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PNRR, che succede ora? La via crucis del Piano

europeisti PIANO

Le strade si stanno per separare: il 30 il Piano sarà spedito a Bruxelles e finirà sotto la lente della Commissione e dei Frugal Four, i quattro Paesi dell’Ue più ostili al Next Generation Eu, che sperano ancora di poter fermare tutto. A Roma invece si continuerà a lavorare per l’attuazione delle misure

 

Il passaggio parlamentare questa volta per il presidente del Consiglio in carica sarà la parte più facile. Quella indolore. Prova ne sia che l’esecutivo non ha mostrato gran rispetto per le forze politiche dell’emiciclo, che hanno ricevuto, come ha sottolineato la sola forza d’opposizione, Fratelli d’Italia, la versione definitiva appena due ore prima della seduta. Impossibile valutare la bontà del Piano messo a punto da Mario Draghi e dai ministri tecnici (Roberto Cingolani, Vittorio Colao e Enrico Giovannini), in così poco tempo. Ma questo, appunto, perché l’ok delle Camere una volta tanto era scontato, garantito dalla vastissima maggioranza che il premier aveva preteso e ottenuto.

Il Piano verrà valutato in altre sedi, altri Paesi, altre latitudini, potremmo dire. Analizzato minuziosamente dai rigoristi del Nord, che non vedono l’ora di trovare qualche numero sospetto, qualche passaggio poco chiaro, qualunque cosa permetta loro di dire che non è coerente con le linee guida di Bruxelles. E tirare il cd. “freno d’emergenza”, la clausola straordinaria che sono riusciti a strappare alla Commissione, nel caso appunto abbiano da sindacare sulla bontà dei singoli PNRR. Inutile dire che il nostro sarà il Piano più spulciato: siamo meno affidabili degli altri e ci prendiamo la fetta più grossa del Next Generation Eu.

Ma il Piano procederà su più binari: mentre entro il 30 arriverà a Bruxelles per gli esami che daranno vita, si spera, alla promozione che sbloccherà la prima tranche di prestiti e finanziamenti a fondo perduto, a Roma, però, dovranno iniziare i lavori d’attuazione, perché il rischio è quello di una falsa partenza quando arriverà il nulla osta della Commissione. Si inizia già la prossima settimana, col decreto semplificazioni, che il governo si è impegnato ad adottare entro la prima settimana di maggio per consentire lo snellimento burocratico idoneo a gestire tutti i progetti. Non sarà il solo idoneo e indispensabile alla messa a terra degli investimenti: nelle settimane seguenti dovranno concretizzarsi i decreti sulla governance e sulle procedure straordinarie per il reclutamento nella pubblica amministrazione. Quest’ultimo è vitale per reperire la forza lavoro che poi dovrà materialmente, nei prossimi anni, fare i conti con le novità introdotte per una PA davvero digitale. Alla conversione dei tre decreti in Parlamento si lavorerà in luglio, nel medesimo periodo si attende che l’esecutivo presenti alle Camere il disegno di legge delega per la riforma del fisco.

Il mese di giugno è quello a più alta possibilità di fibrillazioni nella maggioranza, perché sarà dedicato alla riforma della giustizia. Le Camere dovranno occuparsi dello snellimento del processo civile e penale, con le deleghe da adottare entro il 30 settembre, mentre entro fine mese a Montecitorio dovrà essere calendarizzata la riforma del Consiglio superiore della magistratura. Ma non è finita, perché dovrà pure essere composta una commissione interministeriale ad hoc che si occuperà della revisione degli incentivi alle imprese, in particolar modo su quelli per il Sud.

Rinviate a dopo la pausa estiva (che promette di essere assai breve) le leggi delega per rivedere da zero il codice degli appalti, che dovrà contemperare l’esigenza di speditezza dei lavori con quella che i soldi non vengano sprecati o, peggio, incamerati dalla criminalità organizzata e quella in materia di norme ambientali.

 

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