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Bankitalia critica il Governo sul Reddito di Cittadinanza e il tetto al contante

Manovra Bankitalia Balassone

Cosa ha detto Fabrizio Balassone, Capo del Servizio Struttura economica di Bankitalia, in audizione alle commissioni riunite di Bilancio

Fabrizio Balassone, Capo del Servizio Struttura economica di Bankitalia, ha parlato in audizione alle commissioni riunite Bilancio di Camera e Senato per analizzare la prima Manovra del nuovo governo guidato da Giorgia Meloni. Qui il testo integrale, di seguito invece alcuni estratti sui temi caldi del Reddito di cittadinanza e il tetto al contante.

TUTTI I RISCHI DEL GOVERNO SUL REDDITO, SECONDO BALASSONE (BANKITALIA)

La manovra modifica per il 2023 la disciplina del reddito di cittadinanza, riducendo il numero massimo di mensilità erogabili nell’anno per le famiglie composte esclusivamente da individui non disabili e di età compresa tra 18 e 59 anni, che il Governo valuta ammontare a circa il 40 per cento della platea dei beneficiari.

Vengono inoltre rafforzati i presidi volti alla qualificazione professionale e all’attivazione dei beneficiari. La legge di bilancio prevede l’abolizione dal 2024 del reddito di cittadinanza e, utilizzando larga parte dei fondi che così si renderebbero disponibili, prospetta un riordino delle politiche di contrasto alla povertà. Nel complesso per effetto di queste misure è prevista una riduzione delle spese di 0,7 miliardi il prossimo anno e di un miliardo in ciascuno dei due anni successivi.

Per le famiglie che non comprendono disabili, minori e ultrasessantenni il sussidio nel 2023 sarebbe erogato per un massimo di 8 mensilità (invece che 12). I nuclei tenuti ad aderire al percorso personalizzato di accompagnamento all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale avrebbero l’obbligo di partecipare a programmi di formazione e/o riqualificazione professionale della durata di 6 mesi, a pena di decadenza dal beneficio. Al fine di incentivare la partecipazione al mercato del lavoro dei beneficiari, l’eventuale reddito derivante da occupazione stagionale o intermittente non influirebbe sull’ammontare del sussidio fino all’importo di 3.000 euro annui; per la parte eccedente rimarrebbe la previsione di una franchigia del 20 per cento, valida per tutte le tipologie di contratti di lavoro sottoscritti nel periodo di erogazione del sussidio. Viene inoltre prevista la decadenza dal beneficio qualora un componente del nucleo familiare non accetti già la prima offerta congrua (anziché almeno una di due offerte congrue, come stabilito dalla legge di bilancio per il 2022).

L’introduzione del reddito di cittadinanza ha rappresentato una tappa significativa nell’ammodernamento del nostro sistema di welfare: una forma di reddito minimo a sostegno delle famiglie più bisognose è presente in tutti i paesi dell’area dell’euro e in molti di essi presenta carattere di universalità, come il reddito di cittadinanza. In questi anni il sussidio ha contribuito dapprima a contenere gli effetti negativi dell’epidemia di Covid-19 sul reddito disponibile delle famiglie più fragili e poi a sostenerne il potere d’acquisto, particolarmente colpito dal recente shock inflazionistico.

Secondo i dati dell’Osservatorio sul Reddito e Pensione di Cittadinanza dell’INPS da aprile del 2019 – primo mese di erogazione – hanno beneficiato del sussidio 1 milione e 154 mila nuclei familiari in media al mese per un importo medio di 535 euro mensili. Il numero di beneficiari medio ammontava a 881 mila nuclei tra aprile e dicembre del 2019; aumentava a 1 milione 122 mila nel 2020 e a 1 milione 346 mila nel 2021; nei primi 10 mesi del 2022 è disceso a 1 milione 209 mila. Secondo il Rapporto Annuale 2022 dell’Istat in assenza del reddito di cittadinanza (e del reddito di emergenza, che tuttavia coinvolgeva una platea molto più ristretta di beneficiari) nel 2020 sarebbero stati classificati come poveri assoluti circa 450 mila nuclei in più (corrispondenti a un milione di individui).

Come segnalato da più parti, anche dalla Banca d’Italia, l’attuale assetto del reddito di cittadinanza non è privo di aspetti critici. Questi sono per lo più legati alla duplice natura dello strumento, che è al contempo misura assistenziale e di politica attiva per l’accompagnamento e il reinserimento dei beneficiari nel mondo del lavoro. La riforma complessiva annunciata dal Governo potrebbe essere un’occasione per risolvere questa ambiguità e rafforzare l’efficacia delle misure nel raggiungere le situazioni di bisogno. Non va peraltro

dimenticato che i radicali cambiamenti dei paradigmi produttivi in corso a livello globale potrebbero rendere obsolete le competenze di molti lavoratori, richiedendo un rafforzamento delle misure di sostegno al reddito.

Nell’attuazione delle misure bisognerà prestare attenzione ai rischi di aumento dell’indigenza nelle aree dove il reddito di cittadinanza è più diffuso e il mercato del lavoro strutturalmente malfunzionante, aree già ora caratterizzate da tassi di povertà più elevati. La riduzione delle mensilità di sussidio prevista per il 2023, destinata a nuclei individuati in base all’età e alle condizioni di salute, potrebbe riguardare anche nuclei familiari difficilmente in grado di trovare una fonte di reddito alternativa sul mercato del lavoro, per di più in un contesto di rallentamento dell’economia e con un costo della vita in significativo aumento (l’importo dell’assegno, peraltro, non è indicizzato all’evoluzione dell’inflazione).

