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La tenaglia di paura e sangue in cui è stretto l’Afghanistan, ma anche l’Occidente

Afghanistan

I Graffi di Damato

Quei 250 tra morti e feriti, civili e militari, provocati dagli attentati a Kabul durante le partenze degli afghani protetti dagli occidentali, sono già un bilancio pesante ma purtroppo parziale di questa nuova fase della tragedia dell’Afghanistan. Che dopo vent’anni di occupazione militare di americani e alleati è ora prigioniero di un conflitto tutto interno fra i talebani, con i quali gli Stati Uniti hanno trattato il ritiro delle truppe, e gli oltranzisti musulmani che li considerano rinunciatari o traditori. Non a caso tra le vittime degli attentati ci sono anche talebani.

So che sto per fare un paragone difficile da digerire dalle nostre parti, non so se più fra i giovani o gli anziani che hanno vissuto certi passaggi della storia italiana di quasi 50 anni fa, ma lo faccio lo stesso per franchezza e onestà, anche a costo di essere scambiato per uno sprovveduto, esagerato e quant’altro.

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Fatte naturalmente le debite proporzioni politiche e culturali, i talebani tornati a Kabul dopo e, secondo alcuni, per effetto dei controversi accordi di Doha con gli americani sono un po’ come i comunisti italiani di una cinquantina d’anni fa, appunto. Che erano passati dalla cosiddetta Resistenza incompiuta e/o dall’allineamento totale all’Unione Sovietica, in un mondo allora rigorosamente bipolare, ad una collocazione tale da riconoscersi protetti anch’essi dalla Nato, come disse una volta il segretario del Pci Enrico Berlinguer. E poter quindi negoziare con i democristiani, e persino con un atlantista come Ugo La Malfa, una partecipazione alla maggioranza di governo. Nacquero così non uno ma due governi democristiani presieduti entrambi da Giulio Andreotti e appoggiati dal più forte partito comunista d’Occidente: il primo con l’astensione e il secondo con tanto di voto di fiducia.

Come i talebani di oggi a Kabul, pur senza i loro mitra al collo, la barba e tutto il resto che basta e avanza per fare paura, i comunisti italiani di una cinquantina d’anni fa incorsero nella reazione dei terroristi delle brigate rosse e simili, che li accusavano di essersi imborghesiti e arresi, più o meno, al nemico.

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Almeno per un po’ i comunisti italiani seppero resistere all’assalto politico e armato dei loro avversari di sinistra, perfino esagerando – per me – in fermezza, come avvenne nella vicenda del sequestro di Aldo Moro compiuto appunto dai brigatisti rossi. Con i quali, per non sembrarne condizionato, il Pci negò ogni possibilità di trattare il rilascio dell’ostaggio. La cui posizione paradossalmente era aggravata dal fatto di avere svolto un’azione decisiva per gli accordi che aveva portato i comunisti nella maggioranza. Poi, morto non a caso Moro, essi si ritrassero dalla maggioranza per conto loro tornando a fare l’opposizione, salvo cambiare nome, simbolo e quant’altro una decina d’anni dopo, sotto le macerie del muro di Berlino.

Ora si tratta di capire, tornando a Kabul, se sia più utile agli occidentali confondere i talebani con gli attentatori delle ultime ore o cercare di affrancarli in qualche modo dai condizionamenti dei loro avversari o concorrenti. È una scelta tutta politica, da compiere secondo me più con la testa che con la pancia, più con la ragione che con l’istinto. Non mi sembra francamente sbagliata l’opinione raccolta dalla Stampa con quel titolo di prima pagina che dice: “Ma il terrore non fermerà il dialogo con i Talebani”, preferibilmente con la minuscola.

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