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Chi non c’era con Mattarella da Macron

Mattarella Macron

I Graffi di Damato. L’assenza di Luigi Di Maio nella riuscita missione di Mattarella in Francia

Luigi Di Maio, 35 anni compiuti proprio oggi, ministro degli Esteri in carica dal 4 settembre 2019 ma già vice presidente della Camera, vice presidente del Consiglio, ministro dello Sviluppo Economico, ministro del Lavoro, per non parlare dell’incarico politico di capo del MoVimento 5 Stelle lasciato nel gennaio del 2020 togliendosi la cravatta in modo quasi liberatorio, sarà pure il “migliore” titolare della Farnesina vantato di recente da Beppe Grillo, ma il presidente della Repubblica ha preferito non farsi accompagnare da lui nella pur importante missione svolta in questi giorni in Francia. E Sergio Mattarella non è tipo che faccia o non faccia certe cose solo per caso.

Il quirinalista del Corriere della Sera al seguito di questa missione, Marzio Breda, ha scritto di “incidente dimenticato” a proposito dell’incauta decisione assunta nel febbraio del 2019 dall’allora vice presidente del Consiglio e pluriministro Di Maio di seguire l’amico personale di partito Alessandro Di Battista in una visita a Parigi fra le più inopportune che si potessero solo immaginare, sfociata nell’incontro con una rappresentanza dei “gilet gialli”. Che in quel periodo mettevano la Francia a ferro e fuoco per destabilizzare quanto meno il presidente della Repubblica Emmanuel Macron. Non siamo sposati ma “concubini”, dissero dei due ospiti e, più in generale, dei pentastellati italiani i rivoltosi di Francia, per cui Macron francamente non esagerò a richiamare l’ambasciatore da Roma: il minimo, direi, che potesse fare per protesta. E solo un intervento personale e riservato di Mattarella, direi anche al limite delle sue prerogative costituzionali, riuscì a contenere l’irritazione del presidente francese.

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Solo una certa disinvoltura, a dir poco, del presidente del Consiglio Giuseppe Conte nella concezione dei rapporti internazionali poteva consentire che poi Di Maio, per compensarlo della perdita della carica di vice presidente del Consiglio e di due Ministeri, potesse essere proposto al capo dello Stato come ministro degli Esteri nel suo secondo governo, dove il Pd e la sinistra dei Liberi e Uguali sostituirono la Lega. E solo l’intervenuto chiarimento diretto con Macron consentì probabilmente a Mattarella di accogliere la richiesta di nomina avanzata da Conte scommettendo sulla capacità camaleontica, in senso politico, di Di Maio.

L’assenza tuttavia del ministro degli Esteri dalla delegazione di accompagnamento e di assistenza del capo dello Stato in un viaggio d’importanza come quello compiuto in questi giorni, e così a lungo e dettagliatamente programmato dopo il rinvio deciso nell’autunno dell’anno scorso per la ripresa della pandemia, autorizza quanto meno a sospettare della “dimenticanza”, intesa anche come archiviazione, dell’“incidente” di più di quasi due anni e mezzo fa.

Da allora, certo, molte cose sono cambiate a Roma in una direzione rasserenante per la Francia e per altri paesi alleati dell’Italia. Vi è stato soprattutto l’avvicendamento a Palazzo Chigi fra Conte e un uomo come Mario Draghi, le cui relazioni internazionali e il cui meritato prestigio sono di per sé riduttive – diciamo la verità – del ruolo del ministro degli Esteri. E fra Draghi e Macron vi sono già stati contatti diretti.

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