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Italia, le lezioni da imparare dopo il Covid 19

Paper Salute

Dalla pandemia al Pnrr, nuovi modelli di sanità. Un estratto dal nuovo Paper Salute di Start Magazine, online la prossima settimana

Sono passati due anni e mezzo e più. Sembra una vita, o forse no. Forse è diventato abitudine igienizzarsi ossessivamente le mani, sfilare la mascherina dal polso o dalla tasca per indossarla in viso, quando ci si imbatte in una folla di persone. Comunque la si voglia vedere, la pandemia da Covid 19 ha fatto la storia di questa epoca e ha segnato le vite di tutti noi. Di tutti i Paesi del mondo, peraltro.

Nel caso dell’Italia, si parla ancora molto di errori e ritardi nell’adozione di strategie e rimedi in campo sanitario. A cominciare dall’aggiornamento di un piano nazionale sanitario. Ora, però, siamo in una fase nuova. I vaccini hanno contribuito a evitare morti e chiusure oltre il dovuto, adesso è tempo di capitalizzare l’esperienza.

La prossima settimana, Start Magazine pubblicherà il nuovo Paper Salute realizzato in collaborazione con Icinn, l’Istituto per la Cultura dell’Innovazione. Di seguito, un estratto dal primo capitolo “Lezioni da una pandemia”.

L’IMPORTANZA DELLA RICERCA… …E DEI VACCINI, ECCO IL NUOVO PAPER SALUTE DI STARTMAG E ICINN

La pandemia da Covid-19, in tutta la sua tragicità, ha svelato al mondo le grandi criticità della sanità mondiale, evidenziando allo stesso tempo quanti e quali passi in avanti abbia fatto la scienza. Era marzo 2020 quando quasi tutta Europa ha iniziato a lottare contro la pandemia da Covid-19, arrivata dalla Cina o, forse, nascosta e latente dal novembre 2019. Ogni gior- no crescevano contagi e decessi, mentre diminuivano i posti letto negli ospedali. In quei giorni è scattata la corsa per trovare la cura più giusta: abbiamo utilizzato farmaci che già conoscevamo, testandoli, abbiamo incrociato molecole, grazie all’aiuto di supercompu- ter, abbiamo studiato nuove formule e sviluppato nuove potenziali sostanze. Nei labo- ratori di università, aziende e ospedali si è iniziato a lavorare, contemporaneamente, al vaccino.

Era dicembre 2020, solo 9 mesi dopo, quando si iniziava a somministrare ufficialmente il primo vaccino anti-Covid-19, ad mRNA, prodotto dall’americana Pfzier e dalla tedesca Biontech. Solo qualche settimana dopo è stato approvato per la somministrazione un altro vaccino che si basava sulla stessa tecnologia, quello di Moderna.

Nella grande tragedia quella rappresentava una conquista della ricerca e della scienza. Tutti gli altri vaccini in commercio fino ad allora (così come altri anti Covid-19), infatti, avevano sfruttato virus modificati o frammenti di essi per allenare il sistema immunitario ad attaccare i patogeni invasori.

I vaccini ad mRNA recherebbero invece le istruzioni per istruire il corpo a produrre le pro- prie proteine virali: si tratta di un approccio che imita l’infezione in modo più preciso, ge- nerando una migliore riposta immunitaria.

…E DEI VACCINI, ECCO IL NUOVO PAPER SALUTE DI STARTMAG E ICINN

I due vaccini sono stati realizzati in pochissimo tempo solo grazie ad un lavoro decennale, sconosciuto ai non addetti al settore.

Lo sviluppo è stato fattibile grazie ai progressi raggiunti su diversi fronti convergenti1: la scoperta dell’mRNA e dell’utilizzo di quella stringa di codice genetico per insegnare alle cellule a produrre pezzetti di virus e rafforzare il sistema immunitario; la consapevo- lezza di dover proteggere, e come, quelle fragili molecole dalla degradazione una volta che sono introdotte nel corpo umano; la ricerca avanzata sulla proteina spike del virus dell’HIV, nel tentativo disperato di trovare un vaccino contro l’epidemia di AIDS. Partiamo dalla prima importante scoperta, principio di svolta per la formulazione dei vac- cini anti Covid-19: la scoperta dell’RNA messaggero (mRNA), per cui bisogna fare un salto al 15 aprile 1960, quando un gruppo di scienziati del King’s College a Cambridge (Regno Unito), di cui facevano anche parte i futuri Premi Nobel Francis Crick e Sydney Brenner,individua l’mRNA, la molecola messaggera che fa da tramite tra il DNA, la stringa di istruzioni per produrre proteine nel cuore della cellula, e le fabbriche di proteine vere e proprie, altre strutture cellulari dette ribosomi. Negli anni ’90 nasce l’idea di utilizzare de- gli RNA messaggeri sintetici a scopo terapeutico: introdurre all’interno delle cellule un’in- formazione, l’RNA messaggero per l’appunto, per produrre una proteina terapeutica. Solo nel 1984, però il biologo di Harvard, Doug Melton, ha trovato il modo di scoprire come riprodurre l’mRNA in laboratorio, e nel 2005, la collaborazione tra la biochimica ungherese Katlin Karikò e la collega dell’Università della Pennsylvania Drew Weissmann, porta a scoprire come modificare una “lettera” dell’mRNA, ovvero uno dei mattoncini che compongono la sua molecola, i nucleosidi, per inibire la reazione immunitaria pro- blematica.

