Italia

Referendum, le ragioni del sì e del no sul taglio dei parlamentari

referendum taglio parlamentari

Il fronte del sì è incerto, mentre crescono i no. Ma alla fine tutti si chiedono a cosa serve davvero questo referendum sul taglio dei parlamentari

Il 20 e 21 settembre in Italia si andrà a votare. Molte persone dovranno votare per due motivi, uno per dire sì o no al referendum sul taglio dei parlamentari e un altro per scegliere i nuovi rappresentanti regionali, come in Veneto, Toscana, Marche, Puglia, Campania, Liguria e Valle d’Aosta. Per tutti si pone lo stesso quesito: sì o no al taglio dei parlamentari?

A COSA SERVE IL REFERENDUM

Sui giornali si legge di tutto, le ragioni del sì, le ragioni del no, slogan sul risparmio di soldi, richieste di legge elettorale che accompagni la riduzione dei rappresentanti e tanto altro. Molti politici sono sicuri delle loro ragioni, molti altri no e stanno cambiando idea. La cosa che sembra ancora da chiarire è cosa cambierà concretamente per il Paese.

LA MANCANZA DI INFORMAZIONE

A chi interessa questo referendum? Un sondaggio di Ipsos ha già lanciato l’allarme: solo il 28% degli italiani è a conoscenza del referendum costituzionale che si terrà in settembre insieme alle elezioni regionali. In pochi sanno che se vince il sì i parlamentari passeranno da 945 a 600, alla Camera i deputati diminuiranno da 630 a 400 e a Palazzo Madama i senatori scenderanno da 315 a 200. Ma quali sono i veri obiettivi di chi vuole questo taglio?

GIORNALISTI PER IL NO

Mattia Feltri, direttore di HuffPost, ha scritto un articolo a sostegno del no. L’argomentazione che utilizza Feltri è collegata all’episodio del “bonus Inps” richiesto da alcuni parlamentari. “La riforma poggia sull’errore asinino di confondere l’istituzione con chi la occupa: siccome i parlamentari sono incolti, incapaci, costosi (perlomeno in rapporto al rendimento), tendenzialmente disonesti eccetera, la soluzione è di ridurli. Non di cambiarli con parlamentari migliori, ma farli fuori”. “Se il Parlamento non va – ha spiegato Feltri – lo si aggiusta, non lo si butta via a pezzi. Se cediamo a questa logica, il risultato sarà di rinunciare, per noia e per rabbiosa superficialità, al fondamento della nostra democrazia e di asfaltare la strada agli avventurieri. Ci siamo bene avviati. Ps. Fateci caso: i cinque rubagalline sono di Lega, Cinque stelle e Italia viva, tre partiti che hanno sostenuto la riforma. Mirabile dimostrazione che non serve a niente”. Anche il giornalista Alessandro Calvi, in un articolo su Internazionale, sostiene la tesi del no: “Il potere delle leadership è politicamente enorme. Diminuendo il numero dei parlamentari quel potere crescerebbe ancor di più”. Il direttore di Repubblica Maurizio Molinari ha preso posizione per il no: “Taglio populista, non va in direzione Parlamento rappresentativo. Bisogna votare no”.

