Italia

I contismi di Conte

Lauro Unimpresa Giuseppe Conte

La legislatura è ostaggio dei grillini, sequestrata dalla loro crisi interna

Tra gli argomenti usati dai sostenitori del sì referendario ai 345 seggi delle Camere su 945 tagliati con le forbici esibite in piazza dai grillini davanti a Montecitorio c’è quello che non si può dire no per dispetto al Movimento 5 Stelle. Di cui troppi dimenticherebbero in questa campagna elettorale che, nonostante le defezioni volontarie o le espulsioni intervenute dopo l’avvio di questa legislatura, rimane il partito più rappresentato in Parlamento.

Sulla consistenza dei gruppi parlamentari pentastellati questo discorso sembra filare. Ma, appunto, sembra. In realtà, non fila per niente perché i gruppi parlamentari grillini, come l’intero movimento che è o dovrebbe essere alle loro spalle, sono qualcosa ormai di indefinibile. Dal cui disordine, che cresce di giorno in giorno, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte deve sempre più frequentemente difendersi ricorrendo ancora più di prima, e del solito, alle votazioni palesi di fiducia. Che peraltro non bastano più, o bastano sempre meno, a fare rientrare i dissensi e a mettere in riga deputati e senatori allo sbando. Se n’è doluta anche l’onorevole Federica Dieni dopo avere disciplinatamente votato la fiducia al governo posta contro la proposta soppressiva, sua e di un’altra cinquantina di colleghi, di un comma del decreto-legge che permetterà la proroga dei vertici e sottovertici dei servizi segreti per quattro anni, pari a 1.460 giorni, sulla scia – o col pretesto – della proroga di due mesi e mezzo, pari a 75 giorni, dello stato di emergenza virale.

Sulle condizioni in cui si trova il movimento grillino mi rimetto alla cronaca di Luca De Carolis, dell’insospettabile Fatto Quotidiano: “Oggi i Cinque Stelle non sono di nessuno, non hanno certezze e rotta certa. Così nel M5S tutti fanno la guerra a tutti: anche perché fiutano il sangue, cioè un rimpasto dopo le Regionali”.

Eppure a questo partito e al suo “travaglio”, per usare il termine di Conte quando ne parla, si pretende che tutti riservino un rispetto tale da subirne ogni tipo di pretesa, facendo di questa legislatura un ostaggio. A metà del suo percorso, o del suo sequestro, può persino accadere che al presidente del Consiglio, giustamente pizzicato su Twitter dall’ex ministro della Difesa Arturo Parisi, capiti di partecipare ad una festa del già menzionato e incantato Fatto Quotidiano per esprimere la indifferenza del governo italiano sulla gara in corso negli Stati Uniti fra il presidente uscente Donald Trump e il concorrente democratico Joe Biden.

“Non fa differenza”, come ha detto Conte, potrebbe essere compatibile col tifo fatto da Trump per “Giuseppi”, al plurale, uno per una maggioranza e l’altro per quella opposta che stava nascendo ed è poi nata l’anno scorso, ma non col dovere di non intromettersi per niente nelle elezioni di un Paese peraltro alleato: il nostro principale alleato. Non vorrei scomodare la memoria di Antonio Gramsci per sottolineare il valore negativo dell’indifferenza. E per ricordare che è preferibile tacere piuttosto che parlare imprudentemente, in un verso o in quello opposto, o più semplicemente ambiguo, come il richiamo – in un’altra circostanza – alla provvidenziale “stanchezza” confessata da Mario Draghi a Conte che voleva candidarlo un anno fa alla improbabile presidenza della nuova Commissione europea prenotata dai tedeschi, mica da un passante. Stavolta il presidente del Consiglio è stato pizzicato dal vignettista Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera.

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