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“L’arresto di Messina Denaro chiude la stagione stragista”. Parla Forgione

Arresto Messina Denaro Francesco Forgione

Conversazione con l’ex presidente della Commissione parlamentare antimafia Francesco Forgione sull’arresto del superlatitante Matteo Messina Denaro, che scrive la parola “fine” sulla stagione stragista

Dopo una latitanza durata 30 anni è stato assicurato alla giustizia Matteo Messina Denaro. Superlatitante che, come tutti i grandi latitanti di Cosa Nostra, è stato arrestato nel suo territorio, a Palermo, nella clinica privata La Maddalena. Messina Denaro era uscito dai radar della giustizia dal 1993, subito dopo l’arresto di Totò Riina.

“C’è stata certamente una fetta di borghesia che negli anni ha aiutato Messina Denaro e le nostre indagini ora stanno puntando su questo”. Queste le parole del capo della procura di Palermo Maurizio De Lucia che ha guidato l’operazione. Del resto è impensabile che il boss, attore di prima fila della stagione stragista e responsabile direttamente, o indirettamente, di decine di omicidi, sia riuscito a nascondersi sul proprio territorio senza l’ausilio di una fitta rete di connivenze, non solo politiche.

Di tutto questo ne abbiamo parlato con Francesco Forgione, presidente della Commissione parlamentare antimafia dal 2006 al 2008 e attualmente sindaco di Favignana, in provincia di Trapani.

Che significa per la lotta alla mafia l’arresto di Matteo Messina Denaro?

Prima di tutto è la chiusura di un ciclo, quello legato al quarantennio di storia dei corleonesi che hanno rappresentato una parentesi nella lunga storia più che secolare di Cosa nostra. Cioè una componente mafiosa che ha deciso di sfidare lo stato sul piano militare. Ha pensato persino di affermare una propria egemoniasui processi politici e istituzionali, e di usare la forza militare e lo stragismo per giungere a una trattativa a cavallo tra la prima e la seconda Repubblica. Quella storia si è definitivamente chiusa.

Si chiude con l’arresto di Matteo Messina Denaro?

No, devo dire che si era già chiusa con l’arresto di Riina e Provenzano e già quest’ultimo aveva deciso di porre fine alla stagione stragista. Messina Denaro è colui che porta con sé i segreti di quella stagione, le relazioni esterne e i punti di collusione con settori dell’apparato dello Stato fuori dalla Sicilia, senza i quali, penso a via D’Amelio e alle stragi nel ’93, quella stagione non si sarebbe realizzata. Questa pagina si è chiusa e ora bisogna capire come Cosa Nostra ridefinisce la sua strategia e le sue scelte nella fase.

Quanto ancora era centrale la sua figura nell’organigramma mafioso?

Parliamo di un uomo che non era il capo dei capi, non aveva sostituito Riina ma era il più importante dei capi e un capo assoluto nella provincia di Trapani e nel mandamento trapanese di Castelvetrano. Era l’ultimo dei grandi capi corleonesi e assieme ai fratelli graviano, e quindi ai capi di Brancaccio, era il depositario della stagione stragista e probabilmente anche dei segreti di Riina. Ora diranno gli investigatori, nel corso dei prossimi giorni, se la cassaforte di Riina con tutti i documenti fosse stata trasferita a Matteo Messina Denaro.

Quali sono le differenze con l’arresto di Riina?

L’arresto di Riina rimane un mistero, al di là delle sentenze, perché quel covo non fu mai perquisito. Oggi, ed era avvenuto anche con l’arresto di Bernardo Provenzano a Montagna dei Cavalli, il covo di Matteo Messina Denaro è stato perquisito, è stato trovato anche il secondo covo. La sua figura è importante, era il capo autorevole di Trapani e in quanto tale aveva un peso strategico in Cosa Nostra, perché la provincia di Trapani è stata sempre importantissima negli equilibri criminali della Cosa Nostra siciliana, nel rapporto con la Cosa Nostra americana e nel rapporto con la massoneria. Parliamo di una provincia in cui la massoneria presenta un punto di incontro tra il mondo della politica, quello della finanza e il crimine organizzato.

Che stagione sta vivendo oggi la mafia se ha chiuso alle sue spalle la porta della stagione stragista?