ACCADEMICI PER IL NO

L’accademica, politologa e giornalista Nadia Urbinati, su tpi.it, ha scritto un altro manifesto per il no. “Se diminuisce il numero dei seggi ci sarà la formazione di un gruppo che ha un privilegio superiore, una oligarchia. Ed è paradossale che a volerlo siano proprio i Cinque Stelle, cioè la forza anti-sistema per eccellenza. Il taglio dei parlamentari dovrebbe essere accompagnato dall’indicazione di una legge elettorale in Costituzione, così invece favorisce solo le segreterie dei partiti. Se al referendum vince il sì ci saranno le lotte intestine, se vince il no un rimpasto di governo. Ma questo Parlamento reggerà fino alla fine del mandato. Il problema dei problemi nelle democrazie rappresentative è la debolezza dei partiti. È su questo, forse, che bisognerebbe intervenire”. Per il no si è fatto sentire anche Romano Prodi che ha spiegato che il vero problema non sta nel numero, ma nel modo in cui i parlamentari vengono eletti: “Anche senza elaborare profonde analisi teoriche, l’elettore si è reso progressivamente conto che deputati e senatori non sono stati eletti, ma sostanzialmente nominati dai partiti e, come tali, coerentemente si comportano. Non avendo alcun necessario rapporto col territorio, non hanno ormai (salvo pochissime eccezioni) alcun legame organico con gli elettori, non mettono più in atto i periodici incontri con le diverse categorie o i diversi quartieri e paesi degli elettori e non hanno nemmeno un ufficio locale”. Sul Foglio è apparso l’articolo al veleno contro i 5 stelle firmato da Tommaso Nannicini. “Cambiare un tanto al chilo la Costituzione nata dalla Resistenza per strizzare l’occhio ai populisti renderà più debole la nostra democrazia rappresentativa. La cosa può far piacere a chi vorrebbe sostituirla con una piattaforma digitale privata, ma dovrebbe impensierire un po’ di più tutti gli altri. I territori meno abitati e più periferici, nonché gli italiani all’estero, avranno meno voce. Il Parlamento, che già adesso è fortemente svilito nelle sue funzioni, lavorerà peggio, con commissioni parlamentari ridotte all’osso e incapaci di controllare la qualità delle leggi. I governi saranno in balia dei capricci di due o tre senatori”. Degno di nota e antigrillino è poi il commento del professor Mario Seminerio: “Il referendum sul taglio dei parlamentari cambierà la vita degli italiani? Per nulla, ma confermerà che il sintomo pentastellato della malattia italiana è in ottima salute. I partiti continueranno le loro prassi di selezione negativa del personale politico, e vissero tutti felici e contenti”.

CRESCE IL FRONTE DEL NO

A favore del no sono Sinistra italiana, + Europa, il Partito socialista e Azione. Verso il no anche Italia Viva, che al momento del voto dell’ottobre 2019 si è espressa per il sì alla legge, ma solo “per lealtà a questa maggioranza”, come ha ricordato il deputato Roberto Giachetti, tra i primi a firmare per il referendum e che ha definito la legge “un tributo alla fabbrica dell’antipolitica”. Più di 200 costituzionalisti invitano a votare No al referendum per il taglio dei parlamentari. L’appello pubblicato per la prima volta dall’HuffPost continua a raccogliere consensi tra docenti, studiose e studiosi di diritto costituzionale che mettono in guardia dai rischi della riforma costituzionale oggetto del voto referendario del 20-21 settembre. I promotori hanno lanciato un blog per invitare altri studiosi del diritto a unirsi alla petizione. “Le nostre ragioni per votare NO alla riforma costituzionale sono: 1) La riforma svilisce il ruolo del Parlamento e ne riduce la rappresentatività, senza offrire vantaggi apprezzabili né sul piano dell’efficienza delle istituzioni democratiche né su quello del risparmio della spesa pubblica. 2) La riforma presuppone che la rappresentanza nazionale possa essere assorbita nella rappresentanza di altri organi elettivi (Parlamento europeo, Consigli regionali, Consigli comunali, ecc.), contro ogni evidenza storica e contro la giurisprudenza della Corte costituzionale. 3) La riforma riduce in misura sproporzionata e irragionevole la rappresentanza di interi territori. 4) La riforma non eliminerebbe ma, al contrario, aggraverebbe i problemi del bicameralismo perfetto. 5) La riforma appare ispirata da una logica “punitiva” nei confronti dei parlamentari, confondendo la qualità dei rappresentanti con il ruolo stesso dell’istituzione rappresentativa”.

IL FRONTE DEL SÌ

Un messaggio importante per il sì è arrivato sul Foglio dal giurista Pietro Ichino che si dice favorevole, ma non per le ragioni del M5s. Per Ichino il taglio dei parlamentari è riformismo dai tempi di Prodi e tra le altre motivazioni ha scritto: “L’esperienza delle tre legislature nelle quali sono stato parlamentare mi ha convinto che, soprattutto alla Camera, la riduzione di un terzo dei parlamentari gioverebbe non poco alla qualità del dibattito politico e rafforzerebbe non poco la posizione dei parlamentari stessi nei confronti dei rispettivi apparati di partito”. Come Ichino, per il sì si sono esposti anche il professor Roberto Perotti e Tito Boeri su Repubblica: “Da 40 anni si parla di tagliare il numero dei parlamentari. Ben quattro bicamerali, a partire da quella presieduta dal deputato Aldo Bozzi nel 1983, lo avevano raccomandato salvo poi tirarsi indietro al momento di fare sul serio. Anche oggi, avvicinandosi il referendum, tanti politici e commentatori inizialmente a favore cambiano idea e si sfilano. Cinque sono gli argomenti principali contro il sì al referendum reiterati in diversi interventi anche su queste colonne. Sono tutti e cinque pretestuosi”. Su Repubblica anche il costituzionalista Stefano Ceccanti del Pd ha spiegato perché è favorevole al taglio dei parlamentari: “Il Parlamento nazionale non ha più l’esclusiva nella produzione di norme. In Italia le Regioni hanno potere legislativo e il nostro Paese, come altri, deve adeguarsi alla crescita del rilievo normativo dell’Unione europea. Di conseguenza, si è sviluppata una spinta a ridurre il numero dei parlamentari”.

