Italia

Tutti i salti all’ostacolo di Giuseppe Conte per chiudere il 2019

politica Conte

È iniziato l’ultimo mese dell’anno, ma difficilmente Giuseppe Conte riuscirà a fare il miracolo di Natale e a migliorare questo 2019. I graffi di Damato

Anche se l’allegria si diffonde con le luminarie nelle strade, gli alberi natalizi in allestimento nelle piazze, i preparativi delle cerimonie degli auguri di buone feste nei palazzi maggiormente rappresentativi del potere e delle istituzioni, dalle Camere al Quirinale, sarà ben difficile ormai che il 2019 cambi verso in quest’ultimo mese. E tanto meno che diventi “bellissimo” come ce lo aveva imprudentemente e imperdonabilmente promesso il presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Il professore, o Giuseppi, come lo chiama l’amico Donald Trump oltre Oceano, sarà pure riuscito a rimanere in carica cambiando alleati e maggioranza, ed evitando le elezioni anticipate alle quali sembrava condannato processando al Senato il suo ancòra vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, ma non è meno assediato di prima dai problemi che gli nascono attorno come funghi nei boschi dopo le piogge. E di acqua, Dio mio, ne cade in Italia abbastanza, sin troppa, con tutto ciò che ne consegue e che i soliti grillini, forti della loro “centralità” numerica in Parlamento, usano per aprire sempre nuovi processi, o potenziare quelli vecchi, ai soliti -pure loro- ricconi sfondati impegnati a fare soldi eludendo le norme di sicurezza per i clienti delle loro autostrade o per i dipendenti e gli abitanti attigui ai loro stabilimenti.

E’ proprio di oggi la pubblicazione su alcuni giornali di una lettera di Luciano Benetton, sottoscrivibile forse anche dai Gavio, in cui si chiede agli avversari o nemici -non altrimenti definibili dopo tutto quello che dicono e fanno contro di loro – di non considerarli automaticamente e irrimediabilmente responsabili, e linciabili, per gli errori che possono avere compiuto e possono ancora compiere i manager delle aziende, società e quant’altro in cui essi hanno avuto solo la colpa di investire i propri capitali.

C’è da giurare che Luigi Di Maio, il capo incollato alla sua sedia dagli umori e dalle battute del fondatore, garante, “elevato” e quant’altro del Movimento 5 Stelle, non si lascerà emozionare o indurre a qualche riflessione dalla lettera di Luciano Benetton, né dagli appelli del suo principale socio di maggioranza, il Pd di Nicola Zingaretti, a non moltiplicare le già troppe difficoltà di Conte e del suo governo sul cosiddetto fondo europeo salva-Stati, in sintonia con l’ex alleato Salvini. Che intanto è pronto a votare anche contro di lui, questa volta col Pd, e viceversa, sull’altro tema scottante della prescrizione che dal 1° gennaio prossimo si bloccherà, cioè scomparirà, all’emissione della prima sentenza di giudizio.

Che di una simile prospettiva, in mancanza di una riforma del processo penale che ne riduca la durata alle “ragionevoli” dimensioni imposte dalla Costituzione per evitare che un imputato possa rimanere tale a vita, si sia preoccupato al congresso dell’associazione nazionale dei magistrati il presidente Luca Poniz non ha fatto cambiare idea né al guardasigilli grillino Alfonso Bonafede né al Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Che ha colto l’occasione non per porsi qualche domanda su tanta fretta non condivisa neppure dalle toghe, ma per sfotterle e cambiare il nome della loro associazione: non più di magistrati ma di “smenorati”, dimentichi di precedenti prese di posizione assunte in un contesto diverso, nel presupposto non più concreto delle riforme abbinate della prescrizione e del processo penale.

La situazione è così sconfortante, a dir poco, che persino Eugenio Scalfari alla sua veneranda età ha adoperato le ormai abituali riflessioni filosofiche della domenica per ricordare che noi uomini “apparteniamo al genere degli animali”, notoriamente inclini ad avere un capo, non anche “uno Stato maggiore”, di cui invece la nostra specie più intelligente dovrebbe dotarsi. Ma essa ne è invece sprovvista al pari degli animali, per cui la politica è affollata non solo di sardine nelle piazze ma anche di “capetti” condannati dal loro stesso numero a “contare assai poco”. E ad alimentare -aggiungerei- la fantasia dei vignettisti, oltre alla confusione.

TUTTI I GRAFFI DI DAMATO.

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