Italia

Vi racconto il 2019 del centrodestra (a trazione leghista)

Salvini centrodestra

I graffi di Damato sul 2019 (biforcuto) del centrodestra

Il 2019 è stato un anno biforcuto pure per il leader della Lega e del centrodestra Matteo Salvini, oltre che per Giuseppe Conte, riuscito a rimanere a Palazzo Chigi pur cambiando radicalmente coalizione di governo.

Salvini dalla maggioranza, dove era approdato nel 2018 separandosi a livello nazionale dal centrodestra col permesso dell’alleato Silvio Berlusconi, ammaccato dal sorpasso, sia pure di soli tre punti, subìto nelle urne ad opera della Lega, si ritrova ora all’opposizione. Il segno sarebbe quindi negativo, aggravato sul piano mediatico e politico dalle inchieste giudiziarie che lo coinvolgono direttamente, come per il blocco dei migranti sulla nave Gregoretti a fine luglio, o indirettamente, come la ricerca di finanziamenti russi attribuiti a uomini del suo partito.

In compenso, con un segno quindi positivo questa volta, Salvini è completamente rientrato nel centrodestra più forte di prima, essendo passati da 3 a una trentina, in certi casi, i punti di distacco da quel che resta del partito di Berlusconi, superato anche dalla destra più dichiarata e orgogliosa di Giorgia Meloni. Che, a due passi dal Cavaliere quasi tramortito, recatosi all’appuntamento già fra le proteste dei suoi amici di partito, è diventata quasi un’icona gridando in Piazza San Giovanni, nell’ultimo raduno del centrodestra a Roma: “Sono Giorgia, sono una madre, sono italiana, sono cristiana, non me lo toglierete”. E giù applausi, dopo e prima di altri voti.

Ora il centrodestra nel suo complesso è valutato dai sondaggi prossimo al 50 per cento dei voti, contro il 37 conseguito nelle elezioni politiche del 2018, che fu già superiore al 32,7 preso da solo dal Movimento delle 5 Stelle, ma non abbastanza né all’uno né all’altro per la cosiddetta autosufficienza governativa.

La forte avanzata del centrodestra, che è d’altronde il motivo per cui i grillini e il Pd hanno smesso di contrapporsi e si sono accordati evitando elezioni anticipate per loro rovinose, ha lasciato segni tangibili sul territorio, dove altri potrebbero aggiungersi a breve. Sono passate al centrodestra, o vi sono rimaste, regioni come -in ordine cronologico in meno di due anni- il Trentino, il Friuli-Venezia Giulia, il Molise, la Lombardia, il Piemonte, la Basilicata, la Sardegna, l’Abruzzo e l’Umbria. Il Lazio è rimasto a quel che resta del vecchio centrosinistra per la classica manciata di voti nel 2018, con Nicola Zingaretti prevalso per meno di due punti su Stefano Parisi, paradossalmente azzoppato più dai problemi interni alla sua coalizione che dagli avversari esterni.

Considerati i problemi che ha la maggioranza giallorossa, per quanto attutiti dai materassi sui quali li fa cadere e li tratta pazientemente un presidente del Consiglio rivelatosi obiettivamente superiore alle aspettative, il centrodestra dovrebbe guardare con fiducia vera, e non solo con quella che appare dai comizi dei suoi protagonisti e attori, agli sviluppi della situazione politica. Eppure c’è qualcosa che non va neppure da quelle parti, che ne rende incerto il passo, a meno di clamorosi e ulteriori scossoni come quello che deriverebbe, con particolare riferimento al Pd dentro la maggioranza di governo, da una vittoria della candidata di Salvini alle elezioni regionali del 26 gennaio in quella specie di mausoleo della sinistra che è l’Emilia-Romagna, col trattino assegnatole dall’articolo 131 della Costituzione.

A rendere molle o non abbastanza solido, diciamo così, il terreno su cui si nuove il centrodestra a livello politico nazionale è il tipo di rapporti che esso non ha saputo unitariamente creare e tenere con l’Unione Europea e le forze politiche che ne gestiscono gli organismi. Dai quali nessun governo in Italia può realisticamente prescindere, non avendo chiaramente il nostro paese la forza, direi anzi la struttura, per coltivare disegni di uscita che pure la Gran Bretagna -ripeto, la Gran Bretagna- ha avuto problemi a inseguire e infine realizzare. Lo stesso Salvini, d’altronde, ha mostrato di rendersene conto frenando ogni tanto sulla strada del famoso e cosiddetto sovranismo.

Ma non basta una frenata ogni tanto. Ci vorrebbe una stabilizzazione della marcia correttiva dell’ex ministro dell’Interno, consona del resto agli interessi della parte più tradizionale e ancora diffusa dello stesso elettorato leghista. Ciò forse potrebbe consentire al centrodestra a forte e ormai irreversibile trazione leghista – dopo la fisiologica consumazione del berlusconismo tradotta dalla pur amica Stefania Craxi nella considerazione che il Cavaliere “non ha più la fisicità di un tempo”- di tradurre a livello nazionale gli indubbi successi che consegue a livello locale, vanificando le campagne di demonizzazione alle quali si presta, a torto o a ragione, la leadesrship salviniana.

A queste campagne di demonizzazione ha fornito, col richiamo alla “insidiosità” di Salvini, una sponda nella conferenza stampa di fine anno anche Conte, deciso sì a non favorire scissioni di partiti nella maggioranza né a fare un proprio movimento, ma anche a “restare in politica”, come ha appena fatto annunciare su tutta la prima pagina da la Repubblica, precisando di non voler essere “un altro Cincinnato” alla fine della sua attuale esperienza di governo. Pertanto non appare esagerata neppure la vignetta di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera, che lo rappresenta ormai come l’unico o il principale antagonista del Salvini ancora spinto dal vento elettorale.

Tutti i Graffi di Damato.

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