La crisi di Cosa Nostra va avanti da anni, oggi la mafia più potente è la ‘ndrangheta che ha assunto un ruolo di primazia criminale negli assetti geocriminali del mondo, soprattutto nella gestione del narcotraffico. Tra tanti danni fatti alla società da Totò Riina e dai corleonesi il più grande l’ha fatto a Cosa Nostra. Perché nel momento in cui ha scelto la strada stragista, la ‘ndrangheta si imponeva nel mondo come il grande soggetto capace di gestire milioni e milioni di traffico di eroina e stupefacenti, soprattutto di cocaina. La mafia siciliana vive questa crisi che l’ha portata a non riuscire più a ricostituire la cupola dopo l’arresto di Riina e Provenzano, ed è proprio lui a riportare Cosa Nostra sul piano dell’inabissamento, alla mediazione con la politica e con lo Stato. Credo che ora dovremo aspettarci una mafia che sceglie la strada del silenzio delle armi, il dialogo con le istituzioni e la politica, e che si concentrerà sugli affari perché questo può assicurarle un futuro in economia, nella finanza e nella gestione dei fondi pubblici.

La latitanza di Matteo Messina Denaro è stata favorita anche dalla massoneria?

Nella provincia di Trapani non può esistere un livello così alto e occulto del potere senza il concorso della massoneria. Parliamo di una provincia in cui la massoneria presenta un punto di incontro tra il mondo della politica, quello della finanza e il crimine organizzato. Del resto quando parliamo di Campobello di Mazara, parliamo di una cittadina a forse tasso di presenza massonica il cui capo assoluto, per anni, fu D’Ala che era un uomo che faceva parte della massoneria con legami con il famoso “circolo scontrino” di Trapani nel quale si incontravano politici, pezzi dell’apparato dello Stato e mafiosi. Mauro Rostagno, il giornalista ucciso in provincia di Trapani, quando fu ucciso stava indagando su Campobello di Mazara.

È plausibile pensare che collabori con la giustizia aiutando a fare chiarezza sui collegamenti tra mafia, massoneria e politica?

Lo ritengo abbastanza improbabile. Auspicabile ma improbabile. Bisogna capire cosa sia successo in questi mesi di malattia, in un uomo che è consapevole di avere una vita a termine ma vista la caratura criminale del soggetto lo ritengo abbastanza improbabile.

Tra i vicini di Matteo Messina Denaro, intervistati dai tanti giornalisti accorsi nel trapanese, non tutti hanno dimostrato soddisfazione per l’arresto del super ricercato. Come deve lavorare l’antimafia per contrastare il consenso diffuso?

La mafia senza consenso non esiste. Le mafie godono di un consenso frutto dell’omertà, l’omertà è il frutto dell’intimidazione di Cosa Nostra. Il silenzio sociale è l’altra faccia della presenza delle mafie. Il problema è che questo consenso è dato anche da una rete di compromissioni e di collusioni, quella che il procuratore di Palermo ha chiamato borghesia mafiosa. Per anni questo termine era usato dall’antimafia radicale, oggi è un termine usato dagli uomini delle istituzioni. Quella rete di professionisti, di notai, di ingegneri, di medici, di direttori di banca, non dimentichiamo che un fratello di Matteo Messina Denaro è un direttore di banca in provincia di Trapani. Quella rete che rappresenta quello che gli studiosi chiamano “il capitale sociale delle mafie”. Questo è un aspetto, quello che consente alla mafia di prosperare nei livelli alti della società. Non dimentichiamo che dove lo Stato è assente, dove le politiche pubbliche non riescono a dare risposte alle domande e ai bisogni della gente ci pensa la mafia. Quindi c’è un consenso creato dall’omertà e dalla paura, un consenso passivo. Poi c’è un consenso silente ma attivo, che è quello costituito dagli interessi che ruotano intorno a Cosa Nostra. Quindi l’antimafia deve agire sul piano repressivo con strumenti che, nel quadro delle garanzie costituzionali, assicurino un reale contrasto sul piano economico e finanziario alla mafia. Bisogna togliergli i soldi. E dall’altro sul piano sociale e culturale ricostruendo un’etica pubblica che faccia capire che dove c’è mafia non ci sono diritti e non c’è libertà.

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