IL REFERENDUM PER DI MAIO E SALVINI

Il Sole 24 ore ha scritto recentemente che a un mese dal referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, l’unico leader politico che davvero sembra puntare sulla vittoria del Sì è il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che ha annunciato un tour nelle piazze del Paese per sostenere le ragioni del voto a favore della sforbiciata. Ma anche il M5s ha la sua una fronda interna (il No è la posizione dei parlamentari Elisa Siragusa, Andrea Vallascas, e Mara Lapia). Anche Lega e Fratelli d’Italia hanno detto che voteranno sì al referendum. “Inviteremo tutti a votare per confermare il taglio dei parlamentari al referendum” ha detto il segretario federale della Lega, Matteo Salvini.

IL BLUFF DELLA LEGA

La Lega ha votato a favore del taglio dei parlamentari in tutti e quattro i voti previsti nella lunga gestazione parlamentare. Matteo Salvini ha perciò schierato ufficialmente il partito per il Sì al referendum. Ma, come ha scritto Il Sole24Ore, “non si straccerebbe le vesti per una vittoria del no”. “La Lega vota sì anche se non siamo proprietari del cuore e dell’anima degli italiani che dovranno esprimersi sul referendum” ha detto recentemente. Come a voler prendere le distanze da una campagna militante. La linea è: basso profilo, anche perché il drastico ridimensionamento degli eletti (sono previsti 325 parlamentari in meno) si porterà dietro malumori a non finire tra deputati e senatori esclusi. Del resto, lo stesso Claudio Borghi, l’ex presidente della commissione Bilancio della Camera, anti-europeista, consigliere economico di Salvini, ha annunciato al Corriere: “Da cittadino voterò no. Da politico e rappresentante dei cittadini ho detto Sì perché era nel programma della Lega e della coalizione gialloverde ma io sono sempre stato contrario”. E persino Giorgia Meloni che sul sì ha “militarizzato” Fdi è consapevole del fatto che la vittoria del no sarebbe una mazzata al governo e ai Cinquestelle.

FORZA ITALIA PER IL NI

Forza Italia sostiene il sì, formalmente è l’opzione prescelta, ma il no dilaga. Tra i big per il no: Renato Brunetta, responsabile economico; Francesco Paolo Sisto, capo dipartimento affari costituzionali; Osvaldo Napoli; Alessandro Cattaneo, responsabile formazione di Fi; Deborah Bergamini vicepresidente commissione Trasporti. E soprattutto per il no si è schierato Giorgio Mulè, il portavoce del partito. Andrea Cangini è uno dei forzisti che con Nazario Pagano e Simone Baldelli ha promosso le firme per il referendum e il no. Da ricordare che per la validità del referendum costituzionale non è obbligatorio che vada a votare la metà più uno degli elettori aventi diritto. Basta la maggioranza dei voti validi, indipendente da quante persone si recano ai seggi.

ANCHE IL PD IN PIENO CAOS

I no crescono anche nel Pd, che ufficialmente è favorevole al taglio dei parlamentari, anche se ha sempre detto che andrebbe fatta anche una riforma complessiva. Nel Pd si attende ancora di fare chiarezza definitivamente sulla posizione nei confronti del referendum. Fatto sta che c’è chi come il ministro della Difesa Loreno Guerini, il governatore della Campania Vincenzo De Luca e i parlamentari Tommaso Nannicini, Matteo Orfini e Francesco Verducci hanno preso posizione per il no esponendosi con forti toni.

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