Ma c’è un problema. L’RNA è spesso composto da un singolo filamento che lo rende fa- cilmente degradabile. A trovare un’efficace soluzione è stato un team di biochimici della Inex, un’azienda di Vancouver fondata da Pieter Cullis, che aveva sperimentato la prote- zione della molecole attraverso un involucro di grasso. È una reale svolta: bastano le istruzioni, precise, per produrre vaccini.

E qui entrano in gioco gli studiosi dell’antidoto contro l’AIDS. Meglio, entra in gioco Bar- ney Graham, medico specializzando del Nashville General Hospital, che nel 1982 soccorre un uomo delirante, con lesioni multiple alla pelle e infezioni diffuse a polmoni, fegato e milza. Sono le prime manifestazioni cliniche del virus dell’HIV. Nel 2000, dopo numerosi morti causati dalla malattia, presso National Institutes of Health’s campus di Bethesda, nel Maryland, nasce il Vaccine Research Center, che si occupa di vaccini contro l’Hiv e di proteina Spike.

Nel team di lavoro c’era anche Barney Graham, che dopo anni di studi e ricerche, nel 2013 apre il proprio laboratorio, decidendo di concentrare i suoi sforzi su una classe di virus che la maggior parte delle volte provoca soltanto raffreddori: i coronavirus, che spesso possiedono la proteina Spike. Proteina, però, che cambia continuamente aspet- to. Grazie alla collaborazione con Nianshuang Wang, un suo postdoc del laboratorio, Graham blocca la proteina Spike nella sua configurazione iniziale, gettando le basi per la produzione futura dei vaccini anti-covid.

IL CASO ITALIA

Dietro la celerità con cui si è arrivati ai vaccini anti-covid di Pfizer-Biontech e Moderna, dunque, ci sono decenni di studi. Ai più sconosciuti. E i tempi, apparentemente record, in cui il vaccino contro il Coronavirus è stato sviluppato iniziano a destare preoccupazio- ne tra molti cittadini, che lo ritengono poco sicuro. A destare preoccupazione anche le eventuali conseguenze, ma “la letteratura scientifica riguardo a questo approccio inno-vativo non riporta esempi di effetti a lungo termine, in quanto il tempo di permanenza di una molecola di mRNA all’interno dell’organismo è davvero breve. La loro naturale instabilità fa sì che vengano eliminate rapidamente, entro due giorni dalla somministra- zione”, si legge sul sito dell’Istituo Mario Negri.

La diffidenza degli italiani, in buona parte superata dopo l’avvio della stessa campagna vaccinale, sembrava già chiara ad ottobre 2020, quando il Covid faceva registrare anco- ra troppi morti. Secondo un sondaggio effettuato dall’EngageMinds Hub dell’Univer- sità Cattolica, il centro di ricerca che si occupa di psicologia dei consumi nella salute e nell’alimentazione, effettuato su un campione di mille cittadini, perfettamente rappre- sentativo della popolazione italiana, ben il 48% degli intervistati si è mostrato esitante di fronte alla prospettiva futura di assumere un vaccino anti Covid-19. Nella ricerca non emergono differenze significative per macro-aree geografiche, anche se nel Centro-sud si registra una percentuale di scettici appena più marcata: 48% al Nord ovest, 45% al Nord est; 50% sia al Centro che al Sud e Isole.

In Italia, al 18 maggio 2022, si contano abbiamo ancora circa 19,5 milioni di italiani tra persone non vaccinate o che hanno un ciclo vaccinale incompleto perché non hanno fatto la terza o quarta dose. L’86,5% della popolazione, invece, ha completato il ciclo vaccinale primario.

 

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