Italia

I timori di Di Maio

Di Maio

I grillini sotto il ponte temendo un po’ Conte, un po’ il Pd e un po’ anche Salvini

Neppure l’arcobaleno apertosi su Genova dopo una pioggia che aveva minacciato di guastare la festa dell’inaugurazione del ponte San Giorgio è riuscito a far cambiare umore al ministro degli Esteri Luigi Di Maio, distintosi fra le autorità accorse all’evento per il suo viso preoccupato. Gli si leggeva un po’ sulla faccia il disagio procuratogli anche dal cerimoniale, che lo ha collocato un po’ indietro in un momento in cui già l’ex capo del Movimento 5 Stelle soffre, per generale convinzione dei cronisti politici che lo seguono, la “centralità” o esposizione del presidente del Consiglio Giuseppe Conte dopo il vertice europeo di Bruxelles sui sostanziosi finanziamenti comunitari per la ripresa post-epidemica.

Mentre Conte si gioca un po’ a suo modo, tagliando nastri e aprendo le braccia benedicenti, quello che considera uno stato di grazia, pur forse con eccessivo ottimismo, Di Maio cerca di tracciare il suo territorio politico, diciamo così, con un occhio rivolto alla guerra in corso fra i grillini per la leadership del movimento e l’altro alle scadenze elettorali di autunno. Che oltre al rinnovo di sette Consigli regionali e di oltre mille Consigli comunali, riguarda il referendum confermativo della riforma fortemente voluta dai pentastellati per ridurre di 230 seggi la Camera e di 115 il Senato. Su cui si sono allungati negli ultimi giorni i malumori del Pd, peraltro con l’intervento di un esponente che pure è tra i maggiori sostenitori dell’alleanza con i grillini: Goffredo Bettini, l’uomo che più sussurra all’orecchio del segretario del partito Nicola Zingaretti.

I patti costituivi della maggioranza giallorossa prevedevano l’anno scorso la partecipazione del Pd all’approvazione parlamentare di questa riforma, sino a quel punto osteggiata dalla maggiore forza della sinistra italiana, in cambio di una nuova legge elettorale che il Pd ha invece tentato inutilmente di calenderizzare alla Camera per farla approvare prima del referendum e prenotare in qualche modo il pur problematico sì anche del Senato. Dove la maggioranza, oltre che divisa sulla materia per i ripensamenti maturati dai renziani, è generalmente zoppicante nei numeri.

Senza neppure l’ombra di una nuova legge elettorale la riduzione dei seggi parlamentari è solo un trofeo per i grillini, che ne hanno fatto appunto la bandiera di questa tormentatissima legislatura, riparatrice del declino del movimento. E di fronte alla prospettiva di ridurlo solo a questo sta maturando nel Pd non dico un cambiamento di linea, cioè il ritorno dal sì al no al Parlamento dimagrito, ma quanto meno la tentazione a “tenere bassi i toni” nella campagna referendaria, come ha scritto Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera. I grillini ne sono contrariati e preoccupati, come è emerso da un’intervista proprio al Corriere del presidente della Commissione Affari Costituzionali di Montecitorio Giuseppe Brescia, peraltro vicinissimo al presidente della Camera Roberto Fico.

Ma ancor più preoccupato per le sorti del referendum sulla riduzione del numero dei seggi parlamentari, e per niente convinto evidentemente della campagna ormai aperta da Repubblica sulla crisi elettorale e “di nervi” della Lega, il movimento grillino è allarmato dagli spazi apertisi a Matteo Salvini con la recrudescenza stagionale di un fenomeno migratorio aggravato dalla perdurante epidemia virale. Di Maio in persona è intervenuto su questo inducendo Conte a rincorrerlo promettendo tolleranza zero per gli “ingressi irregolari”, come un Salvini qualsiasi.

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