Italia

Fibrillazioni a 5 stelle per il Campidoglio

Campidoglio

L’Italia purtroppo carente di tamponi sanitari, ma anche politici…

È imperdibile quel Mattarella immaginato da Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera a fare il tampone all’Italia in questi giorni di giustificata apprensione per l’andamento della pandemia virale.

Mi chiedo tuttavia, senza volere minimizzare l’emergenza sanitaria, chi potrà o vorrà fare un altro tampone – quello politico – di cui si ha bisogno in Italia. E del quale il presidente della Repubblica non può farsi carico prima che la situazione esploda in una crisi di governo, nonostante gli appelli alla concretezza, concordia e quant’altro lanciati dal capo dello Stato quasi ogni giorno in ogni direzione, sfruttando tutte le occasioni che gli offrono i suoi appuntamenti istituzionali o cerimoniali.

Precarietà e confusione degli equilibri politici realizzatisi nella scorsa estate con la formazione del secondo governo di Giuseppe Conte nascono notoriamente dalla crisi d’identità, ma anche d’altro, che attanaglia il principale movimento della maggioranza: quello “algoritmico” delle 5 Stelle, come lo ha felicemente definito in un editoriale su Repubblica l’ex direttore Ezio Mauro.

Le vicende interne grilline, con la divisione – all’ingrosso – fra i governisti di Luigi Di Maio e gli antigovernisti di Alessandro Di Battista e Davide Casaleggio, per fortuna hanno inciso poco, o per niente, almeno sinora, sulla pur controversa gestione dell’emergenza virale da parte del governo, in un intreccio di competenze nazionali e locali pasticciato dal testo riformato del titolo quinto della Costituzione. Ma cominciano quanto meno a lambirla, dopo tutti i guasti procurati ad altri aspetti della politica e dell’azione governativa, con quel persistente rifiuto di ricorrere ai crediti europei disponibili con l’acronimo del Mes per il potenziamento del servizio sanitario e derivati, messi a dura prova dalla pandemia.

L’ultimo pasticcio grillino, in ordine cronologico, è esploso all’interno della maggioranza giallorossa sulle prospettive dell’alleanza in sede locale, e conseguenti, inevitabili riflessi nazionali, in previsione delle elezioni comunali dell’anno prossimo, riguardanti città importanti come Roma e Milano. Dove si vorrebbe rimediare ai fallimenti regionali del 20 e 21 settembre scorso.

Una disponibilità annunciata da Di Maio a “non fossilizzarsi” sulla ricandidatura, indigesta al Pd, di Virginia Raggi al Campidoglio ha fatto tirare un sospiro di sollievo al pur silente Zingaretti, ma anche a Paolo Mieli in un editoriale sul Corriere della Sera, per lo spazio temporale di poche ore. È infatti scoppiato fra i grillini, dietro e sotto le quinte, un putiferio tale che Di Maio ha dovuto precisare, sostanzialmente smentendosi, di non voler fare mancare il suo sostegno alla sindaca uscente e decisa a tentare la conferma, a dispetto di tutto e di tutti, anche dei colleghi o compagni di movimento consapevoli dei suoi limiti, o almeno della improbabilità di un suo successo.

Che i problemi della Raggi stiano dentro, e non solo fuori casa l’ha confermato il non sospettabile Fatto Quotidiano riferendo di una riunione promossa per il 17 ottobre da alcuni consiglieri comunali uscenti del movimento 5 Stelle “ribelli”, presidenti ed ex presidenti di commissione, contrari alla “estrema personalizzazione della contesa elettorale”, insita nella ricandidatura della Raggi, e favorevoli invece ad un “percorso allargato e diffuso”, da imboccare e portare avanti naturalmente col Pd anche o soprattutto per consolidare l’alleanza di governo a livello nazionale.

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