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Ceccanti, costituzionalista e Dem: “Inutile illudersi. A Camere sciolte non si può fare niente”

Ceccanti Intervista Mario Draghi Caduta

A Policy Maker Stefano Ceccanti, docente di Diritto Parlamentare, Costituzionale nonché deputato PD, commenta la caduta di Mario Draghi e quanto ci aspetta da qui alle elezioni: “Ora si tenterà di estendere il concetto di affari correnti per cercare in qualche modo di evitare i danni maggiori”

Le dimissioni di Mario Draghi e il ritorno alle urne rischiano di rendere infuocato un autunno che già si prospetta molto difficile per il nostro Paese. In ballo c’è il varo di una legge di Bilancio e la partenza dei tanti progetti finanziati dal PNRR. Delle prossime scadenze e delle prospettive per il prossimo futuro ne abbiamo parlato con il professor Stefano Ceccanti, costituzionalista dell’Università La Sapienza e deputato del Partito Democratico, che in merito è disilluso: “La frattura di ieri in Parlamento è una cosa seria tra sostenitori di Mario Draghi e contrari. E ciò mette in forte tensione le possibilità di operare nei prossimi mesi.” Ma andiamo con ordine.

Professore quali sono i dossier più urgenti che dovrà affrontare il Parlamento in questi mesi di gestione ordinaria?

In questi mesi non si potrà fare quasi niente, è bene avere un approccio molto disincantato perché a Camere sciolte non si può fare quasi niente. Questa è la verità, ora si cercherà, tutti noi, di estendere il concetto di affari correnti per cercare in qualche modo di evitare i danni maggiori, però il concetto di affari correnti si scontra con la situazione in Parlamento. Se per esempio il Governo prova a legiferare con decreti legge non potrà mai più mettere la fiducia in Parlamento e quindi l’esame degli emendamenti parlamentari sarà molto complicato. Non è garantita a priori la conversione dei decreti o che non si approvino emendamenti con maggioranze un po’ strane. Quindi, stiamo attenti, perché vivremo cinque mesi di estrema delicatezza e di difficoltà di azione.

Non si può “allargare” la nozione di affari correnti?

Chi fa questi ragionamenti tende a prescindere dalla situazione che c’è in Parlamento dopo la polarizzazione di ieri che consente di fare molto poco. La nozione di affari correnti si può anche cercare di allargare ma accanto a questa operazione interpretativa, giuridica, formale c’è il quadro politico sostanziale delle forze politiche in lotta tra di loro. La frattura di ieri è una cosa seria in Parlamento tra sostenitori di Mario Draghi e contrari. E ciò mette in forte tensione le possibilità di operare nei prossimi mesi.

Col voto dopo la pausa estiva ci sarà il tempo per formare una maggioranza, un governo, far diventare operativo il parlamento e inviare a Bruxelles il Documento programmatico di bilancio?

È possibile che ci sia un governo per metà novembre e che quindi il nuovo governo possa evitare l’esercizio provvisorio. Il problema di fare la legge di bilancio si sposta sul nuovo governo che uscirà dalle prossime elezioni. Solo un Governo nella pienezza del rapporto fiduciario può risolvere il nodo della questione della legge di bilancio. Quello uscente può predisporre alcune cose ma non è che la può fare. Questa è una delle ragioni per le quali non si sta perdendo ulteriore tempo con dei tentativi e si vota ad ottobre, appunto per dare la possibilità, a chi verrà, di fare la legge di bilancio. Va meglio con le deleghe legislative, forse, perché il parere del Parlamento non è vincolante, per quello bisognerà vedere la situazione in Consiglio dei ministri, però oggi sappiamo chi sono e saranno i ministri rimasti in carica. Certo è che la polarizzazione del Parlamento rende non facile il governo degli affari correnti.

Secondo lei, dopo questa esperienza, ci può essere ancora posto per Mario Draghi all’interno della politica italiana?

Lo spero perché ieri si è determinata una frattura molto radicale tra le forze che sostengono Mario Draghi e le forze che, come collocazione internazionale sono più situate sull’asse putiniano. Quindi ieri si è bipolarizzato notevolmente l’asse delle forze politiche che appoggiavano il Governo. La possibilità di avere Mario Draghi come attore possibile di una maggioranza europeista e atlantista sarebbe importante. Però da ieri viene fuori che Draghi non può essere una personalità ecumenica, ieri la polarizzazione è stata netta e chiara tra chi sta con Draghi e chi, per semplificare, sta con Putin.

Ma secondo lei il presidente Draghi è caduto anche per aver tenuto dritta la barra dell’atlantismo?

Sì, assolutamente sì. Del resto anche lui ieri, insistendo su questo punto, lo ha caricato di significato.

È questa la ragione per la quale ha picchiato duro sulla Lega nel suo discorso?

È probabile, perché lì c’è un problema di affidabilità internazionale. D’altra parte l’intervento contro il governo l’ha fatto il senatore Romeo che in consiglio regionale della Lombardia era stato il primo firmatario di una mozione che dava via libera dell’annessione della Crimea alla Russia.

La legge elettorale attuale “favorisce” uno dei due schieramenti? Perché?

Io penso che noi avremo due scelte di fondo, tra la continuità dell’azione Draghi e quest’aggregazione putiniana anti-draghiana. Quindi per quanto ci saranno tanti partiti e forse varie coalizioni in campo alla fine è probabile che il confronto politico si polarizzi nettamente nelle preferenze degli elettori. E quindi ci potrebbe anche essere un verdetto chiaro.

Nel campo del centro destra se la Lega può essere, o essere stata, più vicina alle posizioni russe, di certo questo non lo si può dire di Fratelli d’Italia.

Ma anche la Forza Italia di Berlusconi è vicina a posizioni putinane. Fratelli d’Italia è atlantista ma non è europeista, quindi apriamo un’altra contraddizione pesante. Sarà uno scontro piuttosto netto.

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