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Le sfide a 5 stelle di Conte

Conte

I Graffi di Damato sul ritorno di Giuseppe Conte, finalmente, ad una Presidenza…

Giuseppe Conte con chi decide di “debuttare” da presidente, finalmente, del MoVimento 5 Stelle, eletto digitalmente con 62.240 sì pari al 93 per cento dei votanti, di cui però è rimasta ignota la consistenza rispetto agli iscritti? Naturalmente col Fatto Quotidiano, confermando così quella “ufficiosità” del giornale che il direttore Marco Travaglio non gradisce sentirsi rimproverare continuamente su Repubblica da Stefano Folli.

Certo, Conte a sei mesi di distanza dall’uscita da Palazzo Chigi ha riconquistato una presidenza non “all’ultimo respiro”, come la staffetta italiana e olimpica che col suo oro gli ha strappato le prime pagine dei giornali in questa meravigliosa estate dello sport nazionale. Il professore pugliese non ha avuto contendenti da battere e si era garantito il silenzio del garante che lo aveva bocciato prima di farsi pagare da lui un pranzo di riconciliazione sulla spiaggia di Marina di Bibbona. Parlo naturalmente di Beppe Grillo, al quale Il Foglio attribuisce tra virgolette questo ironico commento all’elezione del presidente, con tanto di nuovo statuto approvato con un po’ di modifiche al testo contiano liquidato come “seicentesco” dal comico genovese: “Sarò io a proporre i nomi dei probiviri e del collegio di garanzia. Non vado in pensione”. “Ma c’è una stanza per me nella nuova sede del Movimento?” fa inoltre chiedere, ridendo, Il Foglio al garante.

Va detto onestamente che “il plebiscito” vantato dal Fatto Quotidiano non sembra avere fatto perdere la testa, almeno per ora, all’ex presidente del Consiglio. Che nella sua intervista di “debutto a tutto campo” come nuovo capo del MoVimento non ha francamente incoraggiato chi si aspetta da lui sotto le cinque stelle rotture con Draghi prima delle elezioni ordinarie del 2023. Ai cui improbabili risultati comparabili al successo del 2018 Conte ha condizionato la possibilità di rimettere in discussione la riforma del processo penale appena concordata con la ministra della Giustizia Marta Cartabia, e con Draghi naturalmente, grazie a modifiche che ne avrebbero in qualche modo limitato danni e pericoli di “impunità”. Nelle attuali Camere quindi, e in particolare al Senato, dove pure il capo della Procura di Catanzaro Nicola Gratteri sogna che alla ripresa dei lavori quella riforma possa già essere ulteriormente cambiata o addirittura affondata, sarebbero quindi da escludere sorprese.

Pazienza se Alessandro Di Battista, l’ex deputato pentastellato disiscrittosi dal MoVimento prima dell’ennesimo viaggio di distrazione in Sud America, non accoglierà con soddisfazione la perdurante difesa di Conte di quegli ottanta chili di “cacca” che sarebbero rimasti degli originari cento della cosiddetta riforma Cartabia. Che si sforza, quanto meno, pur con tutte le eccezioni e i prolungamenti concessi a Conte, di fissare scadenze precise ai processi d’appello e in Cassazione, pena la “improcedibilità”, dopo l’abolizione della prescrizione all’esaurimento del primo grado di giudizio. Il professore tuttavia continua a “confidare” -ha detto al Fatto– che “Alessandro possa tornare per dare il suo contributo” al MoVimento  dopo che ne avrà visto “il nuovo corso” e la capacità di “fare ancora più valere i suoi valori e principi rispetto al passato”.

Così potrà recuperare un amico anche Luigi Di Maio, delle cui posizioni cosiddette “governiste” -sul fronte opposto a Di Battista- il professore ha mostrato di non temere più, dopo avere lamentato un certo traffico di “veline” inutilmente ripropostogli dall’intervistatore.

 

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