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Di Maio fa vedere le stelle a Conte sull’Afghanistan

Conte

I Graffi di Damato. I talebani diventano un guaio anche per Conte, che vuole trattare con loro

Diversamente dalla vicenda domestica, cioè nazionale, della riforma del processo penale pur inserita come altre nel piano della ripresa sottoposto al controllo dell’Unione Europea, che lo finanzia con crediti e contributi a fondo perduto, l’ancor fresco presidente delle 5 Stelle Giuseppe Conte non ce l’ha fatta a trovare una sponda nel Pd sulla questione afghana. E per giunta si trova nella bufera anche nel suo movimento, dove hanno preso le distanze dalle sue aperture ai talebani “distensivi”, con i quali sarebbe possibile un “dialogo serrato” e diretto, sia il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, affrettatosi a precisare che i nuovi padroni di Kabul vanno “giudicati dai fatti, non dalle parole”, sia Beppe Grillo in persona, il “garante” a vita. Che ha bacchettato gli “yes men” e ha parlato di “disonorevole fuga dall’Afghanistan”, “indelebile macchia” e via deplorando.

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La sponda del Pd è mancata con la visione pessimistica della situazione a Kabul espressa dal segretario Enrico Letta invitando tutti ad “attrezzarsi al peggio”. E in quel tutti non è forse sbagliato comprendere il presidente del Consiglio Mario Draghi, che si è prudentemente trincerato dietro l’Unione Europea, il G7 e il G20 a presidenza italiana per definire l’approccio con la nuova realtà a Kabul ma si è mostrato già convinto che, per quanto conclusasi un po’ nel disordine, l’occupazione militare da parte delle forze occidentali abbia in vent’anni lasciato “tracce profonde” nella “società” di quel Paese. Di cui dovranno tenere conto anche i talebani, forse cambiati anche loro in due decenni, anche se la paura nei loro confronti è tantissima fra gli stessi afghani, che si appendono agli aerei in partenza da Kabul o stendono, disperati, i loro bambini fra le braccia dei militari stranieri ai bordi delle piste di decollo. Sono immagini tragiche, come altre provenienti dall’Afghanistan, che tolgono il respiro a chi le guarda e possono a prima vista accreditare più il pessimismo di Enrico Letta che l’ottimismo di Draghi e, questa volta, del più vicino Conte.

Quest’ultimo ha potuto persino contare sulla comprensione non solo del solito Fatto Quotidiano, da alcuni considerato “l’organo ufficioso” dell’ex presidente del Consiglio, ma anche di una testata abitualmente ostile come Il Riformista.

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In particolare, sul Fatto Quotidiano, accanto a un titolo contro l’ipocrisia di una trattativa che “si fa ma non si dice” si ricorda non a torto, in verità, che a trattare in un modo o nell’altro con i talebani sono anche l’Unione Europea, esplicitamente con il commissario alla sicurezza e alle relazioni internazionale, lo spagnolo Josep Borrell, e il G7. E lo hanno già fatto gli americani, concordando con loro anche i tempi del ritiro delle truppe straniere da quel Paese.

Sul Riformista diretto da Piero Sansonetti, che considera generalmente il MoVimento 5 Stelle un’anomalia perniciosa della politica italiana, hanno preso le distanze dal “tutti contro”, in rosso, un Conte che “per sbaglio ne dice una mezza buona”. Che è un riconoscimento forse destinato a moltiplicare le difficoltà dell’ex presidente del Consiglio nel movimento di cui ha appena assunto la guida formale col proposito forse di liberarsi del soprannome “frattempo”, guadagnatosi a Palazzo Chigi per una certa abitudine a rinviare le scelte o a fare approvare dal Consiglio dei Ministri provvedimenti importanti con la formula “salvo intese”. Glielo hanno appena rinfacciato con con prosa corrosiva sul Foglio.

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