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La Manovra poco rivoluzionaria

Mes

Mes, 44 buchi: tutte le mancanze delle misure del Governo alla legge di Bilancio nei graffi di Damato del giorno 

Al netto, molto al netto della soddisfazione d’ufficio espressa da Giorgia Meloni nel salotto televisivo di Porta a Porta, dove ha anche detto di non avere paura praticamente di nulla, guadagnandosi così il generoso titolo di Libero, c’è obiettivamente da chiedersi se fosse il caso, soprattutto per un governo di tanto vantata svolta, di pagare un prezzo così alto alla necessità un pò troppo conformistica -ammettiamolo- di evitare il ricorso al cosiddetto esercizio provvisorio di bilancio. Che pure è contemplato dall’articolo 81 della Costituzione “per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi”. Ma non sarebbe stato un bel segnale ai mercati, si è detto e scritto, anzi ripetuto, perché non è la prima volta che si è ritenuto di preferire all’esercizio provvisorio una legge di bilancio, o manovra finanziaria, a dir poco zoppicante e pasticciata.

Quella in via di approvazione alla Camera col solito voto di fiducia, e di ratifica al Senato quasi fra i botti di Capodanno, non sarà la “manovra da riscrivere” sparata sulla prima pagina di Repubblica, perché da riscrivere non ci sarà nulla dopo l’approvazione ormai incardinata col ricorso alla fiducia. E dopo le tante, troppe correzioni apportate sino all’ultimissimo momento, in un penoso andirivieni fra commissione Bilancio e aula a Montecitorio. Ma resta una manovra per niente esaltante, con quelle 12 sanatorie fiscali di soppiatto contate dal Sole-24 Ore, i 44 buchi fatti rattoppare in extremis dalla Ragioneria Generale dello Stato e denunciati nel titolo di apertura della Stampa, e con quel pesce d’aprile fuori stagione che  ha trasformato la legge di bilancio nella via libera alla caccia al  cinghiale in città, con tutte le ironie che l’hanno giustamente sommersa.

Se ha sbagliato tecnicamente ad annunciare “una manovra -ripeto- da riscrivere”, la Repubblica di carta non ha tuttavia sbagliato a ricordare alla presidente del Consiglio che “non basta la grinta per governare” pronunciando parole altisonanti in piazza e negli studi televisivi. Nè basta, contrariamente a quanto ha ritenuto Maurizio Belpietro sulla sua Verità, scrivere che “vale tutta la manovra il taglio al reddito 5S: quello introdotto nel 2018 dal primo governo di Giuseppe Conte addirittura per sconfiggere la povertà in Italia, come l’allora vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio annunciò di notte dal balcone di Palazzo Chigi.

Nè serve a ridurre la velocità della discesa della credibilità del governo rappresentata nella sua vignetta da Stefano Rolli sul Secolo XIX il profluvio di dichiarazioni di questo o quell’esponente della maggioranza di centrodestra, o destra-centro, come preferite, per vantarsi delle bandierine piantate nella manovra finanziaria dai partiti di appartenenza, come accadeva ai tempi di Romano Prodi per i governi dell’Ulivo o dell’Unione, prima che entrambi si schiantassero in Parlamento.

Questo della Meloni doveva essere-  per il fatto stesso di essere presieduto da una leader cresciuta dentro e fuori la sua coalizione facendo opposizione a tutti gli esecutivi succedutisi nelle ultime due legislature, se non ricordo male- un governo a suo modo rivoluzionario per stile e contenuto d’azione politica. Se non perduta del tutto, l’occasione della manovra finanziaria è stata in buona parte sprecata, salvo per la parte paradossalmente in continuità -si dice così- col precedente governo di Mario Draghi. Il quale continua ad essere, dal suo buon ritiro in Umbria, o dai viaggi che compie in estrema riservatezza all’estero, il convitato di pietra della politica italiana, secondo me meritevole della nomina a senatore a vita alla prima occasione che dovesse presentarsi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, anche a costo di fare impazzire di rabbia quello che si considera il capo virtuale dell’opposizione di sinistra: Giuseppe Conte.

TUTTI I GRAFFI DI DAMATO

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