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Conferenza draghiana

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I Graffi di Damato. Mario Draghi supera anche il debutto della conferenza stampa

Non foss’altro per l’annuncio, qui modestamente auspicato, che si lascerà vaccinare con l’AstraZeneca, come del resto ha già fatto il figlio a Londra, non sarò certamente io a contestare il giudizio generalmente positivo dei giornali sull’esordio del presidente Mario Draghi ad una conferenza stampa dopo una seduta non certamente facile del Consiglio dei Ministri. “La sensazione – ha scritto Massimo Franco nel suo commento sul Corriere della Sera – è stata quella di una persona molto sicura di sé e di quello che deve fare, e anche per questo in grado di trasmettere fiducia a un’Italia che la miscela di crisi economica e pandemia rende spaventata e disorientata”. Tanto più perché, ricorrendo anche all’ironia, Draghi si è mostrato “molto più a suo agio di quanto si potesse immaginare di fronte alle domande, a tutte le domande”, anche a quelle rivoltegli con la malizia o comunque il proposito, del resto legittimo, di metterlo in difficoltà.

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Pazienza se a dissentire da questo giudizio – ripeto – generalmente positivo, è stato il solito Fatto Quotidiano. Che, nostalgico dei tempi, dello stile e di quant’altro di Giuseppe Conte, rimosso Palazzo Chigi in circostanze e con metodi che hanno già portato in quel giornale ad alludere a manovre di sapore golpistico, ha contestato a Draghi i “150 minuti di ritardo” misurati forse, come se fosse stato un Conte qualsiasi, personalmente dal direttore Marco Travaglio. Il quale sa bene quanto poco puntuale per forza di cose fosse spesso il precedente e da lui tanto apprezzato e intervistato presidente del Consiglio.

“Anche lui di sera”, si è spinto a contestare a Draghi il direttore del Fatto non risparmiandosi neppure il solito fotomontaggio da copertina per rappresentare lo stesso Draghi e il leader leghista Matteo Salvini nel braccio di ferro svoltosi pur a distanza, non facendo parte Salvini personalmente del governo, sul problema delle cartelle esattoriali da rottamare. Sarebbe, secondo i critici, un “condono” bello e buono, per fortuna – secondo loro – alla fine contenuto dallo stesso Draghi grazie alle valorose resistenze del Pd e dintorni entro i cinquemila euro, e non i diecimila pretesi dai leghisti, e soprattutto limitato ai titolari dei redditi non superiori ai 30 mila euro l’anno. E pazienza – anche qui – se gli esperti sanno benissimo che almeno il novanta per cento del contenzioso di questo tipo si risolve nella inesigibilità, a spese naturalmente dello Stato.

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Anche Draghi, pur avendo fatto in vita sua più il banchiere che il fiscalista, lo sa. Ma ha dovuto pagare persino lui il suo prezzo alla pratica, che si è tolto tuttavia il gusto di denunciare, delle “bandierine”. Che, specie in una maggioranza larga come quella formatasi attorno al suo governo, senza che egli facesse molti sforzi per favorirla, ogni partito cerca di sventolare in ogni discussione, o di mettere su ogni fetta di un singolo provvedimento.

D’altronde, questa pratica è stata sperimentata anche da maggioranze ristrette, come fu quella, per esempio, del primo governo di Giuseppe Conte. Che, pur limitata a due soli partiti, il MoVimento 5 Stelle e la Lega, sfornava via via leggi e decisioni a bandierine separate: quella della Lega sugli anticipi pensionistici e dei grillini sul cosiddetto reddito di cittadinanza, o sulla prescrizione breve, anzi brevissima. Essa fu introdotta come una supposta nella cosiddetta legge “spazzacorrotti”, e dall’anno scorso consente dopo l’emissione della prima sentenza, anche di assoluzione, che l’accusa renda a vita l’imputato di turno.

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