

Alla sinistra iscrivo malvolentieri anche ciò ch’è rimasto, con Conte, del Momento 5 Stelle. Che solo in un Paese impazzito, dove c’è davvero del metodo shakespeariano nella follia, può festeggiare ed essere festeggiato come un vincitore virtuale per avere dimezzato i voti conquistati nel 2018 e investiti nelle direzioni più diverse, e disinvolte, durante una legislatura pazientemente sottratta dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella ad un’esistenza di solo qualche settimana. Essa invece è durata quasi per intero. E le scarpe e gli spaghetti del compianto “Comandante” monarchico Achille Lauro, come vado scrivendo da qualche giorno, sono diventati merce di sinistra col reddito di cittadinanza.

Tranquilli, signori che vi state strappando le vesti, fra Roma e magari anche Mosca, dove forse  Putin e affini avrebbero voluto vedere Matteo Salvini uscire dalle urne un pò meno malmesso nel centrodestra vincente. Giorgia Meloni, a colori e non in quel bianco e nero minaccioso e caricaturale, rischia solo di diventare presidente del Consiglio, non regina. Non l’attendono i settant’anni di regno di Elisabetta II d’Inghilterra.

TUTTI I GRAFFI DI DAMATO.

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