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I dolori di Bernardo a Milano

Milano

I graffi di Damato sul sorprendente suicidio elettorale del centrodestra a Milano, e altrove

C’è solo l’imbarazzo della scelta fra titoli e titoletti di prima pagina dei vari giornali per farsi un’idea dei guai nei quali si è ficcato da solo il centrodestra a Milano per perdere la partita delle elezioni comunali di ottobre, cioè per suicidarsi. “Centrodestra nel caos”, hanno titolato al Corriere della Sera, immagino con quanto sforzo per non scrivere casino, riferendo del candidato sindaco Luca Bernardo che “evoca il ritiro”, stretto tra i fondi che ritardano dai partiti della coalizione per finanziare la campagna elettorale, che per ora si sta pagando da solo, e le “frasi” con le quali ne ha liquidato la corsa, proclamando di fatto la conferma del sindaco uscente Giuseppe Sala, il capolista addirittura dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Che è Vittorio Feltri, divisosi tra un’intervista al Fatto Quotidiano in cui ha definito “una coalizione del cazzo” quella di centrodestra e la promessa, l’impegno, come preferite, assunto con gli elettori e lettori di Libero di partecipare ai lavori del Consiglio Comunale, a questo punto da posizioni di minoranza, solo per “rompere le scatole ai comunistelli di risulta”. Vasto programma, direbbe la buonanima di Charles De Gaulle.

Su Repubblica, forse per non fare pubblicità più di tanto al direttore editoriale di Libero, che peraltro accredita ogni tanto le voci secondo le quali sarebbe costretto ad una difficilissima convivenza col nuovo direttore responsabile Alessandro Sallusti, entrambi provenienti dal Giornale della famiglia Berlusconi, hanno preferito dare maggiore rilievo alle proteste dell’ormai inutilmente aspirante sindaco Bernardo per “i soldi” negatigli sinora dai partiti della presunta coalizione, che gli debbono, in particolare, cinquantamila miserabili euro ciascuno. Il primo a rispondere per placarne le proteste almeno con un anticipo, e farlo recedere per ora dalla minaccia del ritiro, sembra essere stato il capo della Lega Matteo Salvini, non a caso quello espostosi maggiormente  in piazza a favore del pediatra. Che  forse non immaginava di incontrare così tanti bambini da curare anche fra gli adulti della pur sua parte politica, impegnata tuttavia a dare i numeri anche altrove in questo turno di elezioni amministrative.  I cui risultati, riguardando una ventina di milioni di elettori in tutta Italia, produrranno effetti politici nazionali. È la prima volta, fra l’altro, dopo tanto tempo di pandemia e di sospensione elettorale, che i partiti si misurano, singolarmente o in coalizione, nelle urne e non nei soliti sondaggi.

A Roma, la Capitale d’Italia finita cinque anni fa nelle mani dei grillini per la rappresentazione, fattane dalla Procura di Giuseppe Pignatone e smentita dalle conclusioni processuali, di una terra conquistata ormai dalla mafia, con tanto di coppola quindi assumibile come simbolo della città al posto della lupa che allatta Romolo e Remo; a Roma, dicevo, una Giorgia Meloni con più rossetto del solito sulle labbra  ha praticamente imposto al centrodestra un candidato più da rovine archeologiche che da futuro. Egli vorrebbe applicare la grandezza di Augusto imperatore ai guai odierni di chi abita a Roma o solo viene a visitarla da sfortunato turista.

A Napoli, tanto per andare ancora più giù, il centrodestra ha affidato le sue fortune, anzi sfortune, ad un pur famoso e valoroso pubblico ministero dopo avere detto peste e corna, giustamente, della commistione fra magistratura e politica. E non è neppure riuscito sul piano organizzativo a garantire al candidato una presentazione regolare delle liste di sostegno.

 

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