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Infamie e lodi all’attivismo (o spoil system?) del Governo Meloni sulle nomine

Vertici Ministeri E Agenzie Statali Schillaci Meloni

I graffi di Damato su quella che il Corsera ha chiamato con una certa sobrietà ondata di cambi ai vertici di Ministeri e agenzie statali”

Quella che il Corriere della Sera ha chiamato con una certa sobrietà, tutto sommato,  “ondata di cambi ai vertici” di “Ministeri e agenzie statali” per il meccanismo noto un pò in tutto il mondo come “spoils system”, tradotto in italiano in una specie di bottino del vincitore di turno nell’eterna corsa al governo, è diventata sulla prima pagina di Repubblica “la lottizzazione dei Palazzi”. O, gridato ancora più forte e riferito direttamente alla presidente del Consiglio, “Meloni pigliatutto”.

Il giornale già corazzata di una sinistra di lotta o di governo, secondo i casi non necessariamente distinti perché già ai tempi di Enrico Berlinguer il Pci si proponeva come un partito insieme di lotta e di governo, è stato inseguito persino dal Foglio. Che scendendo dall’Olimpo dove spesso si sente per saggezza e altro ha evocato un “terremoto” in corso e “la scopa di Meloni”. E’ vero che nel titolo c’è anche una domanda retorica contro la presunzione che il potere di fare e disfare nomine sia “solo” del Pd, o di ciò che ne sta rimanendo nel percorso congressuale, ma c’è con tanto di virgolette. Che in pratica attribuiscono la domanda ad altri, forse malintenzionati e per niente credibili, non al Foglio. Dove del resto da qualche giorno, se non da qualche tempo, non si fanno più certi sconti da cui sembrava tentato quanto meno il direttore Claudio Cerasa scommettendo sulla capacità e volontà della capa della destra italiana, oltre che del governo, di evolvere, maturare, rinsavire.

Nell’ultimo numero dell’anno ormai passato, per esempio, facendo un bilancio dei meno di due mesi trascorsi a Palazzo Chigi dalla prima inquilina riuscita ad arrivarvi, Il Foglio titolava in rosso su “i sette vizi di Meloni”. E li elencava così nel sommario, in nero: “Imbarazzo sui vaccini, europeismo claudicante, complottismo contro i francesi e sull’immigrazione, disprezzo per le banche e per l’innovazione, evasione dalla realtà sul fisco”.

Non più tardi dell’altro ieri, 3 gennaio,  questa volta in turchese, Il Foglio se la prendeva con quello della Meloni come “un governo contro i giovani”, che sarebbe stato addirittura redarguito fra le righe del suo messaggio di Capodanno letto in piedi al Quirinale dal presidente della Repubblica. Che invece a me, ingenuo o probabilmente rincitrullito secondo i canoni foglianti, era sembrato un messaggio di sostegno e incoraggiamento alla Meloni, non a caso affrettatasi a telefonare a Mattarella ringraziandolo, per via della democrazia ormai “compiuta e matura” con la formazione del governo in carica. Il quale peraltro con le nomine in cantiere o già disposte non sa facendo altro che applicare – come ha spiegato sul Corriere della Sera Federico Fubini- “l’articolo 19, comma 8 della legge Bassanini sulla pubblica amministrazione del 2001”. In forza del quale “gli incarichi di funzione dirigenziale cessano decorsi 90 giorni dal voto di fiducia del governo”. Cioè, nel nostro caso, mentre scrivo, fra 19 giorni:  il 24 gennaio.

TUTTI I GRAFFI DI DAMATO 

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