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Chi (non) spinge Draghi al Quirinale

Quirinale

I Graffi di Damato. Due conti alla rovescia: 7 giorni a Kabul per i fuggitivi, 200 giorni a Roma per Draghi

Le cronache dall’Afghanistan e le fantasie sugli scenari della politica italiana ci offrono sui giornali due conti alla rovescia. Uno è quello, purtroppo reale e drammatico, dei sette giorni dati dai talebani all’espatrio di chi vuole fuggire da loro sugli aerei dei paesi occidentali ex occupanti, insufficienti purtroppo per numero di mezzi e frequenze dei voli a soddisfare tutti. C’è solo, a questo punto, da incrociare le dita e scommettere sullo spettacolo di quel console italiano Tommaso Claudi fotografato su un muro dell’aeroporto di Kabul a raccogliere un bambino affidatogli da braccia disperate. È un po’ l’altra faccia della medaglia immaginata sul manifesto dalla vignettista Lele Corvi, in cui il mondo è diviso tra l’Afghanistan in burqa e il resto con la mascherina antipandemica spostata sugli occhi per non vedere.

L’altro conto alla rovescia, non di sette ma di duecento giorni, più o meno, è quello che ha appassionato e proposto il direttore Claudio Cerasa sul Foglio per mandare al Quirinale Mario Draghi alla scadenza del settennato di Sergio Mattarella. Della cui rielezione, chissà perché, nel giornale fondato da Giuliano Ferrara non si gradisce sentir parlare, pur potendo essere a termine implicito come fu nel 2013 quella di Giorgio Napolitano: giusto per il tempo, questa volta, di attendere l’elezione nel 2023 delle nuove e più legittimate Camere alleggerite di un terzo dei seggi. Ciò potrebbe portare a un nuovo presidente della Repubblica più rappresentativo di quell’unità nazionale di cui parla la Costituzione a proposito della sua figura.

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Proprio mentre qualcuno trova nel Pd il coraggio – considerando i tanti aspiranti al Quirinale dalle parti del Nazareno – di parlare di una rielezione a termine del presidente uscente, come ha appena fatto a Pesaro il sindaco Matteo Ricci parlando di Mattarella con i giornalisti mentre il capo dello Stato stava raggiungendo in visita ufficiale la città marchigiana, il direttore del Foglio ha tentato di spiegare perché l’elezione di Draghi, cioè il suo trasferimento da Palazzo Chigi al colle più alto di Roma, converrebbe invece sia al centrodestra sia al centrosinistra.

Al centrodestra – ha scritto Cerasa – perché i suoi leader “avrebbero buoni margini per trasformare le prossime elezioni in una competizione utile per stabilire chi andrà a Palazzo Chigi”, fra Matteo Salvini e Giorgia Meloni, entrambi sostenuti da un pacificatore Silvio Berlusconi. Al centrosinistra, evidentemente comprensivo di quel che rimarrà dei grillini nelle nuove Camere, Draghi dovrebbe convenire al Quirinale come “un argine mica male contro ogni forma di estremismo politico” dovesse essere partorita anche dal centrodestra. Conclusione, sempre di Cerasa: “Sette anni sicuri nelle mani di Mario Draghi sono preferibili a due anni” ancora di Mattarella “e poi chissà”.

Mattia Feltri invece prevede sulla Stampa che “né i leader di destra né i leader di sinistra saranno disposti a cedere il passo a Draghi, e a rinunciare alla loro propaganda da incantatori”, forse gradita persino dagli elettori, vista la frequenza con la quale sbandano nelle urne. “Il mistero è dunque Draghi, imposto a un Paese non ancora civilizzato. E infatti non durerà”, scrive il mio amico Mattia, che mi consentirà gli scongiuri.

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