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La psicanalisi del vuoto del voto a Calenda e Renzi

Calenda Renzi Terzo Polo

I graffi di Damato. A quei pochi che sono andati a votare, sufficienti comunque a produrre risultati con i quali tutti sono chiamati a fare i conti, l’ineffabile Carlo Calenda ha dato praticamente dei coglioni

Nella “psicanalisi del vuoto”, come il manifesto ha definito col solito, felice sarcasmo la riflessione apertasi a sinistra e dintorni sulla sconfitta anche nelle elezioni regionali in Lombardia e Lazio, dopo quella del 25 settembre in tutta l’Italia, il candidato alla segreteria del Pd Stefano Bonaccini ha tenuto per poco il primato della stravaganza, diciamo così, cercando di dimezzare la vittoria della Meloni per essere state le urne disertate dal 60 per cento, più o meno, degli elettori.

A quei pochi che sono andati a votare, sufficienti comunque a produrre risultati con i quali tutti sono chiamati a fare i conti, l’ineffabile Carlo Calenda ha dato praticamente dei coglioni -scusate la parolaccia di cui mi assumo la responsabilità, non essendosi spintosi a tanto l’interessato- perché non lo hanno premiato, e neppure incoraggiato a proseguire sulla strada del cosiddetto terzo polo con Matteo Renzi.

L’ex ministro ha fatto un pò come un negoziante che apre bottega e accusa i clienti di non capire nulla della merce che lui vende, e quindi li caccia o li fa scappare via. Ma le mie sono osservazioni troppo terra terra rispetto ad altre più sofisticate e colte che mi permetto di proporvi riportando il più sinteticamente possibile ciò che hanno scritto due grandi firme come Massimo Gramellini e Mattia Feltri, rispettivamente sul Corriere della Sera e sulla Stampa.

Sotto il titolo “Cambiare popolo” Gramellini ha ricordato “la famosa battuta di Bertold Brecht sui comunisti della Ddr: il comitato centrale ha deciso, poiché il popolo non è d’accordo, che bisogna nominare un nuovo popolo”. Ma “spiace per Calenda” -ha continuato Gramellini ricordando peraltro la crisi demografica in atto- non esiste un popolo di riserva cui rivolgerci: dobbiamo accontentarci di quello che abbiamo”. E che i partiti -aggiungo io- non riescono più di tanto a interessare alle loro gesta, proposte, promesse, proteste e altro.

– Leggi anche: “Un Pd formato City Life. Il consenso potrebbe non tornare”. Intervista a Lorenzo Castellani

Sotto il titolo “Lui no”, sempre in prima pagina ma sulla Stampa, il mio amico Mattia Feltri ha finto di voler fornire sponde di un certo peso a Calenda ricordando Margaret Tatcher e Winston Churchill: la prima per avere detto che “una maggioranza non può trasformare ciò che è sbagliato in giusto” e il secondo per avere detto che “il migliore argomento contro la democrazia è una conversazione di cinque minuti con un elettore medio”.  “Pertanto -ha  insistito Mattia- il nostro Calenda in così illustre compagnia appare un pò meno ciondolone di come l’hanno dipinto”. “Però rimare un dettaglio a giocare a suo sfavore, e sarebbe un delitto trascurarlo”, ha aggiunto il mio amico intingendo il pennino nel veleno. E qual è il dettaglio? “Margaret Thacher era Margaret Thacher, e Winston Churchill era Winston Churchill. Calenda no”, ha spiegato Mattia.

Calenda in questa sua per niente spiritosa partecipazione, ripeto col manifesto, alla “psicoanalisi del vuoto” è un pò diventato  una pietruzza della Cartagine dei romani: delenda est.

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