L’efficacia del rafforzamento degli obblighi formativi per i beneficiari attraverso il sistema della riqualificazioneprofessionale presuppone un’adeguata offerta di corsi, la cui qualità sia verificata in modo appropriato, nelle regioni economicamente meno sviluppate del Paese.

SUL TETTO AL CONTANTE, I LIMITI OSTACOLANO LA CRIMINALITA’

Il disegno di legge prevede che dal prossimo gennaio la soglia massima per l’utilizzo del contante nelle transazioni, attualmente pari a 2.000 euro, venga innalzata dal livello previsto per allora dalla legislazione  vigente – pari a 1.000 euro – a 5.000 euro. Introduce inoltre un limite, pari a 60 euro, al di sotto del quale  non si applicherebbero le sanzioni per gli esercenti che non accettano mezzi di pagamento elettronici.

La “rottamazione” prevede il pagamento, rateizzabile in diciotto rate, delle somme dovute a titolo di capitale e il rimborso  delle spese esecutive e di notifica, mentre lo “stralcio” comporta la completa cancellazione di tutte le somme dovute, a qualsiasi  titolo.

Tali misure, contrariamente a quanto complessivamente accaduto negli ultimi anni, vanno nella direzione  di agevolare l’utilizzo del contante.

Nel maggio del 2010 la soglia è stata ridotta a 5.000 euro (da 12.500), poi dimezzata nell’agosto 2011 e infine abbassata a 1.000  euro a partire dal gennaio 2012. Innalzata a 3.000 euro dal gennaio 2016, la soglia è stata successivamente ridotta a 2.000 euro dal 1 luglio 2020 e, a legislazione vigente, ne è prevista un’ulteriore riduzione a 1.000 euro a partire dal 1o gennaio 2023. 

Il decreto legge n. 152 del 6 novembre 2021 prevedeva una sanzione nei casi di mancata accettazione di un pagamento, di qualsiasi  importo, effettuato con una carta di pagamento. La sanzione, pari a 30 euro più il 4 per cento del valore della transazione, sarebbe  stata applicata a partire dal 1° gennaio 2023. Il decreto legge n. 36 del 30 aprile 2022 anticipava tale termine al 30 giugno 2022.  

A livello europeo, mentre in alcuni paesi (tra i quali la Germania) non è prevista alcuna soglia massima  per l’ammontare delle transazioni in contanti, in altri sono previsti tetti inferiori a quello indicato nel  disegno di legge (500 euro in Grecia, 1.000 in Francia e in Spagna, 3.000 in Belgio). Rispetto al 2016 la  percentuale di transazioni operate con il contante è diminuita in Italia – anche per effetto della pandemia– rimanendo comunque al di sopra della media europea.

Secondo le statistiche dell’Eurosistema sui pagamenti al dettaglio, alla fine del 2019 il numero di transazioni elettroniche annuali pro  capite in Italia era pari a circa 130, valore considerevolmente inferiore a quello medio dell’area dell’euro (quasi 300). Simmetricamente,  secondo i dati della survey Study on the Payment Attitudes of Consumers in the Euro area la percentuale di transazioni  regolate in contanti era pari a circa l’80 per cento, in linea con Spagna, Portogallo e Grecia ma superiore a quella media dell’area  dell’euro (73 per cento).  

Come già ricordato in passato, i limiti all’uso del contante, pur non fornendo un impedimento assoluto  alla realizzazione di condotte illecite, rappresentano un ostacolo per diverse forme di criminalità ed  evasione. In particolare, negli ultimi anni sono emersi studi – anche condotti nel nostro Istituto su dati  italiani– che suggeriscono che soglie più alte favoriscono l’economia sommersa; c’è inoltre evidenza  che l’uso dei pagamenti elettronici, permettendo il tracciamento delle transazioni, ridurrebbe l’evasione  fiscale.

Anche le Raccomandazioni specifiche per l’Italia formulate dalla UE nell’ambito del semestre europeo  muovono da tale presupposto. Nello specifico, nel 2019 si suggeriva all’Italia di “contrastare l’evasione  fiscale, in particolare nella forma dell’omessa fatturazione, tra l’altro potenziando i pagamenti elettronici obbligatori, anche mediante un abbassamento dei limiti legali per i pagamenti in contanti”. La  definizione di efficaci sanzioni amministrative in caso di rifiuto dei fornitori privati di accettare pagamenti  elettronici era inclusa tra i traguardi del Piano nazionale di ripresa e resilienza relativi al primo semestre  di quest’anno.

Con riferimento agli oneri legati alle transazioni effettuate mediante strumenti di pagamento elettronici è  opportuno ricordare che anche il contante ha costi legati alla sicurezza (come quelli connessi con furti,  trasporto valori, assicurazione). Nostre stime relative al 2016 indicano che, per gli esercenti, il costo del  contante in percentuale dell’importo della transazione è superiore a quello delle carte di debito e credito.